di Francesco Bellofatto
C’è un’idea di fotografia che supera la semplice dimensione estetica e diventa pratica di presenza, esercizio di ascolto, possibilità concreta di crescita. È da qui che prende forma Diary, il progetto nato dalla collaborazione tra Magazzini Fotografici e la Fondazione Pio Monte della Misericordia, presentato il 1° marzo negli spazi di via San Giovanni in Porta, a Napoli, come esito di un laboratorio rivolto ad adolescenti e giovani. Non una mostra costruita dall’alto, né una restituzione didattica in senso tradizionale, ma un vero diario collettivo capace di restituire frammenti di città, pensieri, relazioni, dettagli di vita e trasformazioni interiori. La mostra, visitabile fino al 13 marzo, rappresenta il primo tassello di un più ampio percorso con cui la Fondazione Pio Monte ETS intende utilizzare i linguaggi artistici come strumenti di inclusione, formazione ed emancipazione giovanile.
A spiegare il cuore dell’operazione è Yvonne De Rosa, fotografa e direttrice artistica di Magazzini Fotografici, che lega il progetto alla vocazione più profonda dello spazio indipendente da lei fondato. “Diary è un progetto nato in collaborazione con la Fondazione Pio Monte della Misericordia, con l’interesse del presidente Pierluigi Rocco di Torrepadula, e rientra nella filosofia di Magazzini Fotografici di essere laboratorio aperto”, afferma Yvonne De Rosa, chiarendo subito come l’iniziativa non sia stata pensata soltanto come un’esperienza tecnica, ma come un dispositivo culturale e umano. Il laboratorio ha coinvolto per tre mesi ragazzi e ragazze molto giovani, accompagnati in un percorso che ha toccato l’uso del mezzo fotografico, l’alfabetizzazione visuale e la lettura consapevole delle immagini, fino alla costruzione di un piccolo progetto personale e collettivo.
La scelta del titolo e della forma narrativa non è casuale. Diary nasce infatti come espressione immediata, accessibile e autentica del vissuto dei partecipanti. “Con dei partecipanti giovani abbiamo scelto la forma del diario più spontanea e semplice, ovvero la creazione collettiva di un diario con piccoli dettagli dei loro pensieri e del loro vissuto”, sottolinea Yvonne De Rosa. In questa dichiarazione si concentra il senso più profondo del progetto: la fotografia come traccia del presente, come linguaggio capace di raccogliere dettagli minimi e trasformarli in racconto condiviso. Il risultato è un mosaico di voci che restituisce l’immagine di una Napoli plurale, complessa, attraversata da quartieri, amicizie, tradizioni quotidiane e riflessioni intime. Fotografie e collage si alternano così come frammenti di una mappa emotiva della città, dove l’esperienza individuale si apre a una dimensione collettiva.
Il valore dell’operazione, del resto, sta proprio in questa capacità di tenere insieme educazione, libertà espressiva e consapevolezza. Durante il percorso i giovani partecipanti hanno incontrato professionisti della fotografia, svolto visite esterne, sperimentato il collage, utilizzato strumenti di editing e si sono confrontati con diverse modalità di costruzione dell’immagine. Il progetto punta ad un’apertura di possibilità: “Il nostro intento era esplorativo, per creare qualcosa che potesse permettere ai ragazzi di essere consapevoli nella comunicazione per immagini”, spiega la curatrice. È un’affermazione che illumina bene l’orizzonte del progetto: in un’epoca dominata da una produzione incessante di contenuti visivi, educare a leggere e a usare le immagini significa offrire strumenti di cittadinanza culturale, non soltanto competenze creative.
Da questo punto di vista, il significato della fotografia assume in Diary una portata quasi etica. Yvonne insiste infatti sulla necessità di recuperare un rapporto pieno con il presente, contrastando la dispersione provocata dall’eccesso di stimoli e dalla continua distrazione digitale. “La consapevolezza dell’essere qui ed ora si sta iniziando a perdere per i continui stimoli e distrazioni, tra cui il peggiore è il telefonino”, osserva, aggiungendo che “siamo da un’altra parte rispetto a dove siamo in realtà”. In questa riflessione la fotografia riacquista un ruolo forte e decisivo: non semplice immagine da consumare, ma strumento per fermarsi, guardare, comprendere. Proprio perché “lo strumento principe sono le immagini”, diventa fondamentale “affinare la capacità di lettura, fruirne e utilizzarle”. Il progetto acquista così un valore educativo che va oltre il laboratorio stesso: insegna a stare nel mondo e a interpretarlo, restituendo ai giovani un rapporto più lucido con ciò che vedono e con ciò che scelgono di raccontare.
In questa prospettiva la tecnica non deve schiacciare l’autorialità: il vero obiettivo è dare ai ragazzi uno strumento e accompagnarli in un processo di maturazione dello sguardo. È un passaggio importante, perché ribalta un luogo comune diffuso: prima ancora del perfezionamento tecnico, viene la capacità di leggere, scegliere, prendere posizione, trovare una propria voce. La fotografia, in questo senso, può essere praticata con mezzi diversi, persino con il telefonino, purché resti intatta la coscienza del gesto e dell’intenzione. Quello che conta è l’autorialità, il filo logico, la possibilità di raccontare il mondo con una visione personale.
E in tal senso Diary non si limita a mostrare immagini: costruisce un’esperienza di consapevolezza. Il valore del progetto si misura anche nella trasformazione che produce in chi vi ha preso parte. La fotografia, allora, non è solo memoria visiva del presente: è forma di educazione sentimentale e civile, occasione per nominare il proprio vissuto, per leggere la realtà e per riconoscersi dentro una comunità. In una città come Napoli, ricca di stratificazioni, contraddizioni e potenzialità narrative, un progetto come Diary acquista così un significato ancora più forte: restituisce ai giovani il diritto di guardare e di raccontare, e alla città nuove immagini, nuove storie e nuove possibilità.
Da tempo, infatti, Magazzini Fotografici lavora per allargare lo sguardo, sottraendolo alla ripetizione degli stereotipi e aprendolo a una narrazione più consapevole. La fotografia a Napoli è stata a lungo compressa dentro immagini prevedibili, mentre oggi occorre “raccontare con consapevolezza e senza retorica”, sottolinea la De Rosa. Anche qui Diary assume un significato forte: il progetto non impone una Napoli da cartolina né una Napoli drammatizzata, ma lascia emergere una città vissuta, osservata dal basso, attraversata dalle giovani generazioni nei loro spazi quotidiani. È proprio questa sincerità dello sguardo a rendere la mostra significativa sul piano culturale e sociale.
La collaborazione con la Fondazione Pio Monte della Misericordia si inserisce perfettamente in questa prospettiva. Fondata nel 2024, la Fondazione Pio Monte ETS nasce in continuità con la storica missione dell’istituzione attiva a Napoli dal 1602 nel sostegno alle persone più fragili, e oggi sviluppa progetti mirati a contrastare le disuguaglianze educative attraverso cultura e bellezza. Il laboratorio fotografico inaugurato a settembre e sfociato in Diary è il primo intervento di una serie di azioni che coinvolgeranno anche teatro e valorizzazione del patrimonio artistico. In questo quadro, il progetto curato da Yvonne De Rosa diventa un esempio concreto di come l’arte possa agire come strumento relazionale, pedagogico e civile.
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