Nel settore della pubblicità esterna a Napoli si apre un nuovo fronte di tensione tra operatori privati e Comune, con accuse pesanti, numeri contestati e la prospettiva di una nuova battaglia nelle aule giudiziarie. Le imprese del comparto hanno infatti duramente criticato il comunicato diffuso da Palazzo San Giacomo il 28 febbraio 2026, con cui l’amministrazione ha sostenuto che la definizione delle superfici pubblicitarie da mantenere sul territorio cittadino sarebbe avvenuta nel rispetto delle norme vigenti. Per la categoria, però, quel passaggio non chiarisce quali disposizioni siano state concretamente applicate e, soprattutto, non scioglie i dubbi sulla reale consistenza degli spazi pubblicitari che resteranno in città. Al centro della contestazione c’è il dato complessivo del comparto: secondo lo schema richiamato dagli operatori, oggi la superficie pubblicitaria complessiva ammonterebbe a circa 80 mila metri quadrati, ma dal quadro illustrato dal Comune di Napoli non emergerebbe con chiarezza come questa quantità venga ripartita, né quali superfici siano effettivamente confermate, ridotte o cancellate. Le aziende sostengono che il nodo non richiedesse approfondimenti tecnici particolarmente complessi, bensì una semplice e trasparente definizione quantitativa. È proprio questa mancanza di chiarezza, secondo le imprese, ad aver alimentato un clima di forte sfiducia nei confronti dell’amministrazione.
Le contestazioni entrano poi nel merito dei numeri. Il Comune ha indicato in circa mille impianti, per un totale di 2.630 metri quadrati, la superficie mantenuta per affissioni istituzionali, sociali e prive di rilevanza economica, di cui 263 metri quadrati specificamente destinati a finalità sociali. Ma per gli operatori il quadro resta lacunoso: secondo la categoria, il dato sui 33.500 metri quadrati di cui l’amministrazione afferma di disporre non coinciderebbe con la disponibilità reale, che sarebbe invece più vicina ai 36.500 metri quadrati, senza contare l’assenza di indicazioni precise sulle pensiline ANM, stimate in circa 3 mila metri quadrati. A questo si aggiunge, sempre secondo le imprese, la mancata spiegazione sul destino di circa 43.500 metri quadrati di impianti privati su suolo pubblico e di ulteriori 10 mila metri quadrati di arredo urbano, indicati come componenti centrali del sistema pubblicitario cittadino, in particolare nelle aree più delicate sotto il profilo urbanistico e paesaggistico. In parallelo, dagli atti pubblici del Comune risulta una procedura ad evidenza pubblica per l’affidamento in concessione di 23.028 metri quadrati di superficie pubblicitaria su suolo pubblico, articolata in 30 lotti, elemento che contribuisce a rendere ancora più acceso il confronto sui numeri complessivi e sulla loro effettiva destinazione.
Il tono della protesta è destinato a salire ulteriormente perché le imprese ritengono che, in assenza di chiarimenti puntuali, si possa configurare un quadro lesivo per la libertà d’impresa e per la corretta gestione del patrimonio pubblico. Per questo annunciano il ritorno davanti alle sedi giudiziarie competenti, evocando possibili profili di rilievo amministrativo, civile, penale e contabile. Nella loro lettura, la vicenda potrebbe coinvolgere non solo la disciplina del settore pubblicitario, ma anche principi più ampi legati alla tutela del paesaggio, dei siti culturali, della concorrenza e della trasparenza amministrativa. L’impressione della categoria è che il comunicato del 28 febbraio abbia offerto una risposta politica, ma non tecnica, a un tema che invece richiederebbe dati certi, atti leggibili e una linea amministrativa coerente. Da qui la domanda, volutamente provocatoria, che circola tra gli operatori: se davvero il piano dovesse ridursi ai soli 263 metri quadrati sociali chiaramente indicati, si arriverebbe di fatto all’azzeramento di quasi tutta la pubblicità esterna oggi esistente, con un abbattimento complessivo di 79.737 metri quadrati. Uno scenario che le imprese definiscono paradossale, anche alla luce delle aspettative di rilancio e visibilità internazionale legate ai grandi eventi che interesseranno la città.
In questo quadro, lo scontro tra imprese pubblicitarie e Comune di Napoli non riguarda soltanto una questione tecnica di metri quadrati, autorizzazioni o bandi, ma diventa il simbolo di un confronto più ampio sul governo dello spazio urbano, sul rapporto tra iniziativa economica privata e interesse pubblico e sulla trasparenza delle scelte amministrative. Le aziende chiedono di conoscere con esattezza quali superfici resteranno, quali saranno eliminate e con quali criteri, mentre da Palazzo San Giacomo si ribadisce che il riordino del servizio è stato compiuto nel rispetto della legge. Finché questo scarto tra versione istituzionale e lettura del settore non verrà colmato da atti più chiari, il caso resterà aperto e destinato a far discutere ancora.
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(foto fornita dall’Ufficio stampa in allegato al comunicato)
