di Ferdinando Capuozzo
Nel Centro Storico di Napoli il caldo non è più solo una stagione: è diventato un rumore di fondo, una presenza costante che ti accompagna nei vicoli, si infila sotto le magliette, si posa sulle facciate come una patina invisibile. Non è il caldo del sole, quello che ti fa dire “Quant’è bello stu cielo”. È un caldo diverso, costruito giorno dopo giorno da ciò che la città produce: forni che lavorano senza tregua, condizionatori che sputano aria rovente, cucine industriali che non dormono mai, auto e moto che continuano a circolare dove non dovrebbero.
A tutto questo si aggiunge una turistificazione che ha trasformato il Centro in un corridoio affollato, dove ogni metro è occupato da attività, flussi, rumori, emissioni. Per anni abbiamo pensato che i numeri dei turisti fossero la misura della forza della città. Oggi, invece, mostrano la sua debolezza: quando un luogo è saturo, quando la pressione supera la capacità fisica dei vicoli, quando la presenza diventa peso, il turismo non è più ricchezza ma fragilità. E il microclima ne è la prova: più persone, più attività, più calore.
E allora viene naturale pensare a quell’aria che Vincenzo Russo scrisse in “ I’ te vurria vasà”. Un’aria che non era solo ossigeno, identità, amore. Oggi sembra un ricordo, ma la sua poesia resta lì, come una promessa: che Napoli può tornare a respirare, se decide di farlo.
Molte esperienze europee lo dimostrano. Barcellona ha introdotto limiti alla densità commerciale e alla pressione turistica nei quartieri storici, restituendo aria e spazio ai residenti. Amsterdam gestisce i flussi con una cabina di regia unica, capace di coordinare mobilità, commercio e turismo. Siviglia ha installato ombreggiature leggere nei vicoli più esposti, abbassando la temperatura percepita di diversi gradi. Non sono miracoli: sono scelte.
Napoli può fare lo stesso. Un primo segnale dell’Amministrazione potrebbe essere la riduzione del traffico nei decumani, almeno in alcune fasce orarie. Oppure la regolazione delle emissioni termiche delle attività più impattanti, evitando lo scarico diretto nei vicoli. O ancora, la creazione di micro aree fresche e ombra nei punti più critici. E, soprattutto, una gestione della turistificazione che non freni il turismo, ma lo renda sostenibile: perché un Centro Storico sovraccarico non è più un luogo, ma un prodotto. E un prodotto, prima o poi, si consuma.
Sono gesti piccoli, ma parlano forte. Dicono ai residenti che la città li ascolta. Dicono ai turisti che questo luogo è fragile e va rispettato. Dicono a Napoli che il caldo non è un destino, ma qualcosa che possiamo governare. Perché il cielo è ancora bello. Il mare è ancora lì. E l’aria, quella che un poeta rese eterna, può tornare a essere fresca e gentile. Basta volerlo, perché Napoli merita di essere baciata, non odiata.
