In Basilicata il prezzo di un chilo di pasta di semola può raggiungere 2,20 euro al supermercato, mentre ai cerealicoltori vengono riconosciuti soltanto 24-26 centesimi per un chilo di grano duro. Una forbice che riporta al centro del dibattito la sostenibilità della filiera cerealicola, la trasparenza nella formazione dei prezzi e la necessità di assicurare una remunerazione più equa a chi coltiva la materia prima.
A denunciare questa distanza è Cia-Agricoltori Italiani, che sottolinea come il prezzo riconosciuto ai produttori sia spesso inferiore agli stessi costi di produzione. Dietro un pacco di pasta acquistato al supermercato, infatti, non ci sono soltanto la trasformazione industriale, il confezionamento, il trasporto e la distribuzione, ma anche il lavoro degli agricoltori, l’impiego di sementi e fertilizzanti, il carburante, la manutenzione dei mezzi, la manodopera e i rischi legati al clima e all’andamento dei mercati.
La questione torna d’attualità anche in seguito alla campagna di sensibilizzazione dedicata alla pasta italiana promossa dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste. Cia valuta positivamente l’iniziativa e ribadisce che acquistare pasta prodotta con grano 100% italiano significa sostenere concretamente l’agricoltura nazionale, valorizzare le aree rurali e difendere una filiera che comincia nei campi e termina sulle tavole dei consumatori.
I prezzi fotografano un mercato molto articolato. Nella grande distribuzione un chilo di pasta industriale viene venduto generalmente tra 1,35 e 1,85 euro, con punte di circa 2,20 euro per le produzioni biologiche o appartenenti alle fasce premium. Nei discount le offerte possono scendere fino a 80-90 centesimi al chilo. Molto più elevate sono invece le quotazioni della pasta fresca artigianale: i formati semplici possono costare circa 16 euro al chilo, mentre le specialità ripiene possono superare i 35-40 euro.
All’estremità iniziale della stessa filiera si trova il cerealicoltore. In occasione della mietitura, il grano duro nazionale è stato quotato mediamente tra 240 e 260 euro a tonnellata, equivalenti a 24-26 centesimi al chilo. Il valore può cambiare in base alla qualità della granella, al peso specifico, al contenuto proteico e alle caratteristiche richieste dall’industria molitoria, ma resta comunque insufficiente a garantire un margine adeguato a molte imprese agricole.
Secondo il monitoraggio sui costi medi di produzione pubblicato da Ismea, per il grano duro si arriva a circa 302 euro a tonnellata nell’Italia centro-settentrionale, mentre nelle aree centro-meridionali e in Sicilia il costo può risultare ancora più elevato. Il confronto mette in evidenza una condizione critica: vendere il prodotto tra 240 e 260 euro a tonnellata può significare non recuperare completamente quanto speso per coltivarlo.
Il cerealicoltore finisce così per sostenere i costi e assumersi quasi interamente i rischi produttivi senza avere la certezza di ottenere un reddito dignitoso. Siccità, precipitazioni intense, aumento dei prezzi energetici, fitopatie e oscillazioni internazionali delle materie prime possono ridurre le rese e comprimere ulteriormente i margini. Se questa situazione dovesse protrarsi, numerose aziende potrebbero essere costrette ad abbandonare la coltivazione del grano duro o a ridurre gli investimenti necessari per mantenere elevata la qualità.
Per la Basilicata il problema assume un valore particolare. La cerealicoltura è una componente storica dell’economia agricola regionale e contribuisce alla tutela del paesaggio, alla permanenza delle imprese nelle aree interne e alla conservazione di conoscenze tramandate da generazioni. Rendere antieconomica la produzione di grano duro significa quindi indebolire non soltanto le aziende, ma anche il tessuto economico e sociale di numerosi territori lucani.
Secondo Cia non è sufficiente promuovere il prodotto finale se lungo la catena del valore non viene riconosciuta una quota adeguata a chi produce la materia prima. La pasta rappresenta uno dei simboli più conosciuti del Made in Italy, ma la sua forza commerciale deve tradursi anche in maggiori tutele per gli agricoltori. Il valore generato dalla trasformazione e dalla vendita non può fermarsi negli ultimi passaggi della filiera, lasciando ai produttori soltanto una frazione del prezzo pagato dai cittadini.
L’organizzazione agricola contesta anche l’idea che l’origine italiana del grano sia un elemento secondario. La materia prima locale possiede un valore produttivo, ambientale, economico e identitario. Conoscere la provenienza del grano consente al consumatore di compiere una scelta consapevole e permette di premiare le aziende che operano rispettando le regole italiane ed europee.
Per questa ragione Cia chiede di difendere l’etichettatura d’origine e di rafforzare la tracciabilità, affinché sulle confezioni siano riportate informazioni chiare e facilmente comprensibili. La trasparenza deve riguardare anche le importazioni di grano duro, attraverso controlli capaci di verificare la conformità agli standard sanitari, ambientali e produttivi applicati nell’Unione europea.
L’obiettivo non è quello di criminalizzare il commercio internazionale, ma di impedire che le aziende italiane siano esposte a forme di concorrenza sleale. Se agli agricoltori nazionali viene richiesto il rispetto di norme rigorose sulla sicurezza alimentare, sull’utilizzo dei prodotti fitosanitari, sulla tutela dell’ambiente e sulle condizioni di lavoro, analoghe garanzie devono essere richieste alle materie prime provenienti dall’estero.
Le proposte avanzate da Cia comprendono un prezzo equo, il riconoscimento dei costi minimi di produzione, contratti di filiera più efficaci, controlli sulle pratiche commerciali e una maggiore trasparenza nella formazione delle quotazioni. I contratti di filiera, in particolare, possono offrire agli agricoltori una prospettiva più stabile, legando il prezzo alla qualità del grano e ai costi effettivamente sostenuti.
A sostenere la valorizzazione della pasta prodotta con grano italiano è anche il vicepresidente nazionale di Cia Gennaro Sicolo, che richiama la necessità di difendere contemporaneamente il lavoro agricolo e la sicurezza alimentare. Il consumatore, secondo Sicolo, dovrebbe conoscere tutti gli elementi che compongono la filiera: provenienza della materia prima, caratteristiche qualitative, modalità di trasformazione, sostenibilità ambientale e condizioni di lavoro.
La diffusione della pasta nel mondo rende questa sfida ancora più importante. Negli ultimi decenni il consumo internazionale è cresciuto sensibilmente, confermando l’apprezzamento per un alimento versatile, accessibile e fortemente legato all’identità italiana. L’aumento della domanda, tuttavia, deve diventare un’opportunità anche per la produzione agricola nazionale e non soltanto per la trasformazione e la commercializzazione.
Il presidente di Cia Basilicata, Leonardo Moscaritolo, ricorda inoltre il ruolo degli agricoltori nella costruzione del patrimonio gastronomico nazionale: «Se la Cucina Italiana è stata riconosciuta come Patrimonio Unesco, il merito principale è anche degli agricoltori italiani». La cucina italiana è stata iscritta nel 2025 nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità, con un riconoscimento che valorizza anche il rapporto con le materie prime, la biodiversità e la trasmissione delle conoscenze.
«Cia Basilicata continuerà a fare la propria parte con spirito costruttivo e collaborativo, con l’unico obiettivo di tutelare il presente e il futuro della filiera del grano», afferma Moscaritolo. La priorità indicata dal presidente regionale è garantire una remunerazione più equa ai produttori italiani, condizione indispensabile per assicurare continuità alle coltivazioni e prospettive concrete alle nuove generazioni di agricoltori.
La sfida parte quindi dai campi lucani e arriva direttamente sulle tavole dei consumatori. Scegliere pasta ottenuta da grano 100% italiano può contribuire a sostenere il comparto, ma la responsabilità non può essere affidata esclusivamente alle decisioni di acquisto dei cittadini. Servono regole, controlli, accordi trasparenti e meccanismi capaci di distribuire in modo più equilibrato il valore prodotto.
Dietro il prezzo esposto sullo scaffale ci sono terra, lavoro, investimenti, trasformazione e qualità. La richiesta di Cia è che una parte più adeguata di quel valore torni finalmente a chi coltiva il grano duro. Senza un reddito agricolo sostenibile, infatti, anche la pasta italiana rischia di perdere progressivamente il legame con i territori e con la materia prima che ne rappresenta l’origine.
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Ismea – Monitoraggio dei costi medi di produzione
Ismea – Quotazioni del frumento duro
Unesco – Cucina italiana, sostenibilità e diversità bioculturale
Cia-Agricoltori Italiani – Tutela del grano italiano
