di Manuela Ragucci
Cosa succede quando Liverpool, New Orleans e Napoli si incontrano sullo stesso spartito? La risposta arriva venerdì 17 ottobre alle ore 18, nello spazio intimo dello Studio Federica Gioffredi (via del Parco Margherita 24), durante Piano City Napoli 2025. A raccontarcelo sarà Sergio Forlani, pianista e compositore partenopeo, con il suo concerto “From Liverpool to New Orleans (through Naples)” — un viaggio sonoro a ingresso gratuito, fino ad esaurimento posti, che attraversa geografie musicali, memorie, identità e emozioni.
In questo concerto-performance, la musica non è solo da ascoltare: è da vedere, da sentire, da immaginare. Ad accompagnare il pianoforte di Forlani saranno le immagini fotografiche di Federica Gioffredi, artista visiva che trasformerà il suono in luce.Il programma intreccia Beatles e jazz americano, improvvisazione e melodia partenopea, autorialità e omaggi: da “Revolution” a Thelonious Monk, da Pat Metheny a brani originali di Forlani come “Blue Shuffle” e “Open Aire”. Una mappa musicale che non segue confini ma visioni.
In vista dell’evento, abbiamo incontrato Sergio Forlani per un’intervista esclusiva.
Il titolo del concerto è “From Liverpool to New Orleans (through Naples)”. Se dovessi raccontarlo senza parole, solo con il pianoforte, da dove partirebbe il primo passo?
Il primo passo partirebbe sicuramente da Liverpool con “Revolution”, il brano di John Lennon che non a caso ho messo all’inizio della scaletta. E potrebbe anche trattarsi di una revolution in “Revolution” — nel senso che il brano potrebbe prendere altre vie durante l’esecuzione, per poi tornare alla sua essenza. Vedremo…
Nel jazz si dice che non si suonano le note, ma il silenzio tra le note. Cosa accade in te in quel silenzio?
Sarebbe semplice rispondere: “raccolgo le idee per proseguire”. Ma in realtà, durante quel silenzio sono alla ricerca della nota che dia il giusto lirismo a ciò che verrà poi. Come nella migliore tradizione classica. È un’attesa attiva, una tensione poetica.
Thelonious Monk è considerato un genio irregolare. Cosa hai imparato da lui sulla libertà di essere se stessi in musica?
Da Monk ho imparato che non occorre essere sempre perfetti nell’esecuzione. Anche una nota suonata in modo non canonico può contribuire a dare più veridicità e sincerità a ciò che stai facendo in quel momento. La libertà, per me, passa anche dalla sincerità.
Quando componi, da dove nasce la prima scintilla? Da un suono, da un’immagine o da un’emozione precisa?
La scintilla nasce sempre da una melodia e da armonie che si formano all’improvviso nella mia mente. Sono frutto di decenni di ascolto di musica di ogni tipo. Sono quelle idee musicali a generare in me emozioni profonde che mi spingono a provarci ancora. È come se la musica venisse a bussare da sola.
Viviamo in un tempo veloce e liquido. Cosa rende la musica un’esperienza ancora vera, capace di lasciare un’impronta emotiva?
Solo la capacità di emozionarsi ed emozionare. Che si tratti di armonie semplici o complesse, ciò che conta è arrivare al cuore nostro e a quello della gente. In fondo, è questo che rende la musica qualcosa di vero e duraturo: la sua capacità di toccare, di restare.
“From Liverpool to New Orleans (through Naples)” non è solo un concerto: è un attraversamento. Sergio Forlani, con la sua poetica pianistica, invita a viaggiare con l’orecchio e con l’anima, sospesi tra il beat britannico, il groove americano e la nostalgia mediterranea.Accanto a lui, Federica Gioffredi, fotografa napoletana con uno sguardo intimo e contemplativo, che ha trasformato la luce in narrazione visiva dopo un’esperienza formativa a Bali. Le sue immagini diventeranno paesaggi interiori, finestre sul tempo, specchi della musica.
