La politica italiana è tornata protagonista con una decisione che potrebbe cambiare il calendario del referendum costituzionale sulla giustizia, originariamente fissato per il 22 e 23 marzo 2026. Dopo la raccolta di oltre mezzo milione di firme da parte di un gruppo di cittadini promotori, l’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione ha accolto una riformulazione del quesito referendario, che sostituisce quello approvato in precedenza e inserisce riferimenti puntuali agli articoli della Costituzione coinvolti dalla riforma della magistratura.
La modifica non riguarda l’oggetto sostanziale del referendum – che rimane il voto di conferma sulla legge costituzionale che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri e ridefinisce l’organizzazione degli organi di autogoverno – ma specifica in maniera più dettagliata gli articoli costituzionali modificati dal Parlamento con il testo pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253/2025.
Secondo la nuova ordinanza, notificata alle istituzioni dello Stato e ai promotori della richiesta referendaria, «cade il vecchio quesito del referendum» e se ne formula uno nuovo, che sarà immediatamente comunicato anche al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Presidenti delle Camere.
Questo passaggio tecnico ha rimescolato le carte sul calendario: gli esperti costituzionalisti osservano che la data del voto — formalmente già indetta tramite decreto del Presidente della Repubblica — potrebbe restare confermata, ma non è escluso che si debba procedere con una riapertura dei termini per la campagna elettorale e l’organizzazione delle operazioni di voto, soprattutto se venissero presentati ricorsi motivati a tutela dei promotori o dei diritti degli elettori.
Tale evoluzione arriva in un contesto in cui il referendum costituzionale era stato già oggetto di contestazioni legali: in precedenza il TAR del Lazio aveva respinto un ricorso contro la fissazione del voto, confermando la legittimità delle date di marzo, e ora la decisione della Cassazione apre una nuova fase di confronto istituzionale e politico.
Per gli elettori italiani si profila così una consultazione che resta cruciale non solo per l’organizzazione interna della magistratura, ma anche come banco di prova per la partecipazione civica nel delicato equilibrio tra riforme istituzionali e democrazia diretta.
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