Dante Alighieri varca simbolicamente le porte del carcere di Poggioreale, a Napoli, per trasformare la letteratura in uno strumento di conoscenza, riflessione e speranza. Mercoledì 4 novembre 2026, alle ore 10, il rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, Andrea Mazzucchi, terrà una lezione dedicata al Sommo Poeta all’interno della Casa Circondariale di Napoli Poggioreale “Giuseppe Salvia”. Un appuntamento dal forte valore culturale e sociale, che mette al centro il diritto allo studio delle persone detenute e la possibilità di costruire, attraverso la formazione, nuovi percorsi di consapevolezza e reinserimento nella società.
L’incontro, intitolato “Leggere l’Inferno di Dante attraverso le immagini”, rientra nel progetto “Valiamo la pena”, promosso dal Polo Universitario Penitenziario della Federico II, e rappresenta un’ulteriore testimonianza dell’impegno dell’Ateneo napoletano nel portare l’università oltre i confini tradizionali delle aule accademiche, fino ai luoghi in cui l’accesso alla conoscenza incontra ostacoli particolarmente complessi.
La scelta di dedicare una lezione a Dante Alighieri non è casuale. La Divina Commedia, e in particolare l’Inferno, offre uno straordinario patrimonio di riflessioni sulla condizione umana, sulla responsabilità individuale, sulla giustizia, sulla colpa e sulla possibilità di cambiamento. Il viaggio del poeta attraverso i regni dell’oltretomba diventa così una metafora potente della ricerca di sé, del confronto con i propri limiti e della capacità di immaginare una trasformazione personale.
Nel contesto del carcere di Poggioreale, queste tematiche acquistano un significato ancora più profondo. La letteratura diventa un’occasione per interrogarsi sul rapporto tra le scelte individuali e le loro conseguenze, ma anche sulla necessità di non ridurre l’identità di una persona agli errori commessi. Il messaggio che accompagna l’iniziativa è chiaro: la pena non deve trasformarsi in esclusione definitiva e la cultura può rappresentare uno degli strumenti fondamentali per ricostruire un rapporto con se stessi e con la comunità.
Durante la lezione, il rettore Andrea Mazzucchi, filologo e autorevole studioso della tradizione dantesca, accompagnerà i partecipanti in un percorso attraverso le immagini che, nel corso dei secoli, hanno interpretato i personaggi, i luoghi e gli episodi dell’Inferno. Il dialogo tra parola scritta e rappresentazione visiva permetterà di avvicinarsi all’opera del Sommo Poeta da una prospettiva particolarmente coinvolgente, mostrando come l’arte sia riuscita a tradurre in figure e simboli le emozioni, le paure e i grandi interrogativi che attraversano il poema.
Le immagini diventano così una porta d’ingresso verso la complessità della Divina Commedia, rendendo più immediata la comprensione di un’opera che, a distanza di oltre sette secoli, continua a parlare alle generazioni contemporanee. Non soltanto un esercizio di interpretazione letteraria, dunque, ma un’esperienza di confronto con questioni universali come la libertà, il destino, la giustizia e il significato della responsabilità.
Al centro dell’iniziativa emerge soprattutto la convinzione che il diritto alla cultura e alla formazione debba essere garantito a ogni persona, indipendentemente dalla propria condizione. Un principio che il rettore Mazzucchi richiama con forza, sottolineando il ruolo pubblico e sociale dell’Università Federico II.
«L’Università ha il dovere di essere presente là dove il diritto alla conoscenza rischia di incontrare maggiori ostacoli. La formazione universitaria in carcere non è un’attività accessoria né una concessione: è una componente essenziale della missione pubblica dell’Ateneo», afferma il rettore.
Parole che definiscono una precisa visione dell’istruzione universitaria come diritto e opportunità di crescita. Studiare durante la detenzione non significa soltanto acquisire competenze o conseguire un titolo accademico, ma anche recuperare una dimensione di partecipazione attiva, coltivare capacità critiche e costruire prospettive per il futuro.
Lo stesso Mazzucchi evidenzia il valore particolare dell’incontro con l’opera dantesca in un istituto penitenziario: «Incontrare Dante in carcere significa anche misurarsi con la forza di un’opera che non smette di porre domande sulla responsabilità, sulla giustizia e sulla possibilità di cambiamento. La cultura non cancella il passato, ma può contribuire ad aprire un futuro diverso».
È proprio in questa riflessione che si concentra il significato più profondo del progetto “Valiamo la pena”. La cultura non viene presentata come uno strumento capace di cancellare automaticamente gli errori o le responsabilità individuali, ma come una possibilità concreta di maturazione. La conoscenza permette di riconoscere il proprio passato, comprenderne le conseguenze e sviluppare gli strumenti necessari per immaginare un percorso differente.
L’iniziativa di Poggioreale si inserisce in un lavoro più ampio che vede protagonista il Polo Universitario Penitenziario dell’Università Federico II, coordinato dalla professoressa Marella Santangelo. La responsabilità del progetto “Valiamo la pena” è affidata alla dottoressa Bianca Florio, componente del gruppo di supporto amministrativo del PUP.
Il Polo rappresenta una realtà consolidata nel panorama della formazione universitaria all’interno degli istituti penitenziari campani. Costituito presso il Centro Penitenziario “Pasquale Mandato” di Secondigliano, opera sulla base di un protocollo d’intesa sottoscritto nel dicembre 2018 con il Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria della Campania. Le sue attività non si rivolgono esclusivamente alle persone detenute a Secondigliano, ma coinvolgono anche altri istituti della regione e soggetti in esecuzione penale esterna.
I numeri illustrati dalla professoressa Marella Santangelo raccontano la portata di questo impegno. L’offerta formativa comprende 11 corsi di laurea triennale e 2 corsi di laurea magistrale, con circa 100 studenti iscritti e quasi 10 laureati. Un risultato significativo, soprattutto considerando le difficoltà organizzative, materiali e psicologiche che accompagnano lo studio durante la detenzione.
Un elemento particolarmente importante riguarda la presenza diretta dei docenti negli istituti penitenziari. Circa 70 professori ogni semestre entrano in carcere per svolgere le lezioni, garantendo un rapporto educativo che punta a mantenere standard accademici equivalenti a quelli dell’università tradizionale.
Come sottolinea Santangelo, l’obiettivo perseguito fin dalla fondazione del Polo è fare in modo che il titolo di studio conseguito in carcere abbia lo stesso valore e la stessa dignità di quello ottenuto nelle sedi universitarie.
Non si tratta di un aspetto esclusivamente formale. La possibilità di frequentare lezioni in presenza, confrontarsi con docenti e studiosi e sostenere un percorso di formazione rigoroso contribuisce a mantenere vivo il rapporto tra la persona detenuta e il mondo esterno, contrastando il rischio che l’esperienza carceraria si traduca in un isolamento culturale e sociale.
Studiare in carcere, tuttavia, significa affrontare difficoltà che vanno ben oltre quelle normalmente incontrate dagli studenti universitari. Le limitazioni degli spazi, le condizioni di vita quotidiana, le difficoltà psicologiche e le esigenze organizzative rendono il percorso accademico particolarmente impegnativo. Proprio per questo, ogni esame superato e ogni traguardo raggiunto acquistano un valore che supera il semplice risultato didattico.
La professoressa Marella Santangelo richiama infatti la determinazione degli studenti detenuti, sottolineando come l’impegno nello studio rappresenti una sfida personale e una dimostrazione della volontà di ricostruire il proprio futuro, andando oltre il reato e la pena.
In questo scenario, “Valiamo la pena” assume una funzione di collegamento tra il mondo universitario e quello penitenziario. Attraverso incontri di orientamento, lezioni, seminari e momenti di confronto con docenti e ricercatori, il progetto promuove l’accesso all’istruzione superiore e rafforza le opportunità formative delle persone detenute.
L’obiettivo non è soltanto aumentare il numero degli iscritti ai corsi universitari, ma contribuire alla costruzione di una relazione stabile tra istituzioni accademiche e sistema penitenziario. Una collaborazione che riconosce nella conoscenza uno strumento di dignità personale e nella formazione una componente fondamentale dei percorsi di reinserimento.
Il significato dell’iniziativa richiama direttamente il principio della funzione rieducativa della pena sancito dall’articolo 27 della Costituzione italiana. La detenzione, in questa prospettiva, non può esaurirsi nella privazione della libertà, ma deve accompagnarsi a opportunità reali di crescita e responsabilizzazione, nel rispetto della dignità della persona.
L’università può svolgere un ruolo importante in questo processo, offrendo strumenti di analisi, competenze professionali e soprattutto occasioni di dialogo e partecipazione. La presenza dei docenti negli istituti penitenziari testimonia la possibilità di costruire un rapporto tra due realtà apparentemente distanti, ma accomunate dalla responsabilità di contribuire alla crescita della società.
La lezione su Dante Alighieri rappresenta quindi molto più di un evento culturale. È il simbolo di un’università che sceglie di entrare nei luoghi della marginalità, riconoscendo nella persona detenuta non soltanto un soggetto chiamato a rispondere delle proprie azioni, ma anche un individuo capace di apprendere, riflettere e cambiare.
Il viaggio di Dante nell’Inferno, segnato dall’incontro con storie di colpa, sofferenza e responsabilità, offre uno spazio simbolico per affrontare interrogativi che riguardano l’esperienza umana nella sua interezza. L’idea stessa del cammino, della presa di coscienza e della trasformazione rende il poema particolarmente significativo all’interno di un percorso educativo in carcere.
In fondo, il messaggio che emerge dall’incontro promosso dalla Federico II è che nessuna persona dovrebbe essere privata della possibilità di confrontarsi con il sapere e di progettare il proprio futuro. La cultura non sostituisce la giustizia e non elimina la responsabilità, ma può contribuire a rendere concreto quel processo di cambiamento che costituisce una delle finalità fondamentali della pena.
Con la presenza del rettore Andrea Mazzucchi nella Casa Circondariale di Poggioreale, l’Ateneo napoletano ribadisce dunque una missione che va oltre la didattica e la ricerca: essere una comunità di conoscenza aperta, capace di riconoscere il valore di ogni persona e di costruire ponti anche dove le barriere fisiche e sociali sembrano più difficili da superare.
Mercoledì 4 novembre, tra le mura del carcere napoletano, le parole e le immagini dell’Inferno diventeranno così l’occasione per parlare non soltanto di letteratura, ma anche di libertà interiore, responsabilità e speranza. Perché il viaggio del Sommo Poeta, iniziato nella selva oscura, continua ancora oggi a ricordare che la conoscenza può illuminare anche i percorsi più difficili e aprire nuove possibilità di cambiamento.
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