di Luca Sorbo
Mario Ferrara usa la fotografia con sapienza, ha piena fiducia nella capacità del mezzo di rivelare il soggetto. La sua creatività si esprime nel ridurre al minimo il suo intervento. Molti credono che per essere autore si debba intervenire nell’opera con effetti sorprendenti, ma questo a volte esprime solo l‘insicurezza del fotografo. Mario vuole che il soggetto sia in qualche modo autore e che la fotografia sia scrittura di luce. Utilizza il mezzo come memoria di macchina, padroneggiando le regolazioni della sua fotocamera con maestria. Non cerca le facili astrazioni o i giochi prospettici. Nel guardare le sue immagini penso ai ritratti di fabbrica di Basilico, ritrovo la stessa ricerca di essenzialità, lo stesso rispetto per quelle strutture, che un tempo hanno avuto un ruolo importante per il territorio in cui sono ubicate e per le persone che vi hanno lavorato. Lo sguardo attento di Mario ricerca le linee di forza dell’edificio per costruire l’inquadratura, ricerca la presenza della luce per dare tridimensionalità al soggetto, cerca insomma la personalità delle architetture. Vi è nel suo lavoro una sorta di progettazione visiva dello spazio, una riflessione su come l’architettura interagisce e modifica il territorio. È una presa di coscienza dei luoghi in cui si vive, un focalizzare l’attenzione su questi edifici, a volte, abbandonati e dimenticati, una riaffermazione di identità.
Questo è un intervento, che mi piace chiamare di ecologia visiva.
Come è nato il tuo interesse alla fotografia?
Grazie a due cose che coincisero: la necessità di utilizzare la fotografia per alcuni esami del primo anno di Architettura all’università ed un mio amico, più grande di me, che da pendolare frequentava nello stesso periodo l’Istituto Europeo di Design a Roma. Fu lui che mi passò le dispense sulla tecnica fotografica, sulle proprietà della luce e, grazie a lui, imparai la tecnica della camera oscura allestendone anche una mia personale a casa. Era il 1990.
Qual’è stato il tuo percorso formativo?
Dopo la laurea in Architettura alla Federico II di Napoli ho frequentato nel 2001/2002 un master, alla Facoltà di Architettura dell’Università La Sapienza di Roma, in Rappresentazione fotografica dell’architettura e dell’ambiente. È stata l’occasione per conoscere il mondo della fotografia di architettura e di paesaggio; non solo tecnica, ma la storia, i grandi autori, le campagne fotografiche sul paesaggio. Da quel momento ho iniziato un percorso di approfondimento anche nel mondo dei libri d’autore, soprattutto del genere architettura e paesaggio. Al momento ho una collezione di circa quattrocentocinquanta volumi.
Quali sono state le tue prime esperienze lavorative?
Quando durante il master comprai la mia prima Silvestri (modello SLV, fotocamera analogica di formato 6×9, specifica per la fotografia di architettura) alcuni amici architetti si incuriosirono e mi iniziarono a chiedere di fotografare i propri lavori. Dopo poco mi capitò una committenza abbastanza importante: la Deutsche Bank mi contattò per una campagna fotografica sulla città di Viterbo da realizzare in sole cinque fotografie lasciandomi completamente libero di trattare il tema come volessi. Le fotografie sarebbero servite per allestire una mostra all’interno di una nuova filare. Superata una prima fase di indecisione sul come trattare il tema, mi venne poi naturale concertarmi sulle cinque architetture più rappresentative della città, proponendo delle fotografie che esasperassero il concetto di frammento insito nel linguaggio della fotografia attraverso dei tagli netti nella composizione. Il progetto piacque e mi furono commissionate altre sei città: Pavia, Vigevano, Rho, Seregno, Genova (quartiere di Sestri Ponente) ed Avellino. Penso che oggi le fotografie siano ancora nelle filiali.
Quale è stata la tua prima pubblicazione?
Durante il periodo di insegnamento in un istituto professionale nel quartiere di Ponticelli a Napoli, mi capitò di partecipare ad un progetto extracurricolare nato per contrastare la dispersione scolastica. Ne approfittai per uscire sul territorio con i ragazzi, mostrargli la mia attrezzatura per la fotografia di architettura, il medio formato, il controllo delle linee verticali in fase di ripresa e fotografai insieme a loro gli edifici di edilizia popolare che circondavano il nostro istituto che molto verosimilmente erano anche le loro case. Riuscimmo a stampare le fotografie ed appenderle nel corridoio della dirigenza. Un po’ di tempo dopo un consigliere della circoscrizione fece un po’ di anticamera prima incontrare il Dirigente scolastico e nell’attesa fu costretto a guardare le mie fotografie. Chiese di conoscermi e mi propose di realizzare una pubblicazione. Le fotografie sono del 2004, ma il libro fu pubblicato nel 2007. Si chiama Didattica dei luoghi. Sguardo su una periferia centrale.
Quale è il tuo approccio al soggetto? Come progetti una ricerca visiva?
Da qualche anno mi capita di lavorare sia sulla scala dell’architettura, sia su quella del paesaggio e per fortuna, anche se su committenza, sono in linea di massima libero di trattare il tema attraverso la mia visione personale. Riguardo l’architettura è necessario, secondo me, acquisire conoscenza in merito ai principi che hanno generato il progetto, la storia dell’architettura in questione, sia essa contemporanea che classica monumentale. Questo diventa necessario per poter stimolare la percezione visiva quando si fotografa. Possiamo guardare, ma solo grazie alla conoscenza possiamo vedere. La fotografia di architettura registra uno sguardo frutto di una visione consapevole e l’obiettivo è quello di condividere conoscenza, altrimenti corriamo il rischio di produrre esercizi sulla geometria della forma. In questo caso è probabile generare belle fotografie, ma è un’altra cosa rispetto all’utilizzo dello strumento come linguaggio di rappresentazione che attraverso una serie ed una sequenza fotografica mira a condividere un progetto di architettura realizzato.
Quando lavoro sul paesaggio, invece, oltre alla componente relativa allo studio del territorio propedeutica alla fase di ripresa, c’è quella dell’esplorazione sul campo, dell’attraversamento fisico del territorio, quindi all’incontro con i luoghi. Queste campagne fotografiche sono perlopiù a corredo di studi di urbanistica o sul paesaggio, per cui la fotografia diventa lo strumento per leggere il territorio oggetto della ricerca cercando di offrire spunti di riflessione, ma resta fondamentale il confronto costante con i ricercatori che studiano il tema attraverso altre discipline.
Quali sono state le altre tue pubblicazioni?
Mi capita spesso di produrre fotografie che poi servono per articoli su riviste specializzate, ho avuto la fortuna di pubblicare su Casabella, Domus e Area solo per citare le maggiori, o per contributi in libri di architettura editi da case editrici come Electa, Marsilio e Quodlibet. Come prodotto personale c’è una ricerca sul paesaggio tra Napoli e Caserta, tragitto che attraverso su e giù da trent’anni, che si chiama Campagna Periurbana. Tra Napoli e Caserta che è stata pubblicata da Lettera Ventidue nel 2022. Mi piace ricordare però anche una piccola pubblicazione in edizione limitata con DIVISARE, che è un portale di architettura che da ampio spazio alla fotografia, riguardante il Piraeus Housing Block ad Amsterdam degli architetti Hans Kollhoff & Christian Rapp. In questi giorni, inoltre, sarà pronto il volume che raccoglie la campagna fotografica che ho realizzato per la Fondazione Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Napoli su alcune architetture dei maestri della scuola di architettura napoletana del secondo 900. Le fotografie sono in mostra proprio in questo periodo e fino a fine luglio a Villa Pignatelli – Casa della fotografia a Napoli.
Collabori con il Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II di Napoli, puoi spiegarci quali attività ha avviato con l’Università?
Sono di duplice natura. Nella didattica, dal 2016, ho un corso di fotografia inserito tra i corsi a crediti liberi dell’offerta formativa. Al momento sono docente a contratto. Nella ricerca, partecipo a progetti multidisciplinari con campagne fotografiche su tematiche che vanno dall’architettura al paesaggio. Al momento sto lavorando in particolare per una ricerca sui Campi Flegrei.
Quali pensi sia la principale qualità di un fotografo?
Forse la capacità di entrare nel tema che affronta. Sia che si tratti di una ricerca personale, sia che si tratti di una committenza è importante, secondo me, fare proprio il tema da trattare.
Cosa la fotografia può dare all’architettura?
Sicuramente la diffusione, oltre a riviste e libri, oggi più che mai attraverso i mezzi a disposizione del nostro tempo (web e social). Inoltre, penso che la fotografia abbia il potere di disvelare cose che ad occhio nudo non sempre si percepiscono. Spesso mi capita che l’architetto per il quale ho fotografato mi dice che nelle fotografie sono emerse cose che neanche lui stesso, nonostante sia il progettista, aveva controllato. Non sono stato bravo io, è la fotografia che ha un forte potere in tal senso.
Gabriele Basilico è stato un punto di riferimento importante nel tuo percorso. In cosa ti ha influenzato? Ci sono altri fotografi che consideri dei modelli?
Si, ho avuto la fortuna di avere Gabriele Basilico come docente al master a Roma di cui parlavo prima. Tra le sue lezioni, quella pratica all’Eur fu per me determinate. Il suo approccio è stato da allora un modello per me, non soltanto sull’architettura, ma soprattutto per i suoi lavori sul paesaggio che ho approfondito negli anni a seguire. Penso al suo lavoro per la DATAR, a Sezioni del paesaggio italiano, il lavoro su Beirut, ma tutta la sua vastissima produzione. Mi ha insegnato soprattutto il rispetto con cui guardare il soggetto, attraverso quella che lui stesso ha definito “la misura”, una giusta distanza di osservazione che non cerca punti di vista o prospettive esasperate. Inoltre, da lui ho appreso che adottare un metodo costante, alla lunga ripaga. Non sono riuscito a comunicagli la mia riconoscenza, ma ho provato a farlo indirettamente nel 2023 quando abbiamo presentato il documentario Basilico. L’infinito è là in fondo prodotto per i dieci anni dalla sua scomparsa al Dipartimento di Architettura invitando per l’evento sua moglie Giovanna Calvensi. Altri fotografi da cui traggo costantemente ispirazione fanno riferimento alla fotografia americana degli ani 70, i New Topographics, Robert Adams e Stephen Shore in particolare, ma ovviamente tutta la scuola di paesaggio italiana con Ghirri, Jodice, Guidi, Chiaramonte. Mi piacciono molto anche i Becher e la scuola di Dussendolf, Thomas Struth su tutti, ma adoro anche i lavori Joel Sternfeld e i progetti di Hiroshi Sugimoto.
Come concili ricerca visiva e attività professionale?
Quando possibile cerco di fare miei i temi che mi capita di affrontare. Il lavoro sui Campi Flegrei che sto conducendo ora per il Dipartimento di Architettura e che in particolare tratta il tema dell’archeologia affiorante in relazione al contesto della città contemporanea, sto cercando di estenderlo anche oltre l’area oggetto della ricerca. I Becher ci hanno insegnato che la tematica deve diventare un po’ un’ossessione, nel significato più sano possibile ovviamente.
Cosa è oggi la fotografia di architettura con le possibilità delle manipolazioni digitali e dell’intelligenza artificiale e cosa potrà essere in futuro?
Non lo so ancora. Venendo dalla fotografia analogica uso il digitale con lo stesso approccio. Il file raw consente di “sviluppare“, quanto acquisito, nel migliore dei modi ed è questo il principale vantaggio del digitale secondo me. Riguardo l’intelligenza artificiale non ho ancora un’idea chiara in merito.
A quali progetti stai lavorando oggi e quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Oltre al tema dell’archeologia affiorante che, come ho già detto, mi piacerebbe estendere il più possibile, ho altri due progetti in essere con il Diarc su due temi riguardanti l’architettura napoletana che spero possano essere chiusi e condivisi il prima possibile.






