La fuga dei cervelli continua a rappresentare una delle emergenze più profonde per l’Italia e, in particolare, per il Mezzogiorno. Non si tratta soltanto della partenza di migliaia di giovani alla ricerca di migliori opportunità professionali, ma della progressiva perdita di competenze, energie e capacità innovative che potrebbero contribuire allo sviluppo dei territori. A lanciare l’allarme è Antonina Terranova, presidente nazionale della Federazione Medie e Piccole Imprese (FMPI), che propone un nuovo modello capace di mettere in relazione formazione, lavoro, artigianato, innovazione digitale e trasmissione intergenerazionale delle competenze.
Secondo Terranova, molti giovani meridionali non considerano più il trasferimento verso il Centro-Nord o all’estero come una scelta personale, ma come una necessità. Le ragioni sono legate alla difficoltà di trovare un’occupazione coerente con il proprio percorso formativo, alla debolezza dei collegamenti tra scuola, università e imprese, alla precarietà e alla mancanza di prospettive economiche e professionali adeguate.
Il fenomeno descritto dalla presidente di FMPI trova riscontro anche nei dati più recenti. Secondo il rapporto realizzato da SVIMEZ e Save the Children, tra il 2002 e il 2024 quasi 350 mila laureati meridionali con meno di 35 anni hanno lasciato il Sud per trasferirsi nel Centro-Nord. Considerando i rientri, la perdita netta è stata di circa 270 mila giovani qualificati. Nello stesso periodo, oltre 63 mila laureati under 35 sono partiti dal Mezzogiorno verso l’estero. Nel solo 2024, la perdita netta complessiva del Sud, tra mobilità interna ed emigrazione internazionale, è stata quantificata in circa 24 mila giovani laureati.
Anche gli indicatori demografici dell’Istat confermano una persistente frattura territoriale. Nel 2025 il Centro-Nord ha registrato un saldo migratorio interno positivo di circa 45 mila persone, mentre il Mezzogiorno ha perso lo stesso numero di residenti. Le maggiori perdite assolute hanno riguardato Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, mentre la Basilicata ha fatto registrare uno dei tassi migratori negativi più elevati.
Per Antonina Terranova, il problema non riguarda esclusivamente il numero delle partenze, ma anche l’incapacità del sistema italiano di valorizzare pienamente le attitudini dei giovani. L’università continua a fornire una preparazione teorica di qualità, ma troppo spesso manca un raccordo efficace con il lavoro operativo e con le competenze richieste dalle imprese. Il rischio è quello di costruire percorsi formativi che non riescono a trasformarsi in occasioni concrete di crescita professionale e produttiva.
«Il Made in Italy non vive solo di titoli: vive di mani sapienti, di sartoria, di meccanica di precisione, di restauro e di tanto altro», sottolinea la presidente di FMPI, richiamando la necessità di integrare il sapere intellettuale con la maestria tecnica. L’obiettivo dovrebbe essere quello di superare la tradizionale contrapposizione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, riconoscendo il valore economico, culturale e sociale delle professioni tecniche e artigianali.
È in questo contesto che nasce la proposta di istituire la figura del “Maestro di Bottega 4.0”, un professionista esperto capace non soltanto di trasmettere conoscenze pratiche alle nuove generazioni, ma anche di guidare la transizione digitale all’interno delle aziende. Il maestro dovrebbe diventare il punto di collegamento tra esperienza, tecnologia e formazione, accompagnando i giovani nell’utilizzo consapevole dell’intelligenza artificiale e degli strumenti digitali.
Il modello immaginato da FMPI si fonda su uno scambio reciproco. Il lavoratore senior trasmette il senso del mestiere, la capacità di valutare materiali e processi, l’attenzione alla qualità e quel patrimonio di conoscenze che spesso non può essere appreso attraverso un manuale. Il giovane, a sua volta, può aiutare il maestro e l’impresa nell’adozione delle tecnologie digitali, dei sistemi di automazione e delle applicazioni basate sull’intelligenza artificiale.
Per Terranova, infatti, l’intelligenza artificiale non deve sostituire l’essere umano, ma potenziarne le capacità. Nelle piccole e medie imprese la tecnologia dovrebbe servire a rendere più competitiva e replicabile la qualità artigiana, senza cancellarne l’identità. L’algoritmo può supportare la progettazione, l’organizzazione della produzione, l’analisi dei dati e l’accesso ai mercati internazionali, ma resta indispensabile l’esperienza critica delle persone. Senza la centralità dell’uomo, sostiene la presidente, l’innovazione rischia di trasformarsi in una forma di standardizzazione che indebolisce proprio ciò che rende unico il Made in Italy.
La questione riguarda l’intero sistema produttivo nazionale. Il Made in Italy non coincide soltanto con le botteghe artigiane, ma comprende il design industriale, la meccanica, la moda, il restauro, l’agroalimentare di qualità e i distretti manifatturieri. Per questo FMPI propone la costruzione di vere e proprie “filiere della conoscenza”, nelle quali progettazione avanzata, sostenibilità ambientale, competenze tecniche, comunicazione e innovazione diventino elementi integrati.
Il tema delle competenze è particolarmente urgente. I dati del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, mostrano che nel 2025 le imprese italiane hanno incontrato difficoltà nel reperire il 47% dei profili professionali programmati. Le criticità hanno interessato in modo significativo laureati, diplomati degli ITS Academy, tecnici e lavoratori specializzati.
La situazione è rimasta complessa anche nel 2026. A giugno risultava difficile reperire il 42% delle figure ricercate dalle aziende, pari a circa 261 mila profili. La difficoltà saliva al 56,4% per gli operai specializzati e al 51,8% per le professioni tecniche, con percentuali particolarmente elevate per meccanici, manutentori, fabbri e tecnici dei processi produttivi e dell’ingegneria.
Questi numeri evidenziano un paradosso: mentre migliaia di giovani lasciano il Sud e l’Italia perché non trovano opportunità adeguate, numerose imprese non riescono a individuare i lavoratori di cui hanno bisogno. Il problema, quindi, non è soltanto la scarsità di occupazione, ma il mancato incontro tra domanda e offerta, la debolezza dell’orientamento, l’insufficiente formazione sul campo e la scarsa attrattività economica e sociale di molte professioni tecniche.
Proprio per questo Antonina Terranova contesta la marginalizzazione degli istituti professionali, ancora troppo spesso considerati percorsi formativi di secondo livello. Un pregiudizio che, secondo la presidente di FMPI, produce conseguenze negative per l’intero sistema Paese. Le imprese hanno urgente bisogno di tecnici altamente specializzati, ma queste professioni possono tornare attrattive soltanto garantendo riconoscimento sociale, possibilità di carriera e salari proporzionati alle competenze.
La dignità economica di un tecnico qualificato, sostiene Terranova, dovrebbe essere equiparata a quella di un profilo manageriale. La rivalutazione della formazione professionale non può quindi limitarsi a una campagna di comunicazione, ma deve passare attraverso contratti migliori, percorsi di crescita chiari e un rapporto più stretto tra istituti scolastici, ITS, università e aziende.
La proposta avanzata da FMPI prevede un piano d’azione fondato su tre direttrici. La prima è la semplificazione burocratica per le imprese che investono nell’apprendistato e nella formazione. La seconda è la valorizzazione economica, attraverso incentivi fiscali collegati alla formazione tecnica e alla meritocrazia salariale dei maestri tutor. La terza è la collaborazione educativa, con l’integrazione tra aula e laboratorio aziendale e la trasformazione delle piccole e medie imprese in veri hub di innovazione.
Per realizzare questo modello sarà necessario un coinvolgimento coordinato delle istituzioni, del mondo produttivo, della scuola, delle università e del Terzo Settore. Il “Maestro di Bottega 4.0” dovrebbe essere una figura riconosciuta e certificata, inserita in un sistema nazionale capace di sostenere concretamente il tutoraggio, l’apprendistato e il passaggio delle competenze tra generazioni.
La sfida è creare le condizioni affinché partire torni a essere una libera scelta e non un obbligo. Il rapporto SVIMEZ 2025 ha stimato che le migrazioni dei laureati comportano per il Mezzogiorno una perdita di investimenti in formazione pari a circa otto miliardi di euro ogni anno. Nello stesso rapporto si evidenzia che, nonostante la crescita dell’occupazione meridionale, tra il 2021 e il 2024 circa 175 mila giovani hanno lasciato il Sud.
Trattenere i talenti non significa impedire ai giovani di viaggiare o di maturare esperienze fuori dalla propria regione. Significa permettere loro di tornare, offrendo opportunità professionali credibili, retribuzioni dignitose, servizi efficienti e ambienti produttivi capaci di valorizzare le competenze. Significa soprattutto trasformare il patrimonio artigianale e manifatturiero italiano in un terreno di innovazione, nel quale la tradizione non sia conservata passivamente, ma utilizzata per costruire nuovi prodotti, nuovi processi e nuovi mercati.
«Vogliamo costruire un sistema dove il talento non sia costretto all’esilio», conclude Antonina Terranova. Una prospettiva nella quale l’intelligenza artificiale e la maestria delle mani non siano considerate forze contrapposte, ma parti dello stesso progetto di sviluppo. Il futuro del Made in Italy potrebbe dipendere proprio dalla capacità di unire queste due dimensioni: la precisione della tecnologia e l’esperienza umana, l’innovazione dei giovani e il sapere dei maestri.
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(foto fornita dall’Ufficio stampa in allegato al comunicato)
