di MANUELA RAGUCCI
Un cammino che è un lasciar andare ed accoglienza insieme, dove lasciar andare non significa “dimenticare” o camminare sulle macerie di ciò che è stato. Lasciar andare inteso come far defluire il dolore, sconfiggere la rabbia, accantonare il rimorso ed il rimpianto, per poter procedere poi con quella gioia ed insegnamento nel cuore, per accogliere la vita che inevitabilmente, continua. E c’è un momento, in tutti i riti di passaggio, in cui, prima di affrontare la prova, bisogna raccogliere le forze. La pratica del silenzio inteso come introspezione e vuoto aiuta a guardare in se stessi, ad accettare, a comprendere per poi lasciare andare davvero. Uno degli archetipi del rito di passaggio è il viaggio, non solo fisico, ma anche spirituale, inteso come percorso di crescita, in cui superare tanti ostacoli e fare i conti con la parte più profonda del sè e di cui la meta è soltanto una tappa, perché la vera scoperta della meraviglia si compie appunto, durante il percorso.
Il cammino di Santiago per chi lo ha fatto è anche tutto questo: è solitudine ma è anche incontro. Silenzio ed accoglienza. Sorriso e dolore. E se tutto questo sedimenta nel cuore di chi lo ha compiuto, per essere poi narrato attraverso l’atto di quel viaggio in solitaria che è lo scrivere, allora quel percorso diventa racconto e diventa il viaggio di chi potrà leggerne le pagine e potrà essere consolazione, insegnamento, ispirazione.
Mario Artiaco riesce a compiere l’alchimia della trasformazione del piombo in oro nel suo romanzo “21 storie del mio cammino di Santiago” e porta il lettore su un ottovolante di emozioni. Si ride, si riflette, si piange, si ride ancora e quando la pagina che segue l’ultima è quella di quarta di copertina in cui ci appare il sorriso dello scrittore, dobbiamo tributargli il silenzio, perché il silenzio che segue quelle parole, appartiene ancora a lui.
21 storie, 21, numero caro che ritorna sempre, quasi come imprinting che lo farà sentire a casa. 21, il numero perfetto, perché il prodotto di due numeri sacri, il tre che incarna l’inizio, la Trinità e il sette che rappresenta la fine; sono sette infatti i draghi delle trombe dell’Apocalisse. Nella cabala il 21 è il simbolo dell’amicizia sincera che aiuta a sopravvivere, che difende dai nemici. Il numero dell’equilibrio. Ma il 21 è anche il peso stimato in grammi della parte più importante di un essere vivente: l’anima. Il 21 come una giostra in cui il caso non esiste, rimbomba e ritorna e, nello scrittore Mario Artiaco, racconta. Racconta di uomini e donne incontrate durante il viaggio mentre si srotola il percorso sul quale Mario ha deciso di affrontare il dolore per la perdita dei tre grandi amori della sua vita: il suo papà Vincenzo, la sua mamma Maria Francesca e Diego Armando Maradona, l’anima dell’uomo che non lo abbandonerà mai, con cui lo scrittore sugella il patto d’amore fino all’ultimo giorno della sua vita e oltre. Nel lasciar andare, li ritrova, ne ritrova la dolcezza, la forza e quel coraggio necessario per andare avanti.
Intervista all’ autore

Questo viaggio era stato sognato, pensato nel tuo cuore ancor prima che nella tua testa, già da moltissimo tempo, forse mille vite fa, come ami sottolineare. Ma qual è il momento del “prima” in cui questa idea si fa spazio dentro te? Prima di diventare pensiero, c’è stato un attimo, che io amo definire “ispirazione”, che ti ha folgorato e da cui poi ha preso forma l’idea di coltivare in te questo desiderio che, dopo tanto tempo, con coraggio e determinazione si è concretizzato? A volte sono le pagine di un libro, le parole di una canzone, una storia ascoltata o semplicemente un paesaggio. Cosa ha acceso quella piccola fiamma che ha generato questo incendio d’amore che, grazie anche a questo tuo nuovo libro che lo alimenta, non accenna a spegnersi? Lo ricordi? Oppure il ricordo è talmente remoto da disperdersi nei meandri del “lo desidero da sempre”?
Era forse il momento in cui il dolore più lancinante stava tentando di strapparmi l’anima, quando ho avvertito chiara la sensazione che l’aria stesse terminando e che, di lì a poco, sarei soffocato. E benché sappia perfettamente che in fondo al dolore ci sia sempre l’amore, e benché sappia che l’amore mi ha spiegato tutto, non avevo più lacrime da piangere, avevo gli occhi prosciugati e arsi, il cuore morente. Il mio è stato il tentativo estremo e disperato di allontanarmi, fare deserto, vivere la solitudine prima, per poi isolarmi del tutto. Ho rovistato fino in fondo, le forze erano terminate e ho scelto di allontanarmi consapevole che, al massimo non ce l’avrei fatta oppure difficilmente sarei potuto rientrare peggio di come ero partito.
La solitudine. Ci sono diversi modi di frequentare le stanze della solitudine come scelta per compiere un viaggio in sé stessi. Dalla più estrema degli asceti a quella temporanea di chi sceglie dei momenti, più o meno lunghi, per poter godere di questa pratica, direi salvifica. Il viaggio, ma anche la scrittura, è uno di questi che, se praticato in solitudine, diventa anche una sfida con i propri limiti. Ma, a parte i limiti fisici che hanno messo a dura prova il tuo corpo, e quelli psicologici a cui hai dovuto tener testa e che ti hanno trascinato giù in diversi momenti del percorso, qual è il limite che puoi dire davvero di aver superato grazie a questa esperienza? Qual è il sasso che hai lasciato per sempre su quello sterrato?
Nessuno che mi conosce davvero immaginava sarei riuscito a partire, permanere, affrontare il cammino, giungere e rientrare, tutto questo in solitudine. Sono uno scombinato forsennato, malato di una forma atavica e congenita di una patologica rarissima di disconnessione di qualunque cosa che riporti alla razionalità. Le mie figlie erano letteralmente disperate all’idea che intraprendessi questo viaggio senza farmi accompagnare da nessuno. Il sasso che ho lasciato per sempre su quello sterrato? Esserci riuscito contro ogni pronostico.

Ci sono sport che, nonostante possano essere praticati anche in compagnia, penso al ciclismo, al trekking, al nuoto, ma la lista non è brevissima, diventano davvero potenti e assumono un valore catartico e una valenza diversa se praticati davvero nella solitudine del silenzio interiore. Certo, nel ciclismo c’è la figura del gregario, colui che, quando sei sfinito, ti affianca, incrocia il tuo sguardo, ti sta accanto fornendoti acqua e cibo, prestando la sua ruota in caso di foratura, che fa il giusto spazio tra la folla, ma che non può spingere il capitano fino all’arrivo, questo lo deve fare lui, questo è vietato dal regolamento. Può però mettersi in testa e fare andatura per proteggere dal vento, dalle tempeste della vita. E nella vita, tutti noi abbiamo avuto dei gregari e allo stesso tempo, lo siamo stati per qualcun altro, ma penso che, siamo anche gregari di noi stessi, perché sappiamo che ci sono circostanze in cui dobbiamo scavare nelle profondità del nostro io, per tirare fuori quella forza che non sapevi nemmeno di avere e che non esce fuori finché non sperimenti davvero la sofferenza. La forza delle tre grandi anime che hanno viaggiato con te, ti ha accompagnato, ti ha sospinto, ti ha protetto. I tuoi tre grandi amori, sono stati i tre grandi gregari di questo viaggio e questo è chiarissimo tra le pagine del tuo libro. Ma la bicicletta, intesa come idea, come parte di un progetto di vita, come esperienza per quello che ha rappresentato e rappresenta nella tua esistenza, può essere considerata essa stessa un “gregario” di Mario?
Senza bici non ce l’avrei fatta e non avrei fatto il cammino. La bici è uno dei miei luoghi di meditazione e resta impossibile da capire ai più cosa spinga a inoltrarsi in salite interminabili con il sole che brucia e il tasso di umidità proibitivo. Io racconto che l’ho fatto da solo e che ce l’ho fatta da solo ma in realtà, senza di lei, non sarei partito, avrei temuto un senso di smarrimento atroce mentre, anche nelle tappe desertiche, anche quando un mattino, il primo giorno, mi sono perso e non ho più incontrato nessuno per ore e mi sono disidratato, lei è stata compagna discreta e instancabile. Si nasce soli e si muore soli e, spesso, si procede soli. Io con lei, che è stata gregaria dei miei stenti, della mia sofferenza fisica, delle mie lacrime, mi sono spinto dove mai avrei potuto immaginare.

Tre amori della tua vita non sono più in questa dimensione, ma in un tutto che, a seconda della nostra percezione può apparirci talmente vicino, perché racchiuso nel posto più intimo della nostra anima, ma altre volte, talmente lontano proprio perché non tangibile e non sottomesso ai nostri limitatissimi cinque sensi, ma che, in modo diverso dal prima, ti accompagneranno nel tuo percorso di vita fino alla fine. Quanto è stato difficile lasciarli andare? Lo hai fatto davvero? Come è cambiato il tuo sentire verso di loro, dopo il cammino?
Va meglio, ho fatto ulteriori passi, sono più equilibrato rispetto al dolore e ai momenti in cui mi sento disorientato, orfano e malinconico. Francamente non ho capito, non so, se riuscirò mai del tutto e veramente nell’intento di poter sorridere solo rivolgendo lo sguardo al cielo o ricordando di loro. Probabilmente no, sono un essere umano, ampiamente impotente e questa non vuole risultare una dichiarazione di resa o una giustificazione ma la serena accettazione dei miei limiti.
Di certo ho ringraziato il creato per la morte priva di sofferenza che accolto mio padre, come del resto ho ringraziato perché sia la mia mamma sia Diego, per motivi e situazioni diverse, hanno trovato la pace grazie al soffio benefico e ristoratore di sorella morte corporale. Io continuo il mio viaggio, come ho promesso ai miei genitori in queste pagine, mi sforzerò di essere un uomo migliore e di sorridere sempre quando parlerò e ricorderò di loro perché so che di questo sarebbero felici. In fondo, “se mi ami non piangere, il tuo sorriso è la mia pace”.

E a proposito di sensi. Lasciamo parlare loro. Immaginiamo la madeleine proustiana, ma estendiamo il suo potere a tutti i 5 sensi. Cosa ti riporta alla mente le sensazioni di quei giorni? Qual è l’odore che ti riconduce al cammino? E il suono, inteso anche come musica, che ti fa ripensare a quei giorni? Il sapore che riesce a condurti lassù? L’immagine che si schiude davanti ai tuoi occhi e ti fa sognare di essere li? E quale brivido sulla pelle, quale consistenza? Quella del terreno, il pelo arruffato di un cane, il formicolio delle mani sulle manopole della bici? Qual è il pizzicotto sulla guancia, che ti fa ricordare che il cammino lo hai fatto per davvero e non lo hai soltanto sognato?
Il cammino continua, non è finito. Perché il cammino ti cambia la vita per sempre, non torni più quello di prima. Non ci sono luoghi o profumi, panorami o agglomerati di esseri umani erranti, seppur in numero esiguo, che mi abbiano riportato direttamente a quei posti, a quelle sensazioni, che sono solo di quei giorni. Devi essere in quel mood e provare quei brividi che ti denudano ma che sono anche consolatori. Devi essere isolato e smarrito, devi essere perso e vuoto per riempire di nuovo tutto, stavolta di cose buone. Basta veleni e beghe inutili, basta bugie, lascia andare. L’unica cosa che mi riporta saltuariamente e meravigliosamente a scampoli di quei giorni sono i messaggi e le chiamate che talvolta mi arrivano da persone, soprattutto del luogo, che ho incontrato lungo il tragitto. Con ognuno conosco perfettamente cosa ho vissuto, cosa ci siamo detti e gli incontri intimi delle nostre anime.
21 storie diverse tra loro, tanti gli incontri e tante le emozioni con un filo conduttore: l’arte di saper ascoltare. Non chiederò nulla dei protagonisti per lasciare che siano i tuoi incontri a raccontarsi attraverso le pagine del tuo libro. Ma queste anime, questi uomini, donne, anziani, bambini, questi cani dolcissimi, parlano tutti di Mario, un pezzettino per volta, ti disegnano. E ti vediamo ridere e poi piangere, imprecare e benedire, ti leggiamo vivo, e siamo vivi con te mentre seguiamo con gli occhi le parole delle tue storie. Quanto hai ancora voglia di raccontarti? Quanto hai bisogno di raccontare Mario?
Questo davvero non lo so. Mi piace raccontare chi ho incontrato, le storie che mio sono state donate, attraverso le quali ho imparato ad affrontare la vita e, con le quali, sono riuscito a migliorare il mio livello di tolleranza e accettazione del prossimo.
Mi sforzo sempre di cambiare punto di vista e comprendere cosa porta le persone a prendere delle decisioni anziché altre, scelte che io non perseguirei. Non ho pregiudizi o preconcetti, nemmeno nei confronti di coloro che sono pregiudicati e condannati, anzi, proprio con loro, sono più cauto e ho ancora di più da carpire e rubare per crescere.
È comunque probabile, si, che in ogni storia ci sia sempre un pezzettino di Mario, sia perché chi scrive utilizza la vita degli altri anche per liberarsi un po’ della sua, sia perché io sono coloro che incontro, i loro modi di essere, di reagire, adeguarsi e isolarsi dal mondo. Quindi si, tra le righe, troverete ancora tanto Mario.

Ph credits
le foto sono state gentilmente fornite da Mario Artiaco
La foto dello scrittore è di Giancarlo Rizzo
LA copertina è a cura di Paco Falco