di Manuela Ragucci
Dal 12 settembre all’11 ottobre 2026, gli spazi del Bar Scio’ di Vico Buongiorno 1 ospitano Hidden Light Napoli, la prima mostra personale di Bruno Mottola, un progetto fotografico nato dal ritorno dell’autore nella città in cui, quasi vent’anni fa, aveva iniziato il proprio percorso artistico.
Un ritorno che non ha nulla di nostalgico. Napoli, nel frattempo, è cambiata, ma è cambiato anche Bruno. Dopo gli anni trascorsi tra Londra e Barcellona, a contatto con mondi e linguaggi diversi della fotografia, Mottola si ritrova davanti a una città che gli appartiene e che, allo stesso tempo, deve imparare nuovamente a guardare.
È da questa distanza tra memoria e presente che nasce Hidden Light: dalla necessità di osservare Napoli senza affidarsi alle immagini già conosciute, senza cercare la città da cartolina, ma lasciandosi sorprendere da ciò che accade davanti agli occhi. Vicoli, facciate, piazze, geometrie, figure e gesti quotidiani diventano materia di una ricerca costruita sulla relazione tra spazio, presenza e luce.
La luce, nel lavoro di Mottola, non serve però semplicemente a mostrare. Seleziona, interrompe, rivela e contemporaneamente nasconde. È nell’alternanza con l’ombra che le immagini trovano il proprio equilibrio e che Napoli smette di essere soltanto un luogo da fotografare per diventare qualcosa di più intimo: uno spazio attraverso cui guardare e, forse, guardarsi.
La fotografia di Bruno nasce da una formazione che affonda le radici nel Liceo Artistico di Napoli e si sviluppa poi attraverso esperienze internazionali e linguaggi diversi: dalla moda alla fotografia editoriale, dall’architettura agli interni, dal ritratto alla street photography, fino al reportage. Un percorso che gli ha permesso di costruire nel tempo uno sguardo attento soprattutto alla relazione tra luce, spazio e presenza umana.
Con Hidden Light Napoli, quel percorso torna al punto di partenza, ma lo fa con occhi diversi. Quella che emerge non è soltanto la città ritrovata dopo vent’anni, ma la città attraversata da un nuovo modo di vedere. E proprio in questo incontro tra ciò che si ricordava e ciò che oggi si scopre, tra ciò che la luce rivela e ciò che l’ombra continua a custodire, prende forma il senso più profondo del progetto.
“Come insegna Jung, la luce acquista senso solo nel confronto con la propria ombra: non c’è trasformazione senza la disponibilità a guardare ciò che di noi rimane nell’oscurità.”
Un progetto che nasce dal coraggio: il coraggio di mostrare le proprie fragilità, le disillusioni, le proprie ferite, ma anche sogni e progettualità, che convergono e trovano casa nel rapporto con la città. Una città che non è vista né come madre né come matrigna, ma forse, da questo punto di vista, come una città-oracolo, capace di mostrare e, attraverso se stessa, di disvelare contemporaneamente l’animo di chi la sta guardando.
In questo caso Bruno è l’alchimista di questo processo: attraverso il suo modo di scendere all’interno di sé, riesce a compiere l’alchimia di trasformare la pesantezza del suo piombo in oro. E ritorna, ancora, il tema dell’oscurità e della luce, che si fa maestra come nella grande lezione di Caravaggio: la luce è necessaria così come l’oscurità, in un gioco di alternanza e di equilibrio.
E, proprio come in Caravaggio, non c’è una città morbida, accogliente, accomodante. C’è una città che si mostra attraverso le fenditure, gli spigoli, ciò che è scomodo. Perché la verità è scomoda, laddove l’oleografia sarebbe un posto sicuro dove soggiornare, al prezzo di scorci da cartoline conosciute. La lezione di Hidden Light è forse proprio questa: avere il coraggio di guardare oltre la superficie, là dove la luce e l’ombra si incontrano e dove la città, mentre si lascia guardare, finisce per guardare a sua volta chi la attraversa.
In questi scatti, c’è l’attesa, c’è l’intenzione che parte dal momento in cui si esce fino a quello in cui l’opera risulta finita. Non puro virtuosismo, o divertissement. Qui l’arte assolve appieno al suo compito di scendere in profondità e restituire verità e bellezza.
Intervista
Dopo quasi vent’anni lontano da Napoli, cosa hai trovato tornando? E cosa, invece, hai dovuto imparare a guardare di nuovo? Perché tornare in un luogo che ci appartiene non significa necessariamente ritrovarlo uguale. A volte è la città a essere cambiata, altre volte siamo noi. E forse Hidden Light nasce proprio da questo incontro tra ciò che ricordavi e ciò che hai trovato.
Napoli è cambiata tanto negli ultimi 20 anni, è sicuramente una città più matura e leggermente migliorata nell’accettare i cambiamenti… Ma quello che sicuramente è cambiato molto sono io. Ritornare a vivere Napoli dopo tanto tempo non è stato per nulla facile, ho avuto delle grosse difficoltà di adattamento, avevo bisogno di sentirmi parte di un qualcosa, di ritrovare una mia appartenenza che fino a quel giorno avevo dato per scontata… Diciamo che la scelta di vivere nella Sanità non è stata casuale. In questo rione c’è un’energia fortissima, una sinergia tra abitanti, commercianti e turisti che raramente ho trovato in altre città… Fin dall’inizio, anche se sono stato praticamente adottato dal quartiere, mi sono sentito parte di qualcosa, ed è stato proprio lì che è iniziato il mio cambiamento… Avevo solo bisogno di risentirmi parte di una comunità.
In queste fotografie sembra che tu non voglia semplicemente illuminare Napoli, ma restituirle anche le sue ombre. Quanto è importante, per te, non averle cancellate?
Fondamentale è stato trovare un linguaggio personale per rappresentare la mia visione della città. L’oscurità, nel mio progetto, ha valore tanto quanto la luce, entrambe creano e riempiono lo spazio, entrambe donano equilibrio… Un equilibrio che non è solo fotografico, ma che entra più nel profondo, plasmando non solo le strade e le piazze di Napoli, ma anche chi le attraversa e le vive quotidianamente.
La luce nel tuo lavoro non sembra avere il compito di mettere tutto a fuoco. Al contrario, lascia qualcosa nell’ombra, qualcosa che non si concede immediatamente allo sguardo. È anche un modo per fare pace con una città senza doverla idealizzare?
Sì, credo sia anche un modo per riconciliarmi con Napoli, ma soprattutto per guardarla senza doverla idealizzare. Uno dei miei desideri principali era proprio quello di non costruire un’immagine della città basata su stereotipi comuni. Non volevo raccontare una Napoli migliore o peggiore di quella reale, volevo semplicemente rappresentarla per quello che è attraverso il mio modo di vederla. La luce, in questo senso, mi permette di scegliere cosa mostrare e cosa lasciare fuori, non deve necessariamente illuminare tutto, anzi, spesso è proprio l’ombra a suggerire qualcosa, a lasciare spazio all’immaginazione. Forse è proprio questo che mi ha permesso di riappacificarmi con la città: smettere di cercare la Napoli che ricordavo o quella che mi aspettavo di trovare e iniziare semplicemente ad osservarla.
La tua Napoli è fatta di dettagli, di attese, di persone che attraversano un raggio di sole, di muri e geometrie che per un istante diventano altro. Cosa cerchi davvero quando fotografi: qualcosa che conosci già o qualcosa che non avevi ancora visto? Perché forse fotografare questa città, dopo essersene allontanati, significa anche accettare di non possederne più la memoria. E lasciare che sia la realtà presente a sorprenderti.
In realtà, fin dall’inizio ho cercato di guardare Napoli come se la vedessi per la prima volta. Dopo tanti anni lontano, non volevo tornare con l’idea di fotografare quello che già conoscevo o che ricordavo. Ho cercato piuttosto di mettere da parte la memoria e di osservare la città con la curiosità di chi la sta scoprendo, mi sono lasciato coinvolgere molto dalla sua architettura, dalle geometrie, dai palazzi, dai vicoli e dagli spazi che cambiano continuamente a seconda della luce. E poi dalle persone, da come entrano in questi spazi e per un attimo sembrano diventarne parte. Credo sia stato importante riformulare il modo di osservare, mettendo da parte quello che ricordavo e sforzandomi di rappresentare quello che vedevo in quel momento.
Questa è la tua prima personale e arriva proprio nel luogo da cui era cominciato il tuo percorso. Se Hidden Light fosse una forma di dialogo con il Bruno che vent’anni fa è partito da Napoli, cosa gli diresti oggi? Non tanto per raccontargli dove sei arrivato, ma per dirgli cosa hai capito tornando indietro.
Gli direi di osare di più, di non avere paura di uscire dai programmi, di mettere un po’ da parte le aspettative e quello che pensa di dover fare. Credo di aver capito che la vita non si può programmare davvero, perché è fatta di imprevisti, di cose che non avevi preventivato, di incontri, di occasioni che arrivano quando meno te lo aspetti e che magari ti portano in una direzione completamente diversa da quella che avevi immaginato. Forse è proprio questo il bello: non sapere esattamente dove stai andando. A volte pensi di aver perso tempo o di esserti allontanato dalla strada che avevi scelto, e poi ti accorgi che proprio quelle deviazioni ti hanno portato dove sei adesso. Quindi sì, gli direi di osare. Di godersi un po’ di più quello che succede lungo il percorso e non dare troppo peso ai programmi che si era fatto. Perché non sai mai dove ti porterà la strada.
Permettimi di aggiungere una cosa a cui tengo molto. La mia Napoli non è fatta solo di luoghi, strade, piazze e persone che ho fotografato. Una parte importante di questo progetto appartiene anche alle persone che mi sono state vicine, che mi hanno ispirato, incoraggiato e, in alcuni momenti, anche spinto a proseguire il mio percorso. Ringrazio innanzitutto chi mi ha dato la possibilità di esporre le mie fotografie in quel luogo che è Scio’ Bar & Drink, che è diventato un punto di ritrovo che mette l’arte e, lo scambio di idee al primo posto ed è uno snodo fondamentale per il quartiere; era doveroso citare il luogo che mi ospita, per il resto, non farò nomi, perché non è necessario, ma credo sia importante ricordare che, anche quando un lavoro porta la firma di una sola persona, spesso dietro ci sono incontri, confronti, amicizie, collaborazioni e sinergie. Credo che l’ispirazione non nasca sempre dall’introspezione personale, spesso prende forma proprio grazie alle persone che incontriamo lungo il percorso… E questo, in fondo, fa parte anche di Hidden Light.



