È l’ennesima strage silenziosa nel Mediterraneo centrale, una ferita che si riapre alla vigilia di Natale. Un barcone partito dalle coste della Libia con a bordo oltre cento persone è naufragato dopo ore di deriva, lasciando dietro di sé 116 morti e un solo sopravvissuto. Una tragedia annunciata, denunciata, temuta, eppure non evitata.
Secondo quanto riportato da Sea-Watch, l’imbarcazione era partita nei giorni precedenti da Zuwara, una delle principali aree di imbarco della rotta libica. L’allarme era stato lanciato da Alarm Phone, che aveva ricevuto chiamate di soccorso da persone a bordo del barcone già in gravi difficoltà. Come scrive il manifesto, le comunicazioni parlavano di un’imbarcazione sovraccarica, senza strumenti di navigazione adeguati e con condizioni meteo in rapido peggioramento.
Le ore successive sono state decisive. Secondo quanto riportato da RaiNews, le organizzazioni umanitarie avrebbero tentato ripetutamente di sollecitare un intervento delle autorità competenti, senza ottenere risposte tempestive. Le ricerche, avviate anche con il supporto aereo, non hanno impedito il peggio. Quando il barcone si è capovolto, in mare non c’era alcuna nave di soccorso pronta a intervenire.
Il bilancio è emerso solo in seguito, grazie alla testimonianza dell’unico uomo sopravvissuto, recuperato da un peschereccio tunisino. Come scrive il Corriere della Sera, l’uomo ha raccontato di onde alte, panico a bordo e persone finite in acqua una dopo l’altra, senza giubbotti di salvataggio. Le vittime sarebbero 116, un numero che coincide con le ricostruzioni di Agi e con le informazioni raccolte da Alarm Phone nelle ore successive al naufragio.
Ancora una volta, le ONG parlano apertamente di mancato soccorso. Secondo quanto riportato da Sea-Watch, l’assenza di un coordinamento efficace e la progressiva riduzione dei mezzi di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale trasformano ogni segnalazione di pericolo in una corsa contro il tempo quasi sempre persa. Questa strage si inserisce in un quadro già drammatico: il 2025 è uno degli anni più letali degli ultimi tempi lungo la rotta libica, con centinaia di morti e dispersi spesso senza nome.
Il naufragio al largo della Libia non è solo una notizia di cronaca: è la fotografia di un sistema che continua a fallire. Le chiamate d’aiuto partono, le coordinate spesso mancano, le responsabilità si rimpallano, e il mare diventa una fossa comune. Un solo sopravvissuto resta a raccontare ciò che è accaduto, mentre 116 vite si perdono senza che nessuno risponda davvero alla domanda più semplice: si potevano salvare?
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