Un uomo viene colpito a morte da agenti federali nel centro della città. Il suo nome è Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, infermiere. È disarmato, ha in mano un cellulare e sta riprendendo l’operazione. I colpi esplosi sono almeno dieci. Nel giro di poche ore i video fanno il giro del mondo, le versioni ufficiali iniziano a vacillare e nelle strade di Minneapolis esplode la protesta.
È così che un’operazione federale dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e della United States Border Patrol si trasforma in un nuovo caso nazionale, destinato a riaprire ferite mai rimarginate negli Stati Uniti sul rapporto tra forze dell’ordine, diritti civili e uso della forza. Secondo il Department of Homeland Security, gli agenti avrebbero agito per legittima difesa. Ma le immagini verificate da testate internazionali come Reuters, The Guardian e Al Jazeera raccontano una scena diversa: Alex Pretti non impugna un’arma, ma un telefono.
Nel video, diventato virale in poche ore, Pretti viene spruzzato con spray urticante, immobilizzato e colpito mentre si trova a terra. Una sequenza che ha immediatamente sollevato dubbi sull’operato degli agenti federali e acceso l’indignazione dell’opinione pubblica americana e internazionale. ([Reuters], [The Guardian])
La morte di Pretti arriva in un contesto già esplosivo. Minneapolis è da settimane uno degli epicentri delle proteste contro le operazioni federali sull’immigrazione, e solo pochi giorni prima un’altra persona era rimasta uccisa in circostanze analoghe. In questo clima, l’uccisione di un infermiere, cittadino statunitense e senza precedenti penali rilevanti, ha assunto un valore simbolico immediato.
Nel giro di poche ore migliaia di manifestanti sono scesi in piazza non solo a Minneapolis, ma anche a New York, Los Angeles, Boston e San Francisco, chiedendo la sospensione delle operazioni ICE e un’indagine indipendente. I leader locali del Minnesota hanno denunciato ostacoli all’accesso alla scena del crimine e una gestione opaca delle prime ore successive alla sparatoria, mentre esponenti dell’amministrazione federale hanno difeso l’azione degli agenti, parlando di un contesto “ad alto rischio”.
Il caso Alex Pretti si inserisce così in una lunga scia di episodi che hanno alimentato lo scontro tra autorità federali e governi locali, riaprendo il dibattito su chi debba avere il controllo dell’ordine pubblico e su quali limiti debbano essere imposti all’uso della forza. Un dibattito che, ancora una volta, nasce da un video, da una morte e da una domanda che torna a imporsi con forza nell’America del 2026: chi controlla chi esercita il potere armato?
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