di Luca Sorbo
“Volevo conquistare il mondo con immagini forti, oggi ho solo il desiderio di dire allo spettatore: io ti do gli ingredienti tu costruisci la storia”
Queste parole di Erwin Olaf, tra i maggiori fotografi contemporanei, purtroppo scomparso nel 2023, sintetizzano la sua evoluzione espressiva e stilistica.

Nato nel 1959 in Olanda nella città di Hilversum. Nel 1977 si iscrisse ad una scuola di fotogiornalismo a Utrecht, ma nella scrittura non trovava una sua piena realizzazione. Un professore, comprendendo le sue difficoltà, gli consigliò di provare con la fotografia. Laureatosi nel 1980 cominciò a lavorare nel fotogiornalismo, ma soprattutto frequentò la vita notturna di Amsterdam. Amava il teatro, ed i clubs frequentati da omosessuali che eseguivano performance sulle problematiche gender.
Inizialmente fu molto influenzato da Robert Mapplethorpe e Peter Witkin. Le sue prime fotografie documentarie apparvero su pubblicazioni queer olandesi e occasionalmente sono state scattate su commissione per gruppi LGBTQ+.

Il sesso, il desiderio, la bellezza, la violenza e la libertà, sono i temi principali dei suoi scatti interpretandoli con uno stile unico con il quale ha mosso critiche efficaci nei confronti dell’ipocrisia della società e dei tabù. Ha decodificato l’immaginario contemporaneo con linguaggi a volte eterogenei. Nonostante la diversità e frammentarietà di contenuti, è riconoscibile lo stile unico di Olaf, che fa da filo conduttore, caratterizzato dalla provocazione, dalla fantasia, l’erotismo, la satira e l’umorismo che si vedono nelle tante serie realizzate, tra cui ricordiamo la provocazione di “Chessmen” (1987/88), il nero raffinatissimo di “Blacks” (1990), l’ironia di “Mature” (1999), la sperimentazione satirica in “Royal Blood” (2000) l’atmosfera sospesa in stile anni Cinquanta di “Hope” (2005), l’enigmatica “Berlin” (2012) fino alle ultime serie “April Fool” e “Im Wald”, entrambe del 2020, dove l’artista ha affrontato il tema della fragilità dell’esistenza proprio durante il periodo del Covid.

I protagonisti della sua produzione più matura racchiudono un enigma, le loro vite appaiono sospese, in attese di qualcosa. La storia è racchiusa in un frammento visivo, regalando al soggetto imprevisti raccordi con la realtà e il mondo onirico, proprio come avviene nei quadri fiamminghi. «Nel mio lavoro, voglio che lo spettatore pensi al sottotesto della fotografia». In superfice tutto sembra evidente, ma c’è un secondo livello da scoprire nelle immagini di Erwin Olaf.
Le fotografie di Erwin Olaf raccontano storie e riflettono sul senso del tempo. Quello che intercorre fra eventi presunti, come in Keyole, ad esempio, serie ambientata negli anni ’30, in cui l’atmosfera è appunto quella di un’attesa e di una sospensione inquietante, dove si percepisce che qualcosa non va nella famiglia ritratta, anche se apparentemente non succede nulla. In Rain, invece, il racconto, stilisticamente permeato di riferimenti al pittore e illustratore Norman Rockwell, trova il suo apice narrativo in quell’istante che intercorre fra azione e reazione.

Il 16 novembre Al Blu di Prussia, a cura di Maria Savarese ed in collaborazione con la Fondazione Mannajuolo, lo Studio Erwing Olaf e la Galleria Paci Contemporary si è inaugurata la prima mostra a Napoli del grande fotografo olandese dal titolo I AM.
La mostra sarà visitabile fino a febbraio 2025.
In esposizione, negli spazi della galleria Al Blu di Prussia, una selezione di scatti realizzati dall’inizio degli anni duemila, fino al 2020, tratti dalle serie Royal Blood (2000), Rain (2004), Fall (2008), Grief (2008), Dawn (2009), Keyole (2012), Hamburg (2014), Shangai (2017), Indochine (2017) e Palm Springs (2018), che rientrano nella piena maturità artistica dell’autore.
“Fra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento”, scrive la curatrice Maria Savarese, “Olaf iniziò ad orientare l’”attivismo visivo” documentaristico e provocatorio degli esordi – così come lo ha definito Shirely den Hartog, sua storica collaboratrice ed oggi alla guida dello Studio – verso una visione della fotografia più riflessiva, pensata, tecnicamente costruita, realizzata sempre in interno, con uno sguardo rivolto all’arte antica olandese”.

In queste immagini la scena è diventata più complessa, la costruzione dei set ha assunto toni cinematografici con specifici riferimenti agli anni cinquanta, l’atmosfera è animata da un senso di sospensione del tempo, dello spazio e delle emozioni dei protagonisti, personaggi hopperiani, enigmatici, spesso solitari, sospesi in una dimensione di perenne attesa, fra assenza e presenza.
Insieme alle fotografie sono proiettati, nella sala cinema della galleria, sei lavori di video arte realizzati da Olaf fra il 2003 e il 2020.
