di Luca Sorbo
“Il lavoro è la prima architettura dell’esistenza, è la prima lingua che l’umanità ha parlato. Prima ancora che le città sorgessero e che il tempo si organizzasse in ore, giorni mesi ed anni, l’uomo già lavorava, scavava, raccoglieva, cacciava, costruiva, trasformava. Il lavoro non è solo attività fisica, sforzo, mestiere, è un gesto primordiale con la specie umana ha imparato ad affrontare il mondo, a leggerlo, a modificarlo e, infine, a raccontarlo. Nel lavoro c’è la storia di ognuno di noi, dei nostri padri e dei nostri figli, dei territori che abitiamo e delle culture che ci hanno modellati”.
Queste parole di Giovanni Canestrelli scritte per il catalogo Il lavoro nella fotografia contemporanea, che raccoglie 450 foto originali, della collezione di Riccardo e Rita Marone, sono un’ottima introduzione per comprendere l’importanza di questa iniziativa che si è concretizzata in un corposo libro ed in una mostra.
Lunedi 13 aprile alla sede dell’ACEN è stata inaugurata la mostra con la sapiente curatela dell’artista Carla Viparelli, Il Lavoro nell’arte contemporanea, 30 foto originali sia di maestri delle impronte di luce come Fulvio Roiter, Luciano D’Alessandro, Martin Parr, Luciano Ferrara, Dorothea Lange e molti altri sia di autori meno conosciuti.
La mostra sarà visitabile dal 13 aprile al 21 maggio, dalle ore 10 alle ore 17, presso la sede dell’Acen, alla Riviera di Chiaia 202 – Palazzo Ruffo della Scaletta.
Il volume, edito da Paparo editore, è un’ampia testimonianza di tutte le varie forme di lavoro, da quelle ormai quasi scomparse a quelle più moderne, suddivise in 14 tipologie, dai mestieri più antichi come il lavoro artigiano, il lavoro contadino, il lavoro a mare, il lavoro domestico, il lavoro nelle miniere, il lavoro all’aperto, ai lavori tipici dell’era moderna come il lavoro in fabbrica e in catena di montaggio, il lavoro di ufficio e il lavoro edile. Due capitoli, poi, sono dedicati alla mancanza di lavoro e, quindi, all’emigrazione e alla protesta. Il libro è composto da 530 pagine e raccoglie una serie di riflessioni sul lavoro, che accompagnano le fotografie e le biografie dei 180 fotografi presenti con le loro opere. L’opera vede la sua realizzazione anche grazie al contributo della Fondazione Tridama.
La collezione di Riccardo e Rita Marone nasce dalla passione dei coniugi per questo linguaggio espressivo ed è stata coltivata per molti decenni. La raccolta delle foto non è mai stata guidata da intenti speculativi, non c’è interesse ad un guadagno economico, ma solo il soddisfare un interesse culturale. Ricordiamo che l’avvocato Riccardo Marone ha avuto ruoli di grandi responsabilità nell’amministrazione della città di a Napoli ed è sempre stato attento alle sue dinamiche sociali e lavorative. Solo negli ultimi anni si è avviato un progetto di valorizzazione attraverso mostre e pubblicazioni.
Scrivono Riccardo e Rita Marone: “E così, poco alla volta, si accumula una collezione, che non è solo l’insieme del lavoro degli artisti, ma anche e principalmente lo specchio della passione di chi lo ha accumulata. Perché collezionare è anche uno stato dell’anima, una bulimia, una frenesia, che non sempre ha percorsi razionali, anzi prevalentemente emozionali”.
Angela Madesani, storica della fotografia, sottolinea nel suo testo l’importanza degli autori presenti e la difficoltà di conoscere le biografie dei fotografi meno noti.
L’iniziativa è molto importante, perché evidenzia la sempre maggiore attenzione alla fotografia d’epoca e agli archivi fotografici. Speriamo che una tendenza confermata dall’impegno delle istituzioni. Molti sono gli archivi de grandi fotografici che potrebbero essere persi e solo un impegno preciso e continuo può evitare questo.




