Tra Via dei Tribunali e le pieghe più profonde del centro antico, il Complesso Monumentale del Purgatorio ad Arco non è solo un luogo: è una soglia. Ed è proprio alla soglia che lavora Allegra Hicks, quando decide di “scendere” negli antri barocchi della chiesa e di farli risuonare con un progetto pensato per non restare mai neutro, né decorativo. Intermezzo — mostra personale curata da Adriana Rispoli e realizzata in collaborazione con Progetto Museo — è annunciata dal 20 febbraio al 30 marzo 2026: un arco di tempo breve, ma intenzionalmente denso, come se l’opera avesse bisogno di una durata umana, non museale, per compiersi nel corpo di chi guarda.
Il titolo, “Intermezzo”, non promette un approdo: parla di sospensione, di attesa, di quel tratto intermedio che separa e insieme unisce. Nella scrittura critica che accompagna il progetto, la mostra viene descritta come una condizione “meta-temporale” e “meta-spaziale”, in cui l’arte non esiste in astratto ma accade nel rapporto con lo spazio e soprattutto con il pubblico. È un punto decisivo: non si entra al Purgatorio ad Arco come in una white cube, si entra come in un organismo di pietra, memoria e rito; e l’opera, per esistere, deve accettare di contaminarsi con l’altare, con il buio, con la devozione popolare, con la tradizione delle “anime pezzentelle” e con quel sentimento napoletano per cui la morte non è mai completamente separata dalla vita.
In questo paesaggio verticale — “un sopra di diavoli e un sotto di santi o viceversa” — l’intervento di Hicks si impone e insieme si trattiene. L’installazione a crochet, monumen maggiore come un gesto lento che diventa architettura: non illustra il sacro, lo mette in tensione. Il filo, qui, non è un materiale; è tempo sedimentato, ripetizione, disciplina, resistenza. La manualità, spesso confinata nella sfera domestica e femminile, viene spostata dove non “dovrebbe” stare: nel cuore di uno spazio liturgico. Ed è proprio questo spostamento a creare una frizione politica e simbolica, perché incrina gerarchie antiche — arte e artigianato, pubblico e privato, opera e cura — trasformando un gesto quotidiano in un atto di presenza.
Il corpo, paradossalmente, è centrale ma non si mostra. È il corpo dell’artista che agisce sotto il peso di “cinquemila metri di cotone”, è il corpo evocato in forme ambigue: il barlume di un feto, un possibile cordone ombelicale, persino l’immagine del cranio dell’artista trasformato in supporto. Il risultato non è narrativo nel senso tradizionale; è un raa grammatica di soglie in cui la figura umana affiora come traccia, come impronta, come chiamata. E mentre l’occhio prova a “leggere” la materia, il suono lavora più in profondità: diverse presentazioni della mostra insistono su un elemento sonoro “ancestrale”, capace di richiamare corpo e terra, come se la discesa nel sottosuolo avesse bisogno anche di un’eco primordiale per compiersi davvero.
Non è un caso che un’installazione del genere scelga il Purgatorio ad Arco. Qui la spiritualità non è un’idea astratta: è un archivio collettivo di gesti, nomi mancanti, cure affidate a mani anonime. L’opera di Hicks sembra aderire a questa logica senza imitarla: trasforma il vissuto privato in esperienza condivisa, co popolari, dove la cura è insieme intima e comunitaria. Lo spettatore non “assiste” soltanto: viene trattenuto in quell’intervallo dove i confini restano instabili — interno ed esterno, visibilità e pulsazione, presenza e assenza — e dove l’arte smette di essere oggetto per diventare condizione.
C’è, infine, un punto che resta addosso anche quando si risale in superficie: Intermezzo non chiede di scegliere tra vita e morte, ma di sostare nella zona in cui si toccano, si sovrappongono, forse si dissolvono l’una nell’altra. È un’idea che la stessa Hicks sintetizza in modo netto: non interessa l’opposizione, interessa l’intervallo che lega. E allora la mostra assomiglia a una pratica di attenzione: vedere “con gli occhi della orpo dell’anima”. Non una risposta, ma un’esperienza di sospensione, dove la vita persiste non come forma compiuta, bensì come tensione.
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(foto fornite dall’Ufficio stampa in allegato al comunicato)





