La diciannovesima giornata del Campania Teatro Festival 2026 attraversa epoche, linguaggi e immaginari lontanissimi tra loro, ma uniti da una stessa domanda: in che modo la storia privata degli uomini diventa racconto pubblico, memoria collettiva, teatro? Martedì 30 giugno, il festival diretto da Ruggero Cappuccio, organizzato dalla Fondazione Campania dei Festival, presieduta da Alessandro Barbano, e finanziato dalla Regione Campania, propone un percorso che parte dalle ombre del fascismo, passa per la cultura del gusto nella Napoli borbonica e arriva fino al mito contemporaneo di Michael Jordan, icona assoluta dello sport mondiale.

È una giornata che conferma la vocazione del Campania Teatro Festival a non separare mai intrattenimento e pensiero, spettacolo e conoscenza, memoria storica e immaginario popolare. Sul palcoscenico del Teatro Nuovo arriva in prima assoluta L’uomo nuovo, lavoro che prende le mosse dalle biografie di Carmine Senise e Leopoldo Zurlo per guardare il fascismo dall’interno dei suoi apparati; alla Sala Assoli Le tentazioni svelate trasforma il cibo in racconto artistico, letterario e identitario; nel Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale, invece, Federico Buffa porta in scena Number 23. Vita e splendori di Michael Jordan, dedicato all’uomo che ha cambiato per sempre la grammatica del basket e il rapporto tra sport, mito e mercato.
Il cuore più inquieto della giornata è certamente L’uomo nuovo, in scena al Teatro Nuovo alle ore 21.00, con replica il 10 luglio nella Foresta di Tora e Piccilli, in provincia di Caserta, nell’ambito della rassegna “Forestate”. Il titolo, volutamente ambiguo e provocatorio, richiama uno dei miti fondativi della propaganda fascista: la costruzione di un essere umano nuovo, disciplinato, virile, conforme all’ideologia del regime. Ma proprio dentro quella retorica compatta e autoritaria lo spettacolo inserisce una frattura, raccontando due figure che vissero all’interno del sistema e, al tempo stesso, in una zona privata che quel sistema avrebbe potuto condannare.
Scritto da Antonio Maiorino Marrazzo, con adattamento drammaturgico dello stesso autore e di Luisa Guarro, che firma anche concept e regia, L’uomo nuovo è interpretato da Andrea De Goyzueta e Gennaro Maresca. I due attori danno corpo a Carmine Senise, capo della Polizia dal 1940 al 1943, e Leopoldo Zurlo, per tredici anni alla guida dell’Ufficio della censura, dove furono esaminati oltre 18mila testi. Due uomini del potere, due funzionari della dittatura, due presenze interne alla macchina fascista, ma anche due uomini che, secondo le “veline” del regime, venivano accusati di essere amanti.
La forza dello spettacolo sta proprio in questa doppia esposizione. Da un lato c’è la dimensione pubblica, fatta di incarichi, responsabilità, compromessi, obbedienze e possibili autoassoluzioni; dall’altro c’è una dimensione privata che incrina l’immagine monolitica del funzionario di regime e apre un campo più complesso, dove affetto, opportunismo, paura e sopravvivenza si confondono. L’uomo nuovo non sembra voler offrire una facile redenzione dei suoi protagonisti, né ridurli a semplici ingranaggi della dittatura. Piuttosto, li osserva nel punto esatto in cui biografia e Storia si contaminano, lasciando emergere il dubbio sulla loro presunta fedeltà a valori liberali mentre operavano dentro un sistema autoritario.
La vicenda assume toni sempre più drammatici con la caduta di Benito Mussolini, l’occupazione tedesca di Roma e la deportazione di Carmine Senise a Dachau. Gli sforzi di Leopoldo Zurlo per salvarlo conducono il racconto verso un finale in cui la relazione tra i due uomini non può più essere letta soltanto come anomalia privata, ma come ferita storica, morale e familiare. Il disegno luci è di Paco Summonte, mentre ideazione scenografica e costumi sono di Luisa Guarro. La produzione è dell’Associazione Primopiano.
Di tutt’altro tono, ma ugualmente legata alla memoria e alla costruzione dell’identità, è Le tentazioni svelate. Il gusto ai tempi dei Borbone. Racconti dispersi, quadri in tavola, in programma alla Sala Assoli alle ore 20.00. Il progetto, a cura della storica dell’arte Fabiana Mendia, con letture di testi critici e letterari affidate a Mario Autore, propone un itinerario attraverso il Settecento e l’Ottocento napoletano, usando la cucina come chiave d’accesso alla storia materiale della Campania.
Qui il cibo non è semplice decorazione conviviale, né nostalgia gastronomica. Diventa linguaggio, documento, relazione sociale. Le musiche di Domenico Cimarosa, Alessandro Scarlatti e Domenico Scarlatti accompagnano un viaggio che intreccia le testimonianze dei viaggiatori del Grand Tour, da Johann Wolfgang Goethe a Ferdinand Gregorovius, le pagine di Matilde Serao e Domenico Rea, le opere dei vedutisti, dei ritrattisti e dei pittori di nature morte. Ricette, racconti, documenti e immagini ricompongono così una Napoli in cui la tavola diventa specchio della società.
Il percorso guarda anche alla figura dei monzù, i grandi cuochi delle case aristocratiche, capaci di trasformare influenze francesi, tradizioni locali e invenzione popolare in una cucina complessa, teatrale, stratificata. Ma Le tentazioni svelate evita la celebrazione superficiale del lusso borbonico e mostra come la creatività gastronomica non nasca soltanto nei palazzi del potere. Spesso l’invenzione nasce dal bisogno, dalla scarsità, dalla povertà, dalla capacità di dare forma a ciò che resta. In questo senso il gusto diventa una forma di cultura civile, un archivio vivo in cui si leggono differenze sociali, desideri, gerarchie, contaminazioni e resistenze. Il progetto è prodotto da Arteindiretta ETS.
La sera del 30 giugno porta poi il pubblico nel territorio del mito sportivo con Number 23. Vita e splendori di Michael Jordan, in scena alle ore 21.00 nel Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale. Lo spettacolo, inserito nella sezione SportOpera, curata da Claudio Di Palma e organizzata da Vesuvioteatro, è scritto e interpretato da Federico Buffa, accompagnato al pianoforte da Alessandro Nidi.
Raccontare Michael Jordan significa raccontare molto più di un campione. Significa attraversare un’epoca in cui il basket è diventato narrazione globale, in cui la figura dell’atleta ha superato i confini del campo per trasformarsi in simbolo culturale, economico e mediatico. Dal 1984 al 2003, le sue prodezze sui parquet dell’NBA hanno alimentato una leggenda che non si esaurisce nei sei titoli vinti, nei record individuali, nelle finali dominate, nelle sfide con campioni come Magic Johnson e Larry Bird. I numeri dicono molto, ma non tutto. La grandezza di Jordan sta anche nella sua capacità di cambiare il modo in cui lo sport viene visto, venduto, raccontato e desiderato.
Con il suo stile narrativo, sospeso tra racconto orale, precisione giornalistica e ritmo teatrale, Federico Buffa restituisce il profilo di un uomo che ha fatto della competizione una forma di destino. Number 23 non è soltanto la storia di una carriera irripetibile, ma il racconto di una trasformazione: il ragazzo che entra nella Lega e impone subito la propria presenza diventa campione, poi icona, poi imprenditore, poi marchio globale. Il teatro, in questo caso, diventa il luogo in cui il gesto atletico viene sottratto alla cronaca e riconsegnato alla memoria.
La giornata del Campania Teatro Festival 2026 è completata anche dalle mostre fotografiche allestite a Vico Mauriello, a Palazzo Reale di Napoli: Con i tuoi occhi, con fotografie di Salvatore Liguori; Siria, con fotografie di Romeo Civilli; Jazz: la pellicola del suono, con fotografie di Salvatore Pastore. Tre percorsi visivi che ampliano ulteriormente il campo del festival, confermando il dialogo tra teatro, fotografia, musica, racconto civile e memoria del presente.
Il Dopo Festival, a cura di Drop Eventi, porta infine Labadessa al Giardino Romantico di Palazzo Reale, con listening bar dalle 19.00 e live alle 22.15. Il cantautore napoletano, con una scrittura intima e generazionale, attraversata da ironia, malinconia e quotidianità, chiude idealmente una giornata in cui il festival mette insieme la grande Storia e le storie individuali, il potere e il desiderio, la fame e il mito, il teatro civile e la cultura popolare.
Il 30 giugno del Campania Teatro Festival diventa così una mappa di attraversamenti: il fascismo osservato dal suo interno più ambiguo, la cucina borbonica letta come patrimonio materiale e simbolico, il basket trasformato in epopea contemporanea. Tre mondi apparentemente distanti, accomunati dalla stessa capacità di interrogare il presente attraverso la scena. Perché il teatro, quando funziona, non si limita a rappresentare ciò che è stato: lo rimette in movimento, lo espone a nuove domande, lo consegna allo sguardo critico del pubblico.
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