Per anni lo stop alla vendita delle auto termiche dal 2035 è stato presentato come uno dei pilastri simbolici del Green Deal europeo, una linea di confine netta tra passato e futuro della mobilità. Oggi, però, quella linea appare sempre più sfumata. Le ultime settimane hanno segnato un cambio di passo evidente: Bruxelles non parla più di certezze, ma di revisioni, verifiche e possibili aggiustamenti. Il risultato è un clima di incertezza che coinvolge istituzioni, industria automobilistica e consumatori.
Formalmente, il regolamento che prevede il taglio del 100% delle emissioni di CO₂ per le nuove auto dal 2035 non è stato cancellato. Tuttavia, la Commissione europea ha avviato un processo di revisione che potrebbe modificarne l’impianto. L’ipotesi più accreditata è l’abbandono del divieto assoluto a favore di un obiettivo meno rigido, ad esempio una riduzione del 90% delle emissioni medie di flotta. Una soluzione che, nei fatti, consentirebbe la sopravvivenza dei motori a combustione interna, soprattutto in versione ibrida o alimentati con carburanti alternativi.
A spingere in questa direzione sono soprattutto Germania e Italia, che hanno assunto un ruolo centrale nel dibattito. Berlino continua a difendere la neutralità tecnologica e il potenziale degli e-fuel, mentre Roma sottolinea i rischi industriali e occupazionali di una transizione troppo rapida. Dietro le posizioni politiche c’è il peso di filiere industriali complesse, di distretti produttivi che temono di essere travolti da una rivoluzione non ancora sostenuta da infrastrutture adeguate e da una domanda stabile di veicoli elettrici.
Il tema, infatti, non è solo ambientale ma profondamente economico e sociale. Le vendite di auto elettriche rallentano in diversi Paesi europei, i costi restano elevati e la rete di ricarica procede a velocità diverse tra Nord e Sud Europa. In questo contesto, l’idea di mantenere una quota residuale di motori termici dopo il 2035 viene vista da molti governi come una valvola di sicurezza. Non a caso, alcune case automobilistiche chiedono chiarezza e stabilità normativa, mentre altre mettono in guardia dal rischio di indebolire la credibilità europea proprio nel momento in cui la competizione globale sull’auto elettrica si fa più dura.
Il rinvio della presentazione del nuovo pacchetto normativo, atteso ora a metà dicembre, è il segnale più evidente di una trattativa ancora aperta. Bruxelles cerca un equilibrio tra ambizione climatica e realismo industriale, consapevole che una marcia indietro totale sarebbe politicamente esplosiva, ma che un irrigidimento senza correttivi potrebbe produrre effetti controproducenti. In gioco non c’è solo il destino del motore termico, ma la capacità dell’Europa di guidare la transizione senza perdere competitività rispetto a Stati Uniti e Cina.
Per i consumatori, il messaggio è ambiguo: il 2035 resta una data simbolica, ma non più una scadenza scolpita nella pietra. Il futuro dell’auto europea potrebbe essere meno ideologico e più ibrido, fatto di elettrico, soluzioni intermedie e tecnologie ancora in evoluzione. Una transizione più graduale, forse meno netta, ma anche più aderente alla complessità del mondo reale.
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