L’olio EVO campano non può essere trattato come una semplice merce, perché rappresenta storia, paesaggio, biodiversità, lavoro agricolo e identità territoriale. È questo il messaggio forte emerso a Benevento durante il convegno dedicato alla filiera olivicola regionale, un confronto che ha riunito istituzioni, mondo produttivo, università e operatori del settore per affrontare una delle questioni più delicate dell’agroalimentare italiano: come difendere e valorizzare un prodotto d’eccellenza in un mercato sempre più volatile, aggressivo e spesso incapace di riconoscere il reale valore del lavoro agricolo.
Nella sala convegni della Camera di Commercio Irpinia Sannio, il dibattito ha offerto una fotografia netta di un comparto che continua a vivere una contraddizione profonda. Da una parte il marchio Italia continua a godere di una reputazione straordinaria nel mondo, con l’olio extravergine percepito come uno dei simboli più autentici della dieta mediterranea e della qualità agroalimentare nazionale; dall’altra, però, gli olivicoltori e i frantoiani, soprattutto nel Mezzogiorno, si trovano schiacciati da costi di produzione crescenti, margini sempre più ridotti, concorrenza estera e pratiche commerciali che impoveriscono il prodotto, riducendolo a leva promozionale nella grande distribuzione.
A introdurre la discussione è stato il giornalista Maurizio Pescari, che ha moderato l’incontro con competenza, richiamando subito i dati della campagna olearia 2025-2026 e mettendo in evidenza il paradosso di fondo: l’Italia esporta soprattutto il proprio nome e il proprio prestigio, ma non sempre olio interamente nazionale. In questo squilibrio si inserisce il crescente ricorso alle importazioni di prodotto straniero, proveniente in particolare da Paesi come Tunisia, Spagna e Grecia, che alimenta un sistema nel quale il rischio è vedere svuotato di significato il valore stesso del Made in Italy. Il problema non è soltanto economico, ma anche culturale e strategico, perché quando un’etichetta italiana non corrisponde più a una filiera realmente italiana, si incrina il rapporto di fiducia con il consumatore.
Ad aprire ufficialmente i lavori è stato l’avvocato Girolamo Pettrone, Commissario Straordinario della Camera di Commercio Irpinia Sannio, che ha richiamato l’urgenza di costruire una filiera campana più compatta, riconoscibile e capace di presentarsi ai mercati con una voce unitaria. L’idea di fondo è chiara: la qualità non basta più, se non è accompagnata da strumenti di tutela, promozione e riconoscibilità. Il territorio di Irpinia e Sannio, con il suo patrimonio olivicolo, non può permettersi di disperdere valore proprio mentre cresce l’attenzione dei consumatori verso i prodotti certificati, tracciabili e legati all’origine.
Sulla stessa linea si è collocato l’intervento dell’assessora regionale all’Agricoltura Maria Carmela Serluca, che ha ribadito la consapevolezza della Regione Campania rispetto alla gravità della situazione e alla necessità di coordinare gli interventi regionali con quelli del Piano Olivicolo Nazionale. Il punto centrale emerso dal suo contributo è che il comparto ha bisogno di una strategia strutturale e non di misure tampone. La crisi dell’olivicoltura italiana, infatti, non può essere affrontata con logiche emergenziali: servono investimenti di lungo periodo, programmazione, infrastrutture, innovazione e sostegno concreto alle imprese. Allo stesso tempo, è stato riconosciuto che le risorse oggi disponibili rischiano di non essere proporzionate alla dimensione reale dei problemi che il settore deve affrontare.
Molto significativo anche il contributo del professore Raffaele Sacchi, docente del Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, che ha collocato il tema della produzione olivicola dentro una riflessione più ampia sul territorio e sulla sua tenuta ambientale. L’abbandono degli oliveti collinari, ha osservato, non è soltanto una perdita economica: significa anche perdita di presidio idrogeologico, desertificazione sociale delle aree interne e cancellazione progressiva di competenze tramandate da generazioni. In altre parole, difendere l’olivicoltura significa anche difendere il paesaggio e la memoria agricola di intere comunità. Sacchi ha inoltre messo in guardia dal rischio di puntare esclusivamente su modelli super-intensivi orientati ai volumi, perché una simile scelta potrebbe compromettere proprio ciò che rende unico l’olio italiano nel mondo: la biodiversità. L’Italia può contare su centinaia di varietà catalogate e su decine di denominazioni DOP, un patrimonio che non può essere sacrificato in nome di una standardizzazione produttiva che favorirebbe la quantità a scapito dell’identità.
Uno dei passaggi più incisivi del confronto è arrivato con l’intervento di Giuseppe Coletti, CEO di Authentico, che ha contestato una delle convinzioni più diffuse nel settore, cioè che il vero ostacolo alla crescita dell’olio italiano sia il prezzo elevato. La sua tesi è stata opposta: il nodo non è il prezzo, ma la fiducia. Una parte importante dei consumatori, infatti, è disponibile a spendere di più per un extravergine di origine certificata, ma pretende trasparenza, verificabilità e credibilità. Da qui la centralità della tracciabilità digitale, della certificazione di filiera e di strumenti innovativi, compresa la blockchain, capaci di accompagnare il consumatore dal campo alla bottiglia. Informazioni su cultivar, data di raccolta, frangitura e lotto possono trasformare l’acquisto in un gesto consapevole, rafforzando il legame tra produttore e mercato. In questo scenario, la vera sfida è uscire dalla commoditizzazione dell’olio, cioè da quella logica che assimila l’extravergine a un bene indistinto, valutato quasi soltanto in base a dinamiche di listino e promozione commerciale.
Toni ancora più netti ha usato Raffaele Amore, presidente dell’Associazione Olivicoltori Sanniti, che ha riportato l’attenzione sul peso delle frodi e delle dinamiche di concorrenza internazionale. Il settore dell’olio extravergine, ha ricordato, è tra i più esposti a contraffazioni e sofisticazioni nel panorama agroalimentare italiano. In questo quadro, desta particolare preoccupazione la prospettiva di un aumento del contingente a dazio zero per l’olio tunisino verso l’Unione Europea. Il punto critico, secondo Amore, non è la concorrenza in sé, ma il fatto che i prezzi di ingresso di alcuni oli esteri risultano incompatibili con i costi di produzione sostenuti dagli olivicoltori italiani. Quando il differenziale di prezzo diventa così ampio, il rischio è quello di distruggere un modello produttivo fondato su qualità, lavoro specializzato e presidio del territorio. Per questo il mondo produttivo chiede con forza non solo controlli più incisivi, ma anche una pianificazione regionale e nazionale capace di sostenere concretamente chi continua a coltivare e trasformare olive in contesti difficili, soprattutto nelle aree collinari e interne della Campania.
Dal confronto di Benevento è emersa quindi una linea precisa: la filiera dell’olio EVO campano ha bisogno di più tutela, più comunicazione e più strumenti di difesa economica e normativa. Le priorità indicate dai relatori convergono su alcuni assi fondamentali: estendere la tracciabilità obbligatoria a livello europeo, rafforzare le sanzioni contro frodi e pratiche sleali rendendole proporzionate ai fatturati, investire in un piano idrico nazionale che renda l’olivicoltura meridionale più resiliente di fronte al cambiamento climatico, educare i consumatori a riconoscere la differenza tra un vero extravergine e un prodotto di qualità inferiore, e potenziare i consorzi di tutela locali insieme alle azioni di promozione internazionale.
È proprio qui che il caso campano assume un valore emblematico. Sannio e Irpinia dispongono di cultivar autoctone di straordinaria qualità e di una tradizione produttiva che potrebbe rappresentare un punto di forza decisivo sui mercati, a condizione però che questa ricchezza venga narrata, certificata e difesa in modo coerente. La competitività futura non si giocherà soltanto sul terreno della produzione, ma su quello della reputazione, della capacità di raccontare il territorio e della possibilità di garantire al consumatore un’esperienza autentica, verificabile e distintiva.
Il convegno di Benevento ha dunque rilanciato una questione che va ben oltre il comparto agricolo. Parlare di olio EVO campano significa parlare di economia reale, di politiche agricole, di presidio ambientale, di identità locale e di credibilità del Made in Italy. Se l’olio continuerà a essere percepito e trattato come un semplice prodotto civetta, il rischio sarà quello di impoverire non soltanto una filiera, ma un intero patrimonio culturale e paesaggistico. Se invece istituzioni, produttori e mercato sapranno costruire un nuovo patto fondato su tracciabilità, tutela e valorizzazione dell’origine, allora l’olio campano potrà tornare a essere riconosciuto per ciò che è davvero: non una commodity, ma una delle espressioni più autentiche dell’eccellenza agroalimentare italiana.

