Nel 2025 il sistema previdenziale italiano continua a restituire un’immagine nitida – e preoccupante – delle disuguaglianze di genere che attraversano il mercato del lavoro. I dati diffusi dall’INPS parlano chiaro: le nuove pensioni liquidate alle donne risultano ancora mediamente inferiori di circa il 26% rispetto a quelle degli uomini. Una percentuale che, al di là delle oscillazioni annuali, fotografa una frattura strutturale e persistente, destinata a incidere a lungo sulle condizioni economiche delle pensionate italiane.
Secondo le rilevazioni ufficiali, l’importo medio mensile delle nuove pensioni femminili si attesta intorno ai 1.050–1.060 euro, mentre per gli uomini supera i 1.430 euro. Anche restringendo l’analisi alle sole gestioni previdenziali – quindi escludendo prestazioni assistenziali come l’assegno sociale – il divario rimane sostanzialmente invariato. Non si tratta, dunque, di una distorsione statistica, ma del risultato diretto di percorsi lavorativi profondamente differenti.
Alla base di questo squilibrio pesano carriere più frammentate, salari mediamente più bassi e una maggiore incidenza del lavoro part-time tra le donne. Le interruzioni legate alla maternità e alla cura familiare, ancora oggi largamente sbilanciate sul versante femminile, producono effetti cumulativi che si riflettono sul montante contributivo e, di conseguenza, sull’importo finale della pensione. È il classico esempio di come le disuguaglianze retributive e occupazionali non scompaiano con l’uscita dal lavoro, ma si proiettino nella fase della quiescenza.
Il quadro generale dei flussi pensionistici del 2025 conferma inoltre una contrazione degli importi medi rispetto all’anno precedente. Le nuove pensioni liquidate sono state circa 831 mila, con un assegno medio mensile di 1.229 euro, in calo rispetto al 2024. All’interno di questa media convivono differenze molto marcate tra le varie gestioni: i dipendenti pubblici continuano a registrare importi significativamente più elevati, mentre i parasubordinati e chi ha avuto carriere discontinue restano su livelli decisamente più bassi. Anche in questo caso, le donne risultano sovrarappresentate nelle fasce più deboli.
Le misure pensate negli anni per agevolare l’uscita anticipata dal lavoro femminile, come Opzione Donna, hanno progressivamente perso incisività. I requisiti più stringenti e il ricalcolo contributivo dell’assegno hanno ridotto drasticamente le adesioni, rendendo questo strumento sempre meno attrattivo e, in alcuni casi, penalizzante sul piano economico. Il risultato è che molte lavoratrici arrivano alla pensione senza reali correttivi in grado di compensare le disuguaglianze accumulate nel corso della vita professionale.
Il dato sul gender gap pensionistico, dunque, non è soltanto una questione previdenziale, ma un indicatore sociale di lungo periodo. Racconta un Paese in cui il lavoro femminile resta più fragile, meno continuo e meno valorizzato, e in cui la vecchiaia rischia di trasformarsi, per molte donne, in una fase di maggiore vulnerabilità economica. Ridurre questo divario significa intervenire prima, molto prima della pensione: sull’occupazione, sui salari, sui servizi di welfare e sulla condivisione dei carichi di cura. In assenza di un cambiamento strutturale, i numeri dell’INPS continueranno a ripetersi, anno dopo anno, con poche variazioni ma con lo stesso significato.
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