Il dibattito sulla Manovra 2026 è entrato nella sua fase più delicata, e le ultime trattative a Palazzo Chigi hanno finalmente delineato un accordo politico su tre fronti centrali: la disciplina degli affitti brevi, l’aggiornamento delle regole sull’ISEE e il nuovo regime fiscale dei dividendi. Si tratta di un pacchetto di misure che interviene su alcuni nodi sensibili della politica abitativa, della giustizia fiscale e della competitività delle imprese, e che punta a chiudere un accordo complessivo entro dicembre nonostante la necessità di trovare circa un miliardo di euro di coperture.
Secondo quanto emerge da fonti giornalistiche, il nuovo impianto sugli affitti brevi nasce dall’intento di mantenere una cedolare secca al 21% per la prima unità immobiliare data in locazione breve, circoscrivendo allo stesso tempo il perimetro dell’attività considerata “privata”. La soglia che oggi consente di rimanere nel regime agevolato fino a cinque appartamenti potrebbe scendere a tre unità, con conseguente passaggio al regime d’impresa per chi supera tale limite. L’obiettivo dichiarato dalla maggioranza è arginare gli abusi, salvaguardando il proprietario che affitta un singolo immobile senza trasformare la propria attività in un vero e proprio business.
Sul fronte dell’ISEE, l’accordo punta a rafforzare l’esenzione dell’abitazione principale, rendendo il calcolo più equo rispetto al patrimonio immobiliare reale. L’intenzione è di innalzare la soglia di valore catastale della prima casa esclusa dall’indicatore, così da non penalizzare famiglie che, pur vivendo in immobili situati in aree con valori catastali elevati, presentano redditi medio-bassi. La misura, che si inserisce in un più ampio ripensamento dell’accesso a bonus e prestazioni sociali, avrà un impatto diretto soprattutto sui nuclei familiari con figli e su chi vive in zone urbane a mercato immobiliare teso.
La partita più complessa resta però quella dei dividendi intersocietari, un tema che ha generato frizioni dentro e fuori la maggioranza. La riforma prevede che, per le partecipazioni inferiori al 10%, salti la fiscalità agevolata oggi prevista, con una transizione verso una tassazione piena. L’intervento punta ad ampliare la base imponibile e a uniformare i trattamenti, ma comporta inevitabilmente un peso maggiore su holding familiari, società veicolo e piccole imprese che usano i dividendi come strumento di autofinanziamento. La maggioranza sostiene che la misura renderà il sistema più coerente e trasparente; le associazioni imprenditoriali temono invece un effetto depressivo sugli investimenti.
La questione chiave rimane la copertura finanziaria. Per finanziare l’intero pacchetto di modifiche, secondo ANSA il governo deve ancora individuare circa un miliardo di euro. Una delle soluzioni allo studio è un aumento dell’IRAP sulle grandi banche, con un incremento di mezzo punto percentuale che potrebbe portare il prelievo complessivo fino a 2,5 punti. Una scelta che, se da un lato darebbe ossigeno alla manovra, dall’altro rischia di aprire un fronte con il settore bancario, specie se non verrà definita con chiarezza la distinzione tra istituti maggiori e realtà medio-piccole.
L’intesa raggiunta nelle ultime ore viene definita da più fonti una “quadra provvisoria”, utile a favorire il passaggio parlamentare ma non ancora definitiva in ogni dettaglio. I prossimi giorni saranno determinanti per definire il testo finale e per comprendere se l’equilibrio su affitti brevi, ISEE e dividendi reggerà alla prova degli emendamenti. All’interno della maggioranza la volontà è di arrivare in aula compatta entro metà dicembre, per rispettare la tabella di marcia che dovrebbe portare la Manovra al voto finale negli ultimi giorni dell’anno.
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