di Manuela Ragucci
Anime Pezzentelle non è un disco che si limita ad accompagnare l’ascolto: è un’opera che interpella, scuote e chiama in causa. Il ritorno di Myriam Lattanzio sulla scena musicale si traduce in un lavoro denso, stratificato, profondamente radicato nella tradizione ma animato da un’urgenza espressiva contemporanea e necessaria. L’album si muove lungo una traiettoria chiara: dare voce agli ultimi. Le anime pezzentelle, nella loro origine legata al culto napoletano dei defunti anonimi, diventano qui una potente metafora degli invisibili ignorati dalla società. Oggi, più che mai, c’è bisogno di dare voce a chi non ne ha, restituendo loro un’anima, quella autentica. E proprio adesso, che le anime pezzentelle vengono messe in vetrina, esposte e regalate in pasto a un turismo mordi e fuggi, diventa urgente restituire dignità agli ultimi, a tutti gli ultimi, anche quelli che sembrano solo ossa, ma che in realtà sono state corpo e sangue, passione e tormento: esseri umani. Mai come in questo momento, anche all’indomani della riapertura del Cimitero delle Fontanelle, che ha smesso di essere luogo di culto e silenzio, ma che potrebbe diventare l’ennesima attrazione turistica, questo disco suona di un’attualità disarmante: racconta senza mostrare, non resta in superficie, sviscera. Non è solo un’operazione simbolica, ma un vero atto di impegno civile, reso ancora più incisivo dalla produzione e dagli arrangiamenti di Max Carola, che costruisce un tessuto sonoro ricco, coerente e profondamente evocativo.
Fin dall’apertura con Sangennà, si entra nel cuore pulsante del progetto: un’invocazione che si fa mantra, una preghiera laica e sacra insieme. Il sangue di San Gennaro diventa il sangue vivo della città, quello versato nei cantieri, nelle strade, nelle vite spezzate troppo presto. Il brano vibra di una tensione emotiva costante, sostenuta da un ritmo coinvolgente che richiama la lezione della tradizione campana e riecheggia certe suggestioni care alla world music partenopea. Qui il santo è figura centrale, ma lo sono soprattutto gli uomini e le donne a cui questa supplica è rivolta.
Con D’a parte sbagliata il racconto si fa più intimo e malinconico. È la narrazione di chi nasce già segnato, di chi si trova ai margini senza averlo scelto. Lattanzio costruisce un quadro realistico, privo di retorica, dove la disperazione si mescola a una dignità silenziosa.
Chesta città è uno dei momenti più visivi del disco: una cartolina urbana fatta di contrasti. Le linee melodiche si intrecciano con inserti quasi rap, creando un effetto cinematografico. Le immagini scorrono come diapositive: difficoltà quotidiane, tensioni sociali, sopravvivenza. La città diventa organismo vivo, affascinante e crudele allo stesso tempo.
In Nisciuno, l’invisibilità si trasforma in suono. È un canto urgente, attraversato da un’amarezza trattenuta ma persistente. Qui la voce di Lattanzio si fa ancora più essenziale, quasi a voler restituire dignità a chi è sistematicamente ignorato.
Con Lupe e lupesse si cambia registro senza perdere coerenza: una tammurriata dal sapore noir, che affonda le radici nella tradizione più autentica ma la rilegge con un’ombra contemporanea. Il richiamo alla grande scuola popolare napoletana è evidente, ma mai nostalgico: è un’eco viva, che dialoga con il presente.
In Fravecature il tempo sembra dissolversi: le voci si intrecciano, si sovrappongono, creando un ponte tra passato e contemporaneità. È uno dei brani più suggestivi, dove la dimensione collettiva emerge con forza.
Il resto della tracklist mantiene alta la tensione narrativa e musicale: da Pe’ ddoje rammere a S’aspetta, fino ad A chi ’a cantammo, ogni brano contribuisce a costruire un mosaico coerente, dove testi e musica dialogano senza soluzione di continuità. Il valore del disco è amplificato anche dalla presenza di musicisti di grande sensibilità, che contribuiscono a creare un suono caldo, stratificato e profondamente organico. Le collaborazioni arricchiscono senza mai appesantire, lasciando sempre al centro la voce e la visione dell’artista.
Myriam Lattanzio, che firma tutti i testi e parte delle musiche, tra cui Sangennà, Chesta città e Pe’ ddoje rammere, conferma qui una maturità artistica piena. La sua voce, magnetica e densa di esperienza, non è mai puro esercizio stilistico: è strumento di ricerca, di denuncia, di partecipazione. Il suo percorso, iniziato negli anni Ottanta tra la riproposta della canzone classica napoletana e sviluppatosi attraverso esperienze folk, premi prestigiosi e collaborazioni importanti, trova in Anime Pezzentelle una sintesi potente. Anche la sua attività teatrale e la costante attenzione ai temi sociali emergono chiaramente in questo lavoro, che si colloca a metà tra musica, racconto e testimonianza.
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(foto fornite dall’Ufficio stampa in allegato al comunicato)
