di Luca Sorbo
Renato Esposito vive la fotografia con grande passione, cercando la consapevolezza di uno sguardo che sia capace di sintetizzare un’esperienza di vita vera e sincera. Formatosi nel fotogiornalismo, oggi è uno dei principali fotografi di teatro. Straordinarie le sue immagini della Cupa di Mimmo Borrelli in cui riesce ad entrare nel vortice creativo del drammaturgo di Torregaveta. Il suo sguardo è istintivo, ma sapiente, poiché conosce la forza ed il pregio della grande tradizione della fotografia napoletana e vuole essere un degno erede di quei nomi così prestigiosi. Affronta le difficolta del mercato del lavoro con sempre nuovi progetti originali ed innovativi.
Come è nato il tuo interesse per la fotografia?
Ero un ragazzino di 13-14 anni. Erano i primi anni delle superiori dell’I.S.A. di San Gennaro Vesuviano. Un giorno mi ritrovai a seguire una conferenza sul Cinema di Federico Fellini, presieduta da Padre Angelo Arpa – storico Gesuita – amico e sostenitore del maestro, che difese Fellini dalla censura della chiesa negli anni dei film come “Le notti di Cabiria” nel 1957 e “La dolce vita” nel 1959, in un Cineclub nel napoletano. In quella occasione furono proiettate alcune foto scattate su vari set dei film di Fellini da Tazio Secchiaroli e per me fu una folgorazione “scoprire” le foto, che documentavano i vari set. Quelle foto per me avevano la valenza di “un altro film” un racconto visivo straordinario fatto per immagini, foto che raccontavano tutto il grande lavoro dietro ai film di Fellini.
Quale è stato il tuo percorso formativo?
Dopo il liceo artistico ho continuato i miei studi presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli (indirizzo Scenografia) perché nel piano di studi era previsto un corso di Fotografia condotto da Fabio Donato. Ero talmente affascinato dalla materia che andavo a “spiare” anche le lezioni che Donato svolgeva per altri anni accademici, cercando di imparare.
Quali sono state le tue prime esperienze lavorative?
Le prime esperienze lavorative risalgono agli anni dell’Accademia quando iniziai a frequentare il Teatro Galleria Toledo come assistente scenografo e illuminotecnico. In quell’occasione iniziai a sperimentare le prime fotografie documentaristiche di scena, anche se già da diversi anni “scattavo” durante eventi significativi che accadevano in città (manifestazioni, cortei, folklore…)
Come e perché hai cominciato a lavorare come fotogiornalista?
Iniziai a far parte dello staff fotografi dell’Agenzia Fotogiornalistica Controluce a Napoli, una vera e propria palestra per me che mi approcciavo al Fotogiornalismo. In quegli anni ho imparato a stare dentro la news, a seguire e cercare le storie più interessanti che ruotavano intorno a quell’avvenimento che stavo documentando e provare a raccontarle attraverso la fotografia.
Quali sono i reportage che ricordi con maggior soddisfazione?
Per un periodo abbastanza lungo ho seguito, tra cortei di protesta e manifestazioni varie, la “crisi” della cosiddetta terra dei fuochi. Quel continuo tentativo di cercare storie mi portò alla mia prima foto pubblicata per una rivista nazionale importante come L’Espresso nel 2014.
Quali sono i tuoi riferimenti culturali e visivi?
Tutto il lavoro instancabile di William Klein come la sua ricerca visiva nel “costruire” le storie su Parigi o New York. Mi affascina molto anche il lavoro straordinario del fotografo ceco Josef Koudelka che ha incentrato la sua poetica su temi sociali come la vita dei Rom e le loro tradizioni. In Italia, e a Napoli soprattutto, ho approfondito la ricerca visiva di Luciano D’Alessandro, l’approccio concettuale-artistico di Mimmo Jodice e la narrazione socio-politica di Luciano Ferrara.
Quando e perché hai deciso di occuparti prevalentemente di foto di scena per il teatro?
Le “etichette” non mi sono mai piaciute. Provo ad occuparmi di fotografia in generale, utilizzo questo mezzo espressivo per provare a raccontare storie di persone. La fotografia di scena è complessa, penso di non essere mai riuscito a scattare quella determinata foto che “racchiuda” uno spettacolo e nella quale un regista qualsiasi con cui abbia collaborato si riconosca del tutto. Posso dire in qualche modo di essermi avvicinato, sicuramente, alla “foto di scena” con la classica foto che serve ai giornali, dove distrattamente il lettore fa cadere lo sguardo. Ma non sono un fotografo di scena, forse perché non trovo differenze nel documentare, ad esempio, una manifestazione o uno spettacolo teatrale. L’approccio è lo stesso, non mi voglio fermare all’attore, ma spingermi fino a “raccontare” la persona che c’è “dietro” l’attore. Mi piace sbirciare nelle vite delle persone e nello stesso istante provo ad essere testimone del tempo in cui vivo, per me il “fuori” e il “dentro” del palcoscenico sono la stessa cosa: incontrare le vite e le tante storie che in esse si nascondono.
Quali sono state le collaborazioni che ti hanno coinvolto maggiormente e perché?
In primis mi piace ricordare l’esperienza lavorativa presso le Agenzie come la Controluce e la Agence France-Presse (AFP) in qualità di fotografo stringer come corrispondete per il Sud Italia. Durante quegli anni ho lavorato a diversi commissionati che mi hanno portato pubblicare le mie foto su diverse testate nazionali ed internazionali. In ambito teatrale ho avuto la fortuna di collaborare con nomi importanti della scena tra i quali Mimmo Borrelli, Davide Iodice, Marco Martinelli, Federico Tiezzi, Sandro Lombardi e Lino Musella. Inoltre ho vissuto l’esperienza di seguire per qualche anno il lavoro del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards a Pontedera e a Wroclaw in Polonia. Documentare il teatro mi permette di proseguire lo studio “sulle persone” alla ricerca delle loro storie, con lo stesso approccio che adotto nel documentare storie nel quotidiano.
Come ti approcci ad uno spettacolo teatrale? Come trovi l’armonia con il regista e gli attori? Hai mai avuto difficoltà?
Per diversi giorni, a volte anche per una settimana, non fotografo. Provo a conoscere le persone, a capire lo spettacolo e quello che vuole il regista dagli attori in scena. Questo tempo senza fotografare mi serve in un secondo momento, quando decido di scattare, a rendere “invisibile” la macchina fotografica. Entrare in sintonia con le persone, che hai provato a conoscere nei giorni precedenti durante le prove, ti permette di capire meglio quello che stai andando a fotografare.
La stessa cosa mi capita quando fotografo il “fuori” dal palcoscenico. Mi capita di ritrovarmi giorni prima su una location dove avverrà un evento, mettiamo il caso una manifestazione. Ci vado di proposito per studiare il percorso della luce solare e gli spazi e per capire come ci si potrà muovere per avere la miglior visuale possibile per raccontare una probabile “scena” che si potrà verificare. Sono delle ipotesi molto remote, per carità! Magari in quel giorno pioverà e la luce sarà diversa, chi può dirlo. Ma, in qualche modo…mi porto avanti con il lavoro!
Come ti poni rispetto alla grande tradizione della fotografia di scena italiana e napoletana?
Mi pongo con un approccio di studio continuo. Mi piace approfondire il lavoro di colleghi che si muovono nell’ambito della fotografia teatrale.
Sono affascinato dal lavoro di maestri come Maurizio Buscarino, Tommaso Le Pera, Marcello Norberth e cerco di carpire la loro sensibilità nell’approcciare il soggetto fotografato.
La fotografia può conservare il teatro?
Questa bella domanda, mi tormenta dal primo giorno che ho deciso di provare a cercare di documentare uno spettacolo teatrale.
Forse un giorno sarò in grado di trovare la risposta giusta a questa domanda e magari potrai rifarmela, perché è difficile racchiudere, “conservare” come dici, il teatro. Sicuramente la fotografia teatrale diventa traccia, la memoria di un passaggio come news che serve ai giornali o per un archivio di uno stabile e sicuramente riesce ad avere una valenza come memoria storica. Ma la sfida più grande, per chi come me prova ad avvicinarsi a raccontare il teatro, sarà “racchiudere” uno spettacolo in una sola foto che permetta di riconoscere l’emozione che quella performance dal vivo ha trasmesso. E questo soprattutto in un’epoca come la nostra, in cui veniamo bombardati da immagini su immagini, spesso superflue e inutili.





