di Luca Sorbo
La fotografia di Barbara Di Maio interroga il sacro per comprendere il senso della vita. Il suo sguardo si immerge nelle rappresentazioni religiose per indagare il mistero che le avvolge. Gli istanti delle sue immagini sono sospensioni temporali che catturano la retina dello spettatore per trasportarlo in una dimensione interiore in cui vivere esperienze ancestrali. La superficie diventa un alfabeto cifrato in cui sono evidenti i segni del profondo. La passione che la guida nella sua ricerca è un vento che ci travolge e ci avvolge, lasciando un profumo di autenticità.
Come è nato il tuo interesse per la fotografia?
È nato in casa, da bambina, grazie a mio padre: era commercialista, ma aveva una grande passione per la fotografia. Usavo le sue Polaroid e in casa avevamo diverse macchine analogiche di ogni formato. A dieci anni mi regalò una Olympus Trip 35, e da lì non ho più smesso. Al liceo e anche dopo scattavo continuamente: con le analogiche, le usa e getta, le Polaroid… ho cassetti pieni di fotografie. All’inizio era un gesto istintivo, naturale, non sapevo neanche cosa fossero ISO, tempi e diaframmi. Era, ed è tuttora, un’esigenza interiore.
Qual è stato il tuo percorso formativo?
La formazione fotografica è arrivata più tardi, intorno ai trent’anni. Prima avevo intrapreso studi linguistici, poi ho sentito il bisogno di approfondire quella che fino ad allora era stata una passione viscerale. Ho iniziato studiando con professionisti, poi ho deciso di ricominciare dalle basi, frequentando corsi sia in America che in Italia. Successivamente ho incontrato grandi maestri della fotografia, con i quali ho avuto la fortuna di formarmi. Ogni esperienza mi ha lasciato un segno: più che la tecnica, ho assorbito un modo di guardare, un approccio etico e narrativo.
Quali sono state le tue prime ricerche visive?
Fin dall’inizio la mia attenzione è stata rivolta al reportage. Non mi interessava né la moda né lo still life: sentivo il bisogno di raccontare storie attraverso le immagini. La fotografia, per me, è sempre stata legata allo storytelling, a un’urgenza di osservazione e restituzione del reale.
Al Museo di Trastevere è stata appena inaugurata una mostra a cui partecipi. Ce ne parli?
Il progetto si intitola Legami intangibili nei paesaggi festivi ed è nato come una grande campagna di documentazione e ricerca fotografica demoetnoantropologica. È stato candidato dall’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale e ha vinto il bando pubblico Strategia Fotografia 2022, promosso dal Ministero della Cultura per sostenere ricerca e talenti italiani.
L’obiettivo è documentare, proteggere e promuovere il patrimonio immateriale, con particolare attenzione al significato della “festa” come momento di relazione tra persone e natura. La festa non è solo ritualità, ma anche memoria, identità e coesione. Un aspetto per me particolarmente significativo è che le fotografie realizzate sono oggi parte dell’archivio dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale, andando così a costituire una traccia tangibile di questo lavoro di ricerca.
Partecipare a questo progetto per me è stata un’esperienza preziosa. Ho sempre vissuto la fotografia come una missione, un atto di responsabilità verso la memoria collettiva e un segno da lasciare alle generazioni future. Sapere che il mio lavoro è stato incluso in un contesto istituzionale e culturale significativo rappresenta una tappa importante e mi motiva a proseguire con dedizione il percorso che porto avanti da quindici anni.
Cosa pensi dei social e dell’intelligenza artificiale? Come è cambiata la fotografia e come cambierà?
I social, se usati bene, possono essere una vetrina straordinaria: aprono possibilità, connessioni, dialoghi. Ma allo stesso tempo possono chiudere, appiattire, imporre dinamiche di velocità e consumo che non sempre si conciliano con la profondità della fotografia.
Quanto all’intelligenza artificiale, faccio fatica a considerarla parte della fotografia. Per me la fotografia nasce dallo sguardo umano, da un incontro tra fotografo, soggetto e contesto. L’AI produce immagini, ma manca di quell’esperienza vissuta, di quell’atto umano che è alla base dello scatto.
Credo che l’evoluzione della fotografia non dipenda dalla tecnologia in sé, ma dagli sguardi dei fotografi, dalla loro capacità di interpretare e raccontare. Non sono interessata alla contrapposizione tra analogico e digitale: il mezzo è solo un tramite, ciò che conta è la visione.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Sto portando avanti due progetti a lungo termine, entrambi legati a temi che sento profondamente.
Il primo riguarda i carnevali storici in Campania, in particolare la maschera come simbolo di trasformazione e mistero: un elemento che attraversa culture e secoli, e che custodisce un potere rituale e narrativo fortissimo.
Il secondo si intitola In nome della Madre: è un omaggio e un’analisi del ruolo delle donne nei rituali religiosi. Le donne sono spesso il cuore pulsante di queste tradizioni, custodi di gesti, memorie e spiritualità, e sento il bisogno di raccontarle con attenzione e rispetto.
Il mio desiderio è che entrambi i progetti diventino libri, strumenti di memoria e di riflessione.





