di Ferdinando Capuozzo
Ci sono numeri che raccontano il Paese più di molti discorsi parlamentari. Numeri che parlano di ciò che si vede e soprattutto di ciò che continua a rimanere nell’ombra. L’ultimo rapporto dell’Istat sull’economia non osservata, pubblicato dall’ISTAT il 16 ottobre scorso, ci consegna una fotografia che merita attenzione: nel 2024 il valore complessivo dell’economia sommersa e illegale raggiunge i 218,2 miliardi di euro. Una cifra enorme, pari al 9,9% del Pil nazionale. A prima vista si potrebbe parlare di miglioramento. L’incidenza sul prodotto interno lordo scende infatti dal 10,2% al 9,9%, grazie a una crescita dell’economia ufficiale più sostenuta rispetto a quella nascosta. Ma sarebbe una lettura superficiale. Dietro quel dato si cela infatti una realtà assai meno rassicurante.
Il vero motore dell’economia non osservata non è più soltanto l’evasione fiscale tradizionale. A crescere è soprattutto il lavoro irregolare, che genera oltre 80 miliardi di euro di valore aggiunto e rappresenta ormai il 36,8% dell’intera economia non osservata. La sotto-dichiarazione dei redditi continua a essere la componente principale, ma perde peso relativo. Il lavoro nero, invece, avanza.
I numeri sono eloquenti. Le unità di lavoro irregolari superano i 3 milioni e 277 mila, con un incremento di oltre 145 mila rispetto all’anno precedente. Il tasso di irregolarità sale al 13,1%, mentre il lavoro nero cresce a un ritmo quasi triplo rispetto all’occupazione regolare. L’aumento riguarda sia i lavoratori dipendenti sia quelli indipendenti, confermando una fragilità strutturale del nostro mercato del lavoro.
Ancora più significativi sono i dati settoriali. L’incidenza più elevata del lavoro irregolare si registra negli altri servizi alle persone, dove supera il 41%, ma il fenomeno resta fortemente radicato anche in agricoltura, commercio, turismo, ristorazione e costruzioni. Proprio quest’ultimo settore rappresenta uno dei segnali più sorprendenti del rapporto: dopo anni di riduzione, il sommerso nelle costruzioni torna a crescere sensibilmente, aumentando di 1,2 punti percentuali rispetto al 2023. Siamo dunque davanti a un paradosso italiano. Mentre la narrazione politica insiste sui risultati economici, sulla crescita e sull’efficacia delle misure adottate contro l’evasione, milioni di lavoratori continuano a operare fuori dalle tutele previdenziali e contrattuali. Il sommerso non arretra realmente: cambia volto. Meno occultamento contabile, più precarietà, più informalità, più lavoro invisibile.
Persino l’economia illegale, pur in lieve flessione, continua a generare quasi 20 miliardi di euro di valore aggiunto. Il traffico di stupefacenti da solo ne produce quasi 15 miliardi, confermandosi la componente predominante dell’economia criminale contabilizzata nei conti nazionali. [
La conclusione politica è inevitabile. Se dopo anni di annunci sulla lotta all’evasione, sulla legalità e sulla dignità del lavoro ci ritroviamo con oltre tre milioni di lavoratori irregolari, significa che qualcosa non sta funzionando. L’esecutivo può rivendicare il calo dell’incidenza del sommerso sul Pil, ma non può ignorare che il cuore del problema si è semplicemente spostato. La crescita economica non basta se continua a convivere con un esercito di lavoratori senza diritti e con interi settori produttivi che trovano convenienza nell’irregolarità.
Il rapporto dell’Istat non certifica una vittoria dello Stato sul sommerso. Semmai racconta una verità più scomoda: l’economia ufficiale cresce abbastanza da rendere meno visibile l’ombra, ma non abbastanza da eliminarla. E quando l’ombra continua ad allargarsi nel lavoro, significa che il problema non è soltanto fiscale. È sociale, economico e soprattutto politico. Perché un Paese che tollera tre milioni di lavoratori irregolari non sta semplicemente perdendo gettito: sta smarrendo l’idea stessa di equità che dovrebbe reggere il patto tra cittadini e istituzioni.
