Presentato a Palazzo Ricca il libro “Auto-distruzione. Crisi e trasformazione dell’industria dell’automobile”, pubblicato da Laterza. Al centro del confronto il futuro dell’automotive italiano, la crisi di Stellantis, le difficoltà dello stabilimento di Pomigliano d’Arco, la concorrenza cinese e la necessità di nuove politiche industriali per salvaguardare occupazione e competitività.
La crisi dell’industria automobilistica italiana ed europea, le difficoltà del settore automotive in Campania, la competizione con i produttori cinesi e le prospettive offerte dalla transizione ecologica sono state al centro dell’incontro ospitato a Palazzo Ricca, nel cuore del centro storico di Napoli, sede della Fondazione Banco di Napoli. L’occasione è stata la presentazione del volume Auto-distruzione. Crisi e trasformazione dell’industria dell’automobile, scritto dall’economista Francesco Zirpoli, professore ordinario presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, e pubblicato da Editori Laterza nel 2026.
Un appuntamento che ha offerto l’opportunità di approfondire una delle questioni economiche e sociali più delicate degli ultimi anni: il progressivo indebolimento di un comparto industriale che per decenni ha rappresentato un motore fondamentale dello sviluppo europeo e che oggi si trova a fronteggiare trasformazioni tecnologiche, produttive e geopolitiche senza precedenti.
Il dibattito ha coinvolto esponenti del mondo accademico, sindacale, culturale e istituzionale, mettendo in evidenza soprattutto le conseguenze della crisi automobilistica sul sistema produttivo del Mezzogiorno e, in particolare, sulla Campania, dove lo stabilimento Stellantis di Pomigliano d’Arco continua a rappresentare un punto di riferimento per l’occupazione e per l’intera filiera dell’indotto.
Alla presentazione hanno partecipato Marcello D’Aponte, presidente del Museo Archivio Storico del Banco di Napoli, Bruno D’Urso, consigliere della Fondazione Banco di Napoli, Nicola Ricci, segretario generale della CGIL Napoli e Campania, Massimiliano Delfino dell’Università Federico II, Amedeo Lepore dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli e Antonio Vastarelli, giornalista de Il Mattino.
Al centro delle riflessioni è emersa una convinzione condivisa: la crisi dell’automobile non può essere interpretata esclusivamente come una conseguenza delle normative ambientali europee o della crescita della mobilità elettrica. Le difficoltà attuali affondano le proprie radici in scelte industriali, ritardi negli investimenti, trasformazioni dei mercati internazionali e nell’incapacità di anticipare un cambiamento che da tempo sta modificando profondamente l’intero settore.
Nel suo saggio, Francesco Zirpoli ricostruisce le dinamiche che hanno portato l’industria automobilistica europea a perdere progressivamente centralità nello scenario mondiale. Un processo che coinvolge grandi produttori, aziende della componentistica, centri di ricerca e lavoratori, mettendo in discussione un modello industriale costruito attorno al motore a combustione interna e a sistemi produttivi consolidati nel corso di molti decenni.
Il libro affronta anche una delle narrazioni più diffuse nel dibattito pubblico, secondo cui sarebbero soprattutto le politiche europee di riduzione delle emissioni a penalizzare le aziende automobilistiche. L’analisi dell’economista propone invece una lettura più articolata, evidenziando come la perdita di competitività abbia origini strutturali e come il rallentamento dell’innovazione possa aggravare ulteriormente il divario rispetto ai concorrenti internazionali.
La transizione ecologica, in questa prospettiva, non rappresenta necessariamente un ostacolo alla crescita, ma può diventare una leva strategica per rilanciare l’industria automobilistica, a condizione che venga accompagnata da investimenti, ricerca, sviluppo tecnologico e politiche industriali capaci di sostenere imprese e lavoratori.
Una riflessione particolarmente significativa per l’Italia, dove la riduzione della capacità produttiva e l’indebolimento di una parte della filiera automotive alimentano preoccupazioni sul futuro occupazionale di numerosi territori.
Marcello D’Aponte ha sottolineato proprio la necessità di affrontare la crisi industriale attraverso una visione strategica che tenga conto delle conseguenze economiche e sociali delle trasformazioni in corso.
«La presentazione del libro di Zirpoli offre una profonda riflessione sulla grave crisi e la trasformazione in atto nell’industria dell’automobile, analizzandone l’impatto cruciale sull’economia e sul territorio», ha dichiarato D’Aponte, richiamando l’attenzione sull’assenza di una politica industriale nazionale e sulle pesanti ripercussioni per il mondo del lavoro.
Secondo il presidente del Museo Archivio Storico del Banco di Napoli, uno degli elementi maggiormente critici riguarda la capacità dei grandi produttori internazionali di conquistare nuove quote di mercato, soprattutto grazie a ritmi produttivi e livelli di innovazione che stanno mettendo sotto pressione l’industria europea.
L’avanzata delle case automobilistiche cinesi, in particolare, rende ancora più urgente una riflessione sulle strategie necessarie per salvaguardare le competenze industriali nazionali e impedire il progressivo smantellamento della filiera produttiva.
«L’interrogativo principale non è solo comprendere la portata di tale crisi, ma definire strategie adeguate per evitare la distruzione totale di una filiera vitale per la sopravvivenza economica del Paese», ha evidenziato D’Aponte.
Il rischio, infatti, non riguarda soltanto la riduzione della produzione di automobili, ma anche la perdita di un patrimonio industriale costituito da competenze professionali, infrastrutture, imprese specializzate e capacità di innovazione. Un patrimonio che, una volta disperso, potrebbe risultare estremamente difficile da ricostruire.
Particolarmente incisivo è stato l’intervento di Nicola Ricci, segretario generale della CGIL Napoli e Campania, che ha concentrato l’attenzione sulle difficoltà del polo automobilistico di Pomigliano d’Arco e sulle prospettive occupazionali dell’intero comparto regionale.
Secondo l’esponente sindacale, il progressivo ridimensionamento dell’automotive italiano è il risultato di decenni caratterizzati dall’assenza di una politica industriale adeguata e da strategie aziendali concentrate principalmente sulla riduzione dei costi, piuttosto che sull’innovazione e sul rafforzamento delle capacità produttive.
Ricci ha richiamato, in particolare, il drastico ridimensionamento dell’occupazione nel perimetro industriale italiano riconducibile a Stellantis e ai gruppi che l’hanno preceduta, indicando nel passaggio da circa 100mila a 20mila lavoratori la dimensione di una contrazione che, nella sua analisi, testimonia la profondità della crisi. Si tratta di cifre richiamate dal sindacalista nel corso dell’incontro, che richiedono una precisa delimitazione temporale e aziendale per essere considerate un confronto statistico omogeneo.
Per il segretario della CGIL, il rilancio non può essere affidato esclusivamente all’incremento temporaneo dei volumi produttivi o a sistemi di incentivi destinati a esaurirsi nel breve periodo. Occorre piuttosto una trasformazione strutturale del modello industriale, fondata su investimenti nella ricerca, sulla riqualificazione professionale e sulla capacità di inserirsi nei nuovi mercati della mobilità sostenibile.
Il futuro dell’automotive campano, quindi, dipenderà anche dalla possibilità di sviluppare competenze legate ai veicoli elettrici, alle batterie, alla digitalizzazione dei processi produttivi e alle nuove tecnologie della mobilità.
Un passaggio che richiede il coinvolgimento delle istituzioni, delle università, delle organizzazioni sindacali e delle imprese, con l’obiettivo di evitare che la transizione si traduca in una ulteriore perdita di posti di lavoro.
Ricci ha inoltre evidenziato il problema del progressivo disimpegno nei confronti dei centri di ricerca locali e della fuga di giovani talenti, due fenomeni che rischiano di compromettere la capacità della Campania di partecipare da protagonista all’evoluzione dell’industria automobilistica.
In questo scenario, il sindacato e la politica territoriale, secondo il segretario generale, dovrebbero superare vecchie contrapposizioni e aprire un confronto anche con i nuovi protagonisti del mercato internazionale, compresi i grandi produttori cinesi.
L’obiettivo non sarebbe semplicemente attrarre nuovi investimenti, ma costruire condizioni industriali in grado di garantire occupazione qualificata, trasferimento tecnologico e prospettive durature per il territorio.
La questione assume un significato particolare per Pomigliano d’Arco, uno dei simboli della storia manifatturiera campana. La presenza dell’industria automobilistica ha segnato per decenni lo sviluppo economico e sociale dell’area, alimentando una rete di imprese dell’indotto e creando competenze che hanno contribuito all’identità produttiva dell’intero territorio.
Un eventuale ulteriore indebolimento di questo sistema avrebbe conseguenze che andrebbero ben oltre i confini dello stabilimento, coinvolgendo aziende fornitrici, servizi, lavoratori e famiglie.
Il tema della competitività internazionale è stato uno dei fili conduttori dell’incontro. La crescita dell’industria automobilistica cinese, soprattutto nel segmento dei veicoli elettrici, sta infatti modificando gli equilibri globali, costringendo i produttori europei a confrontarsi con aziende capaci di sviluppare nuove tecnologie e di operare su mercati estremamente competitivi.
La sfida non riguarda soltanto il prezzo finale delle automobili, ma l’intera organizzazione della produzione, dalla disponibilità delle batterie alla gestione delle catene di fornitura, fino alla capacità di integrare ricerca e innovazione nei processi industriali.
In questo contesto, la risposta europea non può limitarsi alla difesa delle posizioni acquisite. Diventa necessario individuare nuovi spazi di competitività, valorizzando il patrimonio tecnologico esistente e accelerando gli investimenti nei settori destinati a caratterizzare la mobilità dei prossimi decenni.
Il volume di Zirpoli invita proprio a superare una lettura nostalgica della crisi, mostrando come la trasformazione dell’automobile sia parte di un cambiamento più ampio che coinvolge modelli di consumo, sostenibilità ambientale, organizzazione del lavoro e strategie economiche.
Una prospettiva che ha trovato un’interessante espressione anche nelle parole di Bruno D’Urso, consigliere della Fondazione Banco di Napoli, che ha offerto una riflessione personale sul rapporto tra l’automobile e le generazioni cresciute durante gli anni della sua massima diffusione.
«Appartengo a quella categoria di giovani che negli anni Sessanta e Settanta si sono goduti l’epopea dell’auto», ha spiegato D’Urso, manifestando il proprio rammarico per le difficoltà attraversate da un settore che ha rappresentato un simbolo di libertà individuale, progresso economico e modernizzazione sociale.
L’automobile, per intere generazioni, non è stata soltanto un mezzo di trasporto, ma un elemento centrale delle trasformazioni culturali, industriali e urbane del Novecento.
La crescita della motorizzazione di massa ha accompagnato lo sviluppo delle città, la diffusione dei consumi e l’espansione delle attività produttive, modificando profondamente abitudini e stili di vita.
Oggi, tuttavia, quello stesso modello è chiamato a confrontarsi con nuove esigenze ambientali, con la congestione delle grandi aree urbane e con modalità di utilizzo dei veicoli sempre più diversificate.
D’Urso ha osservato come l’automobile stia cambiando sia nella tipologia degli utenti sia nelle finalità del suo impiego, pur continuando a occupare una posizione centrale nella vita quotidiana delle città.
Il riferimento a realtà urbane come Napoli, Roma e Milano evidenzia proprio questa contraddizione: mentre si moltiplicano le riflessioni sulla necessità di ridurre traffico e inquinamento, la presenza delle automobili continua a caratterizzare in maniera significativa gli spazi cittadini.
Una trasformazione che, secondo il consigliere della Fondazione, merita di essere compresa senza considerarla necessariamente come la fine dell’automobile, ma piuttosto come l’inizio di una fase completamente diversa della sua storia.
Ed è proprio questo il nodo centrale emerso dalla presentazione del libro: comprendere se il settore automobilistico europeo e italiano saprà governare il cambiamento oppure subirlo, perdendo ulteriormente capacità produttiva e peso economico nello scenario internazionale.
La transizione verso una mobilità più sostenibile impone scelte complesse, perché coinvolge contemporaneamente la tutela dell’ambiente, la competitività delle imprese, la salvaguardia del lavoro e la necessità di rendere accessibili le nuove tecnologie.
Per affrontare questa sfida servono investimenti di lungo periodo, politiche industriali coordinate e un rapporto più stretto tra sistema produttivo, ricerca scientifica e formazione professionale.
In particolare, per il Mezzogiorno diventa fondamentale evitare che la rivoluzione tecnologica dell’automotive accentui i divari territoriali già esistenti. La Campania dispone di una tradizione manifatturiera e di competenze universitarie che potrebbero rappresentare risorse importanti nella costruzione di nuove filiere industriali, ma il loro potenziale richiede strategie concrete e continuità negli investimenti.
La presentazione di “Auto-distruzione. Crisi e trasformazione dell’industria dell’automobile” ha così assunto un significato che va oltre la discussione di un saggio economico, trasformandosi in un momento di confronto sulle prospettive del sistema produttivo italiano.
Il messaggio che emerge dall’analisi di Francesco Zirpoli è che la crisi dell’automobile non possa essere affrontata semplicemente difendendo il passato. La riconversione ecologica e tecnologica, se accompagnata da adeguate politiche industriali, può diventare un’occasione per recuperare competitività, generare nuove opportunità occupazionali e rilanciare un comparto fondamentale per l’economia nazionale.
Per Napoli, Pomigliano d’Arco e l’intera Campania, la posta in gioco è particolarmente elevata. Non si tratta soltanto di preservare la produzione automobilistica, ma di difendere e rinnovare un patrimonio industriale che continua a rappresentare una risorsa strategica per il futuro del territorio.
La vera sfida sarà dunque trasformare una crisi strutturale in un’opportunità di innovazione, evitando che i ritardi accumulati e l’assenza di programmazione compromettano definitivamente il ruolo dell’Italia nella nuova industria della mobilità.
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