di Manuela Raguccci
In un’epoca musicale che corre veloce, inseguendo mode usa-e-getta e numeri da algoritmi, Classico arriva come un atto di resistenza. Il nuovo singolo di Tueff & Tony Joz non è solo una traccia Boom Bap: è una dichiarazione d’identità, un posizionamento netto dentro la storia dell’Hip Hop e dentro la tradizione popolare napoletana, senza compromessi, senza scorciatoie.

Prodotto dallo stesso Tueff, Classico affonda le radici nel rap conscious, quello che nasce come tessuto sociale prima ancora che come intrattenimento. Il videoclip, diretto da Frank Castiglione per 78frame, rafforza il messaggio visivo e simbolico del brano con le immagini girate a Pomigliano d’Arco, sotto il murales dedicato a Marcello Colasurdo, figura centrale e guida morale dell’intero progetto.
Accanto a lui, nel testo e nella memoria, anche Alan Wurzburger, chansonnier viscerale e indipendente, citato come esempio di autenticità assoluta. Classico non guarda al presente effimero, ma a un tempo lungo, quello in cui la musica continua a vivere perché ha qualcosa da dire.
Con Classico, Tueff e Tony Joz riaffermano una visione precisa: il rap come cultura, come responsabilità, come memoria viva. Un brano che non cerca il consenso immediato ma la durata, che non rincorre il presente ma si ancora a una storia che continua a pulsare finché qualcuno è disposto ad ascoltarla davvero.
Perché, come insegna il Boom Bap, il tempo non è quello delle mode: è quello delle coscienze.
Abbiamo parlato con Tueff per approfondire il senso di questo lavoro, il rapporto con la tradizione, i limiti della contaminazione e l’idea di musica come atto umano prima che artistico.
INTERVISTA A TUEFF
“Classico” si apre come una vera dichiarazione d’intenti. Cosa significa oggi, per te, usare questa parola in un’epoca che sembra inseguire solo il nuovo e il veloce?
Il Classic, il Boom Bap in America esiste da cinquant’anni perché è parte del tessuto sociale ed è anche parte di un mercato reale, che mantiene, che regge l’urto.
Il problema è l’Italia: un paese morto anche da questo punto di vista. Un paese che si crogiola, si impettisce sulla sua storia e sulle sue bellezze artistiche, ma poi non fa nulla per mantenere quel livello. Per me è il contrario di quello che si racconta: l’Italia non è un paese “avanti”, è un paese lento, di modaioli, non di moda, che è una cosa diversa.
Purtroppo anche Napoli, nell’ultimo periodo, si è un po’ allineata. Ma io non cambio per piacere agli altri.
Nel brano intrecci Hip Hop e radici popolari napoletane senza che una snaturi l’altra. Qual è il confine che, secondo te, non va mai superato quando si parla di contaminazione?

Le mie tradizioni le conosco bene, le vivo e le rispetto. Così come conosco bene la storia della cultura Hip Hop. Vanno rispettate entrambe.
Sono come i binari di un treno: servono entrambi per farlo andare avanti, ma non si devono incrociare.
Il rap nasce in America: Kool Herc, Afrika Bambaataa, passando per Eric B. & Rakim, il Wu-Tang Clan… potremmo fare un elenco infinito. Quella è la mia matrice.
La tradizione napoletana ha avuto la sua evoluzione: da Benedetto Croce a Carosone, dai Napoli Centrale alle posse. C’è tantissimo da cui attingere.
Ma non puoi mettere il formaggio sugli spaghetti con le vongole.
Non puoi raccontare che il rap sia nato in Italia, a Napoli o altrove: altrimenti anche le poesie greche potrebbero essere definite rap. Ma non lo sono. Non è quello che mi ha fatto amare questa musica, questa cultura, questo stile di vita.
Altrimenti ti ritrovi la macchietta: si parla di rap, ma col rap non c’entra nulla. Il problema non è solo di chi lo fa, ma di chi glielo fa credere. Molte contaminazioni sono come quel formaggio di prima.
I miei esempi, se parliamo di rap, vengono prima dall’America. Poi certo, ci sono tante persone che stimo nel panorama rap napoletano e italiano.
Marcello Colasurdo è una presenza centrale, non solo simbolica. Che tipo di insegnamento umano e artistico ti ha lasciato e come continua a “parlarti” oggi attraverso la sua memoria collettiva?
Quando sono stato a Pomigliano mi sono reso conto che Marcello, per la sua gente, è ancora vivo.
Al di là del murales bellissimo voluto dal mio amico Vincenzo Ciccarelli, che mi ha fatto avere un’accoglienza speciale. Io sono molto legato alla tradizione e ai tammorrari, e Marcello mi ha lasciato tantissimo.
Ricordiamoci sempre che sono un Brigante pe’ Ammore. Marcello era coerenza, appartenenza, rispetto. Era musica come atto sociale, come voce collettiva. E questo resta, anche adesso.
In “Classico” citi anche Alan Wurzburger come esempio di viscerale autenticità. Quanto conta, per te, l’idea di musica come atto umano prima ancora che artistico?
Alan era speciale. Era viscerale. Era Napoli. Uno che non si è mai venduto. Ricordo quando andai a trovarlo nel suo trullo: nemmeno il navigatore sapeva dove fosse. Alan era al di sopra di tutto, anche del satellite.
Restare se stessi e avere qualcosa da dire è fondamentale. Il nonsense nel rap può anche essere bello: io stesso, che amo il rap, mi ritrovo a dire “che malattia che ha fatto?” (che skills pe’ ce capì!), ma spesso resta fine a se stesso, o comprensibile solo a chi è malato come noi di rap.
Io credo che, qualunque sia il genere, un testo musicale debba sempre dire qualcosa, lasciare una riflessione a chi ascolta. La musica, prima di essere artistica, deve essere umana.
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(Credit foto: Davide Aronica – Courtesy of Press Office)
