di Roberta Guida
Per la rassegna del Campania Teatro Festival, il Teatro Nuovo di Napoli ospita “il principe dei sogni belli” di Tobia Rossi per la regia di Pierpaolo Sepe. Un dialogo tra due personaggi, due mondi affini e confliggenti, due portavoce di bisogni e amarezze.
Ma a cosa si assiste esattamente?

Lo spettatore è catapultato nella realtà sommersa di quelle condizioni a cui solitamente non si pensa, che si dà per scontato, come le pulsioni sessuali di un ragazzo affetto da disabilità. Un aspetto che molti ignorano ma a cui tanti genitori sono chiamati a provvedere. Non è la storia di ragazzi speciali, bisogni straordinari, tutt’altro. È proprio la vita che molte famiglie affrontano ogni giorno secondo le loro possibilità e con gli strumenti a disposizione.
La scena si apre con l’incontro di Elio, imprenditore sulla cinquantina, e Dragon uno stravagante sex worker dai capelli blu, i quali devono accordarsi per una prestazione sessuale tra il giovane e Bruno, il figlio di Elio. Superato l’iniziale imbarazzo, la conversazione tra i due approfondisce la personalità di Bruno, ed il suo stile di vita, chiarendo così la scelta ricaduta su quello specifico gigolò vestito da cosplayer.
Dragon, infatti, ha ricostruito il personaggio di un noto manga giapponese che ha come super potere il dono della guarigione. È questo, dunque, che vorrebbe Bruno? Essere guarito? Dragon ne è certo, per questo indugia sulle incalzanti offerte di Elio, non vuole deludere Bruno, né smentire la sua intima e pura aspettativa.
La messa in scena
Il momento prima lo spettatore è in sala in cerca della propria poltrona, l’attimo dopo è a un tavolino con il papà di Bruno, brillantemente interpretato da Riccardo Festa e l’estroso cosplayer, che ha acquisito alla buona le sembianze di un eroe manga, impersonato da una matura Noemi Francesca.
I toni dei personaggi colorano una conversazione priva di movimenti ma espansa nei contenuti.
Se è vero che la naturalezza del dialogo disarma l’ascolto attento del pubblico, lo stesso è inondato del carico emozionale per i temi caldi affrontati, forse troppi.
La richiesta di Elio è solo il punto di partenza della pièce, che svela con impeto le pieghe profonde dell’essere genitore di un ragazzo affetto da un disturbo del quale bisogna curare ogni bisogno, anche quello più privato.
I personaggi

Nonostante la giovane età, Dragon è un individuo consapevole, non si svende, anzi ha piena coscienza di se stesso, del mondo, e ha qualcosa da dire, ma tanto da dire. La sensazione, a parere di chi scrive, è che ci sia un intimo bisogno di manifestare un dissenso, con fare al limite del pretestuoso, e che Elio non sia la giusta controparte, anzi. In fondo, sarebbero entrambi dalla stessa ragione, per motivi diversi ma con la stessa dignità. C’è la buona fede di un padre disperato, solo, confuso, disposto a sopportare ogni costo per quello che ritiene il bene del figlio, eppure una strisciante ostilità emerge dall’incalzare di Dragon, che un po’ alla volta vuole scoprire la natura di Bruno, ma a quale scopo? Forse perché non vuole mentirgli, avendo lui solo le sembianze del suo eroe manga ma non potendolo incarnare davvero, o forse perché ritiene di aver incontrato un’anima affine, o, ancora, perché ognuno ha un prezzo e nella sua condizione di forza può contrattare al rialzo.
Quale che sia il movente dell’estroso sex worker, la conversazione assume la struttura di un elastico rimbalzo alla richiesta di Elio, un estenuante rinvio al motivo dell’incontro, che si traduce in uno scontro che rievoca contraddizioni generazionali capaci di insidiare finanche un sincero atto d’amore e costringere un uomo a cedere al compromesso.
L’opera
La struttura narrativa è chiara, priva di preamboli e concentrata al massimo sul tema. E’ una full immersion in emozioni smisurate, concentrate in posizioni affini ma solo apparentemente convergenti.
Quello che lo spettatore si trova di fronte è un concentrato di speranza e frustrazione che un uomo vedovo e padre di un ragazzo disabile deve gestire per un bene superiore, il benessere del proprio figlio.
Non c’è spazio nell’ora di spettacolo per il politicamente corretto, si dice e si contraddice quanto sia giusto fare per l’amore di un figlio, e il buon senso lascia spazio all’impetuosità dell’amore, del coraggio che accompagna l’idea di fare la cosa giusta. La sceneggiatura forza un pò la mano sull’ipercaratterizzazione e sull’uso di uno slang non corrispondente agli usi giovanili, soprattutto in un ambito così privato come l’accordo tra un sex worker e un avventore. In questi casi, vale la celebre espressione per cui “less is more”. Ad ogni modo la messa in scena, asciutta per scenografia e gestualità, fa da cassa di risonanza a una vicenda tipica e ricorrente, che prende vita nel sottobosco dei bisogni di cui non parliamo ad alta voce e dell’aiuto che si chiede per soddisfare esigenze che sono ancora tabù.
