“La superficie e l’unica cosa del mondo che sperimentiamo veramente, l’unica cosa che conosciamo davvero con i nostri sensi, con lo sguardo, con il tatto, con il gusto. La superficie non è una metafora: è la realtà delle cose, è tutto ciò con cui entriamo in contatto, è la materia di cui è fatto il mondo. Da molto tempo, grazie anche alle lezioni americane di Italo Calvino, mi sono lasciato alle spalle il mito della profondità, poiché per conoscere il mondo non bisogna scavare un buco nella terra. Bisogna camminare. La profondità è una metafora, non è qualcosa che vediamo, che viviamo. È un mito creato dai romantici.”
Queste parole di Marco Belpoliti mi accompagnano mentre visito la mostra di Antonio Toti Ruggieri dal titolo Imperfetto narrativo e con un testo critico di Marina Brancato alla galleria NAMI diretta da Sabrina Vitiello.
La mostra è stata inaugurata il 14 dicembre e sarà visitabile fino al 27 gennaio 2024.
La fotografia è sempre un’impronta del reale su una superficie sensibile, una registrazione dei fotoni che rimbalzano sulla superficie dei soggetti ed è, quindi, un dialogo tra superfici attraverso l’ottica della fotocamera.
L’analogico richiedeva una certa manualità, anche nel semplice caricamento della pellicola. Il primo e l’ultimo fotogramma erano sempre sacrificati e solo parzialmente impressionati, poiché era la parte di pellicola agganciata al rocchetto. Questo determinava, spesso, che prendevano luce o restavano coperti, provocando delle zone di nero e di bianco che davano all’immagine, quasi sempre, un aspetto surreale. Toti, allora, ha recuperato alcuni di questi fotogrammi dal suo archivio e ha costruito un percorso visivo in cui il suo sguardo era obbligato a dialogare con le zone di nero e di bianco provocate dalla luce sulla pellicola. Queste imperfezioni, che solitamente tutti i fotografi escludevano, oggi al tempo di un eccesso di perfezione che ci consente il digitale, sono di estremo interesse e sono una testimonianza di quella casualità con cui doveva confrontarsi il fotografo prima dell’avvento dei sensori.
Il grande mistero della fotografia è sempre stato la ricerca di senso attraverso la registrazione della contingenza. La casualità, tanto temuta dai professionisti, è stata spesso una vera fonte di creatività. L’imperfezione, il caso fortuito sono, spesso, il vero motivo di interesse di molte immagini. Paradossalmente proprio questi segni del contingente danno alla foto una dimensione atemporale.
Nel guardare il fotogramma pieno, incorniciato dai fori dove veniva incastrata la pellicola per essere trascinata, non possiamo non pensare a Mulas e alle sue verifiche. Come ci ricorda Marina Brancato, Ugo Mulas scriveva: “Se tutti gli attimi sono fuggitivi e in un certo senso uno vale l’altro, il momento meno significativo, forse, è proprio quello eccezionale”.
Sicuramente la ricerca di Toti Ruggieri è anche una riflessione sul fotografico e sulla sua necessità. È un confrontarsi con il grado zero della fotografia, la pellicola vergine che è una potenzialità assoluta. Toti è figlio di fotografo e, quindi, dopo essere cresciuto a pane ed iposolfito, sente l’esigenza di analizzare la radice del mezzo espressivo a cui ha dedicato tutta la sua vita. Il digitale ha ampliato notevolmente le potenzialità di registrare un’immagine, ma la semplicità di correggere e manipolare una foto hanno fortemente minato la sua accettazione come impronta di qualcosa che è stato.
L’analogico aveva molti limiti e richiedeva un’abilità tecnica non indifferente che spesso era causa di errori o di foto cosiddette sbagliate. Oggi tra gli automatismi delle fotocamere e le possibilità di Photoshop, a cui si aggiunge tutta la potenza dell’intelligenza artificiale, siamo condannati alla perfezione, ad avere ciò che soddisfa in modo pieno il nostro gusto. Eppure è proprio da questa presunta perfezione che emerge il limite più grande delle attuali tecnologie, poiché non fanno altro che confermare il nostro gusto, ci impediscono di sbagliare e di esplorare nuove impreviste possibilità. La memoria di macchina, nella sua brutalità, ci ha mostrato un mondo che ignoravamo prima dell’invenzione della fotografia. Purtroppo sempre più le innovazioni trascinano l’invenzione meravigliosa verso un futuro che somiglia tanto all’illustrazione. Proprio per questo, riprendere ad usare, come fa ancora oggi Toti Ruggieri, le fotocamere analogiche può essere un modo per riscoprire il fascino delle impronte di luce e rivivere il confronto tra superfici che è sempre stata la vera caratteristica del linguaggio fotografico.
Altro elemento di notevole interesse della ricerca di Ruggieri, che, ricordiamo, è docente all’Accademia di Belle Arti di Napoli, è la riflessione sull’archivio, sul suo essere sempre contemporaneo, poiché visto e interpretato con gli occhi di oggi.
In mostra, in una teca rettangolare, nella prima sala, ci sono delle piccole stampe di un reportage su di un centro di igiene mentale. Sono immagini di grande efficacia e delicatezza. Immagini mai pubblicate che rivelano l’umanità del fotografo, capace di stabilire una relazione empatica con i soggetti che si lasciano ritrarre nella loro quotidianità con piena fiducia.
Una mostra, quindi, da consigliare ai tanti appassionati nati con il digitali per immergersi nel mondo pieno di dubbi e di paure dell’analogico, ma anche per comprendere che proprio quei dubbi e quelle paure sono state all’origine di tanti capolavori dei grandi maestri che tanto ammiriamo.
(*) esperto in storia e tecnica della fotografia
già docente Accademia di Belle Arti
Fotografi sulla Fotografia
ideato e curato da Luca Sorbo
intervista fatta a Napoli 20 febbraio 2021
riprese e montaggio Ludovico Brancaccio
aiuto riprese Valentina Lambiase
