La nuova grande mostra Nicola Samorì | Classical Collapse, allestita tra la Pinacoteca Ambrosiana di Milano e il Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli, si presenta come uno degli eventi artistici più rilevanti del 2025–2026. Non una doppia esposizione, ma un unico progetto unitario che attraversa due città, due identità culturali e due modi opposti di intendere la storia dell’arte. Il percorso, curato da Demetrio Paparoni, Alberto Rocca ed Eike Schmidt, propone oltre cinquanta opere del maestro romagnolo, collocate in dialogo diretto con capolavori rinascimentali e barocchi delle collezioni permanenti.
Il cuore del progetto è la tensione che Samorì esercita sul patrimonio figurativo occidentale: un lavoro di scavo, riscrittura, abrasione e riattivazione della memoria visiva che non celebra il classico, ma lo mette alla prova. Una sfida frontale all’idea di tradizione come spazio immobile, che si trasforma in un corpo a corpo tra materia e tempo. Come dichiarato dai curatori, l’artista compie un’operazione critica che fa emergere la profondità concettuale delle nostre eredità iconiche, trasformando ogni opera in un varco tra ciò che siamo e ciò che eravamo.
A Milano, nella storica Ambrosiana, il progetto trova uno dei suoi epicentri in un monumentale dipinto di Nicola Samorì, cinque metri per dieci, concepito per dialogare con il cartone preparatorio della Scuola di Atene di Raffaello. Qui l’artista lavora sulla vanitas, sulle nature morte dipinte su marmo e rame, sulle incisioni e sugli sfregi che riportano alla superficie la fragilità del corpo umano e del suo simulacro. Una parte significativa è dedicata al dialogo con Agostino Busti detto il Bambaia, con Adolfo Wildt e, in filigrana, con Lucio Fontana, genealogia naturale delle torsioni e degli scavi di Samorì. Nella Cripta del Santo Sepolcro, le sculture lignee verticali creano un effetto di selva mistica che amplifica la potenza dello spazio romanico.
A Napoli, protagonista è il Barocco. La mostra si apre davanti alla Madonna del velo di Sebastiano del Piombo, per poi attraversare le sale in cui le opere dell’artista si confrontano con Pontormo, Parmigianino, Ribera, El Greco. Il tema della pelle—intesa come superficie pittorica e come metafora del corpo—iscrive le opere in una tensione continua tra materia e ferita. Qui Samorì non si limita a reinterpretare i maestri del passato: li scortica, li attraversa, li riapre. Nelle sale della Sala Causa, completamente restaurata per l’occasione, la luce e le tonalità costruiscono una scenografia immersiva in cui creazione e rovina diventano un unico gesto.
Il progetto, come sottolineano i direttori dei musei, unisce simbolicamente Nord e Sud, razionalità ambrosiana e sensualità barocca, dimostrando come il contemporaneo sia una stratificazione costante e mai un gesto isolato. Nicola Samorì, definito “un colto genio creativo” capace di strappare e riscrivere le pagine della storia dell’arte, porta il pubblico a riflettere sulla plasticità della tradizione e su come ogni immagine sia, in fondo, un campo di battaglia tra passato e futuro.
La mostra, arricchita da un catalogo di oltre trecento pagine edito da Moebius, si conferma come una delle più vaste e importanti dedicate all’artista, segnando la riapertura della Sala Causa di Capodimonte e sancendo una collaborazione museale di respiro nazionale. Un’esperienza immersiva, critica ed emotiva che invita a guardare il classico non come un monumento, ma come un organismo vivo in continua metamorfosi.
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(immagini fornite dall’Ufficio stampa in allegato al comunicato)








