Napoli guarda il mare e, attraverso il mare, torna a interrogare la propria memoria, le partenze, gli approdi, le contaminazioni e quella capacità tutta partenopea di trasformare la tradizione in materia viva. È questo lo spirito che ha attraversato la seconda edizione di Al Faro Festival, la rassegna diretta artisticamente da Laura Valente e promossa dal Comune di Napoli, che dal 28 luglio al 2 agosto 2026 ha riportato spettacolo, musica, danza e letteratura in uno dei luoghi più suggestivi e simbolici della città: il Molo San Vincenzo, proteso nel Golfo come un ponte naturale tra Napoli e il resto del Mediterraneo.
Per sei giorni il Faro e l’Arena del Molo San Vincenzo sono diventati un grande palcoscenico affacciato sull’acqua, con produzioni originali, incontri e performance capaci di mettere insieme linguaggi e generazioni differenti. Una scelta che non è soltanto scenografica. Il Molo San Vincenzo porta con sé la memoria di partenze e ritorni, di navi e migrazioni, di una città che per secoli ha costruito il proprio carattere guardando oltre l’orizzonte senza rinunciare alle proprie radici. Proprio il mare è stato il filo conduttore dell’edizione 2026 di Al Faro Festival, inserita nel percorso culturale di una Napoli che si prepara anche all’appuntamento internazionale dell’America’s Cup 2027.
La direzione di Laura Valente ha costruito intorno a questa idea un programma volutamente trasversale. Napoli e Buenos Aires, l’Africa e il Mediterraneo, il mito delle sirene, l’emigrazione, la devozione popolare, la danza contemporanea e la grande tradizione musicale partenopea hanno composto un mosaico nel quale il passato non è stato presentato come qualcosa da conservare sotto vetro, ma come un linguaggio ancora capace di parlare al presente.
L’apertura ha affidato a Maurizio de Giovanni il viaggio ideale fra Napoli e Buenos Aires di El mar de Dios, accompagnato dalla musica di Gloria Campaner, Mario Stefano Pietrodarchi, Marco Zurzolo, Carlo Fimiani e Umberto Lepore, insieme ad altre presenze artistiche. Nei giorni successivi il Molo ha accolto la danza contemporanea di Hofesh Shechter, il racconto del femminile e del Mediterraneo con Donatella Di Pietrantonio e Les Amazones d’Afrique, il concerto-recital Viento con Canio Loguercio ed Ermete Realacci, fino al monologo di Roberto Saviano dedicato a San Gennaro. Un attraversamento di forme artistiche diverse che ha restituito l’immagine di Napoli come città di confine e nello stesso tempo di incontro, capace di far convivere cultura alta e tradizione popolare, scrittura, corpo, musica e rito collettivo.
Il momento più intensamente legato alla memoria musicale e teatrale napoletana è arrivato però il 1° agosto, quando il festival si è spostato eccezionalmente dal Molo San Vincenzo al Teatro Trianon Viviani per Moresche, gatte e altre storie, la serata dedicata idealmente a Roberto De Simone in occasione dei cinquant’anni dalla prima rappresentazione di La Gatta Cenerentola al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1976.
Il cambio di sede, rispetto alla programmazione originaria, ha finito quasi per rafforzare il valore simbolico dell’appuntamento. Il Trianon è infatti uno dei luoghi nei quali la cultura musicale e teatrale napoletana continua a custodire e reinterpretare la propria storia. In quella sala, il ricordo di Roberto De Simone ha assunto il carattere non tanto di una commemorazione quanto di una restituzione viva: un ritorno alle fonti della musica popolare, alle villanelle, alle moresche, alla cultura orale, alla fiaba e a quel patrimonio di suoni e gesti che il maestro seppe studiare, trasformare e portare sulla scena con una forza teatrale radicalmente nuova.
A rendere particolarmente emozionante la serata è stata la presenza di Peppe Barra, Fausta Vetere e Patrizio Trampetti, protagonisti della stagione artistica che portò alla nascita di uno degli spettacoli più importanti del teatro musicale italiano del Novecento e interpreti della storica esperienza del 1976. Rivederli insieme cinquant’anni dopo ha significato ricongiungere idealmente due epoche, evitando però ogni facile operazione nostalgica. La loro presenza è stata piuttosto la dimostrazione di quanto l’eredità di De Simone appartenga ancora al presente.
Quando La Gatta Cenerentola debuttò a Spoleto nel luglio del 1976, il lavoro di Roberto De Simone rappresentò infatti molto più di una rilettura della celebre fiaba. Attraverso il patrimonio narrativo legato anche alla tradizione di Giambattista Basile, il compositore, musicologo e regista costruì una forma di teatro totale nella quale canto, parola, gesto, dialetto, ritualità, memoria popolare e ricerca musicale diventavano parti inseparabili dello stesso racconto. Era un’opera profondamente napoletana ma, proprio per questo, capace di assumere una dimensione universale.
La voce di Peppe Barra, quella di Fausta Vetere, la presenza di Patrizio Trampetti e degli altri protagonisti di quella stagione contribuirono a dare corpo a un universo nel quale la cultura popolare non veniva semplificata o trasformata in folklore da cartolina. Al contrario, veniva recuperata nella sua complessità, con le sue contraddizioni, la sua ironia, la sensualità, la violenza, la povertà, il sacro e il profano. Brani e momenti come Coro delle lavandaie sono rimasti nell’immaginario proprio perché quella musica sembra provenire contemporaneamente da un passato remoto e da un presente continuamente rinnovato.
A cinquant’anni di distanza, Moresche, gatte e altre storie ha ripercorso questo universo attraverso un dialogo fra memoria e reinterpretazione. La direzione musicale è stata affidata ad Antonio Sinagra, già maestro concertatore della prima rappresentazione del 1976, creando così un ulteriore e prezioso collegamento con l’origine dell’opera. Anche la presenza simbolica dei costumi storici di La Gatta Cenerentola, firmati da Odette Nicoletti, ha contribuito a trasformare la serata in un viaggio nella memoria scenica di uno spettacolo entrato definitivamente nella storia culturale italiana.
Il festival ha trovato poi una conclusione coerente tornando sul mare. All’alba del 2 agosto, il Faro del Molo San Vincenzo ha accolto Jesce sole, concerto dedicato ai riti solari e alla tradizione popolare del Sud. Un canto antichissimo, trasformato in invocazione collettiva mentre la città si risvegliava, ha chiuso idealmente il cerchio iniziato alcuni giorni prima. Dalla luce del faro alla luce dell’alba, dalla parola contemporanea alla musica che attraversa i secoli, Al Faro Festival ha mostrato come la cultura possa restituire alla città non soltanto i suoi luoghi ma anche il significato profondo che quei luoghi custodiscono.
Il Molo San Vincenzo, normalmente percepito come uno spazio distante dalla vita quotidiana dei napoletani, è diventato per alcuni giorni luogo di incontro. Il teatro, la danza, la musica e la letteratura hanno permesso di abitarlo in maniera diversa, trasformando l’orizzonte in una parte dello spettacolo. Ed è forse questa una delle intuizioni più significative del progetto diretto da Laura Valente: non utilizzare Napoli semplicemente come scenario, ma lasciare che la città, il mare, il Faro e la loro storia entrino direttamente nella drammaturgia degli eventi.
In questo percorso l’omaggio a Roberto De Simone assume un significato ancora più ampio. Ricordare i cinquant’anni di La Gatta Cenerentola significa infatti parlare di una cultura che ha saputo riconoscere nelle proprie radici non un limite ma una possibilità di invenzione. Significa raccontare una Napoli capace di studiare il proprio passato per generare linguaggi nuovi, una città nella quale una fiaba antica può diventare teatro contemporaneo e un canto tramandato nei secoli può accompagnare ancora oggi il sorgere del sole.
Le immagini e i suoni raccolti nel breve reportage dal festival provano a restituire proprio questa atmosfera: il mare accanto al pubblico, le parole e la musica che attraversano il Molo San Vincenzo, il palcoscenico del Trianon che si riempie della memoria di La Gatta Cenerentola, le voci di Peppe Barra, Fausta Vetere e Patrizio Trampetti e l’eredità di Roberto De Simone che continua a riaffiorare, mezzo secolo dopo, come una delle espressioni più profonde e originali dell’identità culturale di Napoli.
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Reportage video e foto del Comune di Napoli
Archivio del Teatro Trianon Viviani – Coro delle lavandaie



