Nel centenario della nascita di Sergio Vacchi (Castenaso, Bologna, 1925 – Siena, 2016), il Museo e Real Bosco di Capodimonte celebra uno dei pittori più eretici, intensi e visionari del Novecento italiano con la mostra “Sogno Mediterraneo. Sergio Vacchi”. Dal 6 novembre 2025 al 27 gennaio 2026, l’esposizione curata da Eike Schmidt, direttore di Capodimonte, e da Ursula Benvenuti, segretario generale della Fondazione Sergio Vacchi, propone un percorso di sei grandi opere che attraversano oltre quarant’anni di ricerca artistica, dal 1959 al 2006.
Questo omaggio rappresenta il principale tributo italiano per il centenario di Vacchi e segna, a sessant’anni dal suo debutto napoletano, il ritorno simbolico dell’artista in una città che fu decisiva per la sua evoluzione. Proprio a Napoli, nel 1965, alla Galleria Il Centro, Vacchi presentò il ciclo “Adamo ed Eva in Italia”, che sancì il suo ritorno al figurativo dopo la fase informale. Fu l’anno in cui la scena artistica partenopea esplose di vitalità: Marcello Rumma promuoveva la giovane arte contemporanea, mentre Lucio Amelio apriva la sua Modern Art Agency, preludio di una stagione irripetibile.
L’esposizione di Capodimonte, organizzata con la Fondazione Vacchi, propone un dialogo tra la materia pittorica del maestro e la luce del Mediterraneo, in un intreccio di mito, memoria e visione. Tra le opere in mostra spiccano Primo memoriale organico (1959), violento e drammatico come un’eruzione del Vesuvio; Per un volto del paesaggio (1962), dominato da un sole abbagliante e da creature ancestrali; e i due capolavori del ciclo svevo, La telefonata di marmo e L’amante di Federico II di Hohenstaufen (1966), che esprimono l’attrazione di Vacchi per il Sud come luogo di cultura e mistero.
Il percorso prosegue con Iter itineris secondo (2005), una visione apocalittica e salvifica dove un gregge ammantato di rosso plana su un paesaggio costiero, e con Melancholia Seconda, uno degli ultimi lavori dell’artista, un interno sospeso tra silenzio e simbolo, omaggio alla Cena leonardesca e alla solitudine umana.
Nel suo saggio “Da Adamo ed Eva a Federico II di Hohenstaufen: Sergio Vacchi a Napoli 1965-1967”, Eike Schmidt ricorda come “in pochi anni Napoli passò dalla lunga egemonia della cultura ottocentesca a una centralità internazionale nell’arte contemporanea. L’arrivo di Vacchi si inserì perfettamente in questo nuovo clima, capace di accogliere una pittura insieme colta, visionaria ed esistenziale”.
A suggellare il legame con Napoli e con la cultura cinematografica del tempo è anche la figura di Sophia Loren, che con Carlo Ponti fu tra i principali collezionisti di Vacchi, possedendo oltre cento opere. Proprio la celebre fotografia scattata da Dan Forer nel 1967, che ritrae Loren accanto al suo ritratto dipinto da Vacchi, torna nel catalogo della mostra come icona di un’epoca in cui arte, cinema e bellezza si intrecciavano in un “sogno mediterraneo” condiviso.
La mostra è ospitata al primo piano della reggia borbonica, tra i cartoni di Michelangelo e Raffaello e le collezioni di Mantegna, Tiziano e Brueghel: un contesto che amplifica la densità storica e poetica delle tele di Vacchi, dove mito, eros, potere e spiritualità si fondono in una pittura di energia primordiale.
Nel catalogo edito da Forma Edizioni (ISBN 978-88-55212-083), con testi di Eike Schmidt, Gabriella Belli, Lorenzo Canova, Ursula Benvenuti e Marilena Graniti Vacchi, si esplora la complessità del suo linguaggio, “una forza poetica che continua a parlare al presente”, come sottolinea la Presidente della Fondazione, Marilena Graniti Vacchi, nel presentare la mostra: “Napoli svela il ‘Sogno Mediterraneo’ dell’artista, un mondo intriso di storia, memoria, profezia e mistero. La figura di un imperatore colto come Federico II riafferma la cultura millenaria della città e il suo ruolo di crocevia dell’arte contemporanea”.
Nel tempo sospeso tra la materia e la mente, tra mito e modernità, il “sogno mediterraneo” di Sergio Vacchi diventa così un invito a guardare dentro le contraddizioni della bellezza, a riscoprire nella pittura un linguaggio di resistenza e rivelazione.
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(Immagini fornite dall’Ufficio stampa di Museo e Real Bosco di Capodimonte)







