C’è un momento in cui un imprenditore smette di lasciare che siano gli altri a raccontarlo e decide di riprendersi fino in fondo la propria storia. È esattamente ciò che fa Roberto Goretti con “Sushi bar Topless bar. Storia di un ristoratore visionario”, il libro con cui torna sulla scena pubblica dopo anni di silenzio seguiti alla chiusura dello storico locale che lo aveva reso uno dei nomi più riconoscibili della ristorazione napoletana. Il volume, già disponibile su Amazon, nasce come memoir libero, personale, diretto, e ruota attorno all’esperienza del Jap One, realtà che ha segnato l’immaginario gastronomico cittadino e che, secondo il testo fornito, viene raccontata senza autocelebrazione ma con la volontà di restituire il lato più autentico, ruvido e umano di un’avventura costruita tra intuizione, eccessi, lavoro e cadute.

Il cuore del racconto è proprio questo: non una semplice operazione nostalgia, ma la rivendicazione di una traiettoria personale e professionale che ha inciso sulla storia recente del gusto a Napoli. Nel materiale condiviso, Goretti viene descritto come il ristoratore che ha portato il sushi nel Mezzogiorno, scegliendo oggi di affidare a un libro la propria versione dei fatti, in uno stile dichiaratamente “senza filtri”, ironico e viscerale. La sua vicenda prende avvio, simbolicamente, in una notte del 1994 a Cabo San Lucas, in Messico, tra una birra Asahi e l’incontro con il primo nigiri: un episodio che nel memoir assume il valore di una rivelazione e dell’inizio di una “cavalcata selvaggia” destinata a cambiare radicalmente il suo percorso di vita, fino all’abbandono dell’avvocatura e alla costruzione di un progetto ristorativo diventato negli anni un riferimento per la città.
Da qui il libro sembra allargarsi oltre il semplice aneddoto gastronomico e trasformarsi in un racconto più ampio sul successo, sulle sue seduzioni e sulle sue macerie. Nella presentazione del volume si insiste infatti su una narrazione che attraversa trent’anni vissuti al massimo, tra atmosfere internazionali, brigate di cucina multietniche, serate scintillanti, tensioni quotidiane, stress, guerriglie burocratiche e un senso di resistenza verso un presente digitale che, nelle parole attribuite all’autore, avrebbe progressivamente smarrito il valore profondo dell’esperienza e persino dell’“arricreamento dell’anima”. È una formula forte, che restituisce bene il tono del memoir: non una biografia levigata, ma un corpo a corpo con la memoria, con la fatica di un mestiere in cui dietro il glamour del bancone si nascondono sacrifici, ferite, intuizioni e una disciplina spesso invisibile al pubblico.
In questo senso, il libro di Roberto Goretti intercetta un doppio interesse. Da una parte parla a chi ha conosciuto il Jap One come luogo simbolo di una Napoli capace di recepire e reinterpretare linguaggi gastronomici internazionali; dall’altra può attrarre chi legge la ristorazione come spazio narrativo, quasi esistenziale, dove il cibo diventa il punto di incontro tra identità, rischio, gusto, immagine e resistenza personale. La forza comunicativa dell’operazione sta proprio qui: nella capacità di far convivere il mito di una stagione irripetibile con la lucidità di chi non intende nascondere il prezzo pagato per sostenerla. Nel testo si parla di “bellezza violenta” del mestiere e di sogni macellati accanto ai pesci sfilettati: immagini crude, ma efficaci, che danno subito la misura di una scrittura costruita per colpire e per lasciare traccia.
Anche il ritorno pubblico dell’autore ha un suo valore simbolico. La presentazione del libro è annunciata per sabato 28 marzo alle ore 12 a Officina Keller, nello spazio di Piazza Enrico de Nicola 46, a Napoli, all’interno dell’ex Lanificio. L’indirizzo della sede di Officina Keller corrisponde effettivamente a quello riportato nel materiale stampa e sul sito ufficiale dello spazio napoletano. La scelta del luogo non è secondaria: un laboratorio urbano e sociale come Officina Keller appare coerente con un libro che non vuole limitarsi a raccontare un’attività commerciale, ma punta piuttosto a restituire un pezzo di città, di costume e di trasformazione collettiva attraverso la biografia di un protagonista controverso e visionario.
Sul piano editoriale, “Sushi bar Topless bar” si inserisce anche in una tendenza sempre più riconoscibile: quella dei memoir d’impresa che funzionano quando riescono a superare l’autopromozione e a diventare racconto di un’epoca. Nel caso di Goretti, il valore aggiunto sembra stare proprio nel legame con una Napoli che negli ultimi decenni ha cambiato pelle anche attraverso la ristorazione, aprendosi a contaminazioni prima impensabili. Già negli anni passati, la storia del Jap One era stata raccontata da testate gastronomiche come esperienza pionieristica nel panorama cittadino, segno che il progetto ha lasciato un’impronta precisa nel dibattito sul cibo e sull’evoluzione del gusto urbano. Oggi quel percorso rientra in scena non sotto forma di celebrazione nostalgica, ma di resa dei conti narrativa, con il suo carico di orgoglio, disincanto e desiderio di autenticità.
Per questo il libro può interessare non solo gli appassionati di cucina giapponese o chi frequenta la scena food napoletana, ma anche chi guarda alle biografie imprenditoriali come a strumenti per capire le metamorfosi della città. Roberto Goretti, almeno da quanto emerge dal testo di presentazione, non sembra voler chiedere assoluzioni né costruire leggende di comodo: sceglie piuttosto di mettere in pagina la materia viva di una stagione fatta di intuizioni brillanti, errori, cadute, relazioni, fatica e desiderio di restare fedele a sé stesso. E forse è proprio questa, oggi, la chiave più interessante di “Sushi bar Topless bar”: non soltanto la storia di chi ha portato il sushi a Napoli, ma il ritratto di un uomo che prova a rimettere ordine nel caos del proprio mito personale, consegnandolo finalmente ai lettori.
#RobertoGoretti #SushiBarToplessBar #JapOne #Napoli #SushiNapoli #Ristorazione #OfficinaKeller #Libri #PresentazioneLibro #FoodCulture #SudNotizie

