Campania e Calabria crescono più della media nazionale, ma spopolamento, fuga dei giovani, divari infrastrutturali e debolezza del tessuto produttivo mettono a rischio la ripresa. Le Banche di Credito Cooperativo si confermano un presidio decisivo per PMI, artigiani, agricoltori, famiglie e comunità delle aree interne.
La crescita economica registrata negli ultimi anni non è ancora sufficiente a garantire al Mezzogiorno uno sviluppo stabile, autonomo e duraturo. Dietro il recupero del prodotto interno lordo, sostenuto soprattutto dagli investimenti pubblici, dal PNRR, dalle costruzioni e dalla chiusura dei programmi europei di coesione, continuano infatti ad agire fragilità profonde: lo spopolamento delle aree interne, l’emigrazione dei giovani laureati, la bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, la debolezza della grande impresa, i ritardi infrastrutturali e le difficoltà di accesso al credito delle attività economiche di minori dimensioni.
È questo il quadro emerso a Napoli nel corso del convegno “Banche di Credito Cooperativo, Istituzioni e Mezzogiorno. Un’agenda per lo sviluppo sociale e territoriale”, durante il quale è stato presentato il nuovo Report realizzato nell’ambito del progetto del Centro Studi della Federazione delle Banche di Comunità Credito Cooperativo Campania e Calabria, con la direzione scientifica della SVIMEZ. Lo studio, illustrato da Gaetano Vecchione, docente dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e componente della SVIMEZ, integra l’analisi macroeconomica delle due regioni, nonché l’esame dell’attività di raccolta e di impiego delle BCC.
Lo studio non si limita a fotografare l’andamento dell’economia meridionale e delle due regioni. Mette in relazione crescita, condizioni sociali, dinamiche demografiche e struttura del mercato del credito, individuando nelle Banche di Credito Cooperativo una vera e propria infrastruttura economica e civile. Un ruolo particolarmente evidente nei piccoli comuni, nelle zone montane e nelle aree periferiche, dove la presenza bancaria tradizionale si è progressivamente ridotta e dove l’accesso ai finanziamenti può determinare la sopravvivenza o la chiusura di un’impresa, la possibilità per un giovane di avviare un’attività, la continuità di un’azienda agricola o la realizzazione di un progetto familiare.
Il Rapporto introduce anche il BCC Credit Index, un nuovo indicatore composito elaborato per misurare la competitività e la solidità territoriale dei 954 comuni di Campania e Calabria. Uno strumento che consente di scendere dalla dimensione regionale e provinciale a quella comunale, individuando non soltanto i territori più forti e quelli più fragili, ma soprattutto le traiettorie di crescita o di arretramento registrate nel tempo.
Il punto di partenza è un Mezzogiorno che, almeno sotto il profilo quantitativo, ha mostrato negli ultimi anni una capacità di crescita superiore al resto del Paese. Nel 2025 il prodotto interno lordo del Sud è aumentato dello 0,7%, contro lo 0,5% dell’Italia e lo 0,5% del Centro-Nord. Si tratta del quarto anno consecutivo in cui la crescita meridionale supera quella centro-settentrionale, una circostanza particolarmente significativa nelle serie economiche degli ultimi decenni.
Nel periodo 2021-2025 il Mezzogiorno ha registrato una crescita cumulata del 9,5%, rispetto al 7,1% dell’intera economia italiana e al 6,6% del Centro-Nord. Il dato conferma la capacità del Sud di reagire alla crisi pandemica e di beneficiare della ripresa degli investimenti. Allo stesso tempo, la SVIMEZ invita a non confondere questa fase con il definitivo superamento del divario territoriale. Gran parte dell’espansione è stata infatti determinata da fattori straordinari e difficilmente ripetibili: gli incentivi al settore edilizio, l’accelerazione della spesa del PNRR e la conclusione del ciclo di programmazione europea 2014-2020.
In questo scenario, Campania e Calabria presentano andamenti positivi, ma anche caratteristiche profondamente differenti. La Campania ha registrato nel 2025 una crescita dello 0,9%, mentre la Calabria è cresciuta dello 0,8%. Entrambe si sono collocate al di sopra della media meridionale.
La Campania si distingue soprattutto nella prospettiva di medio periodo. Tra il 2021 e il 2025 il PIL regionale è aumentato complessivamente dell’11,3%, la performance più elevata tra le regioni italiane. La Calabria ha invece registrato una crescita cumulata del 5,2%, risentendo di una struttura produttiva meno diversificata, di una minore presenza industriale e di una più lenta uscita dalla lunga fase recessiva iniziata nel 2008.
Nel 2025 l’export è cresciuto del 3,6% in Campania e del 10,8% in Calabria. A sostenere l’economia delle due regioni sono stati soprattutto gli investimenti in costruzioni e opere pubbliche. In Campania le costruzioni sono aumentate del 5,3% e le opere pubbliche del 19,3%; in Calabria rispettivamente dell’8,2% e del 18,3%.
Ancora più evidente è il dato cumulato relativo al periodo 2022-2025: gli investimenti nelle costruzioni sono cresciuti del 53,6% in Campania e del 60,1% in Calabria, mentre quelli nelle opere pubbliche sono aumentati dell’82,8% nella prima regione e del 107,1% nella seconda. Numeri che confermano la funzione propulsiva della spesa pubblica e del PNRR, ma che pongono una domanda essenziale: che cosa accadrà quando questa spinta straordinaria verrà meno?
La vera sfida consiste nel trasformare l’investimento pubblico in capacità produttiva permanente, nuove imprese, occupazione qualificata e servizi. È proprio in questo passaggio che il credito territoriale assume una funzione decisiva. Le risorse pubbliche possono realizzare infrastrutture e attivare cantieri, ma senza un sistema finanziario capace di accompagnare le piccole imprese, gli artigiani, gli agricoltori, le cooperative e i giovani, il rischio è che gli effetti della crescita restino temporanei o concentrati nei soli poli urbani.
Il Report evidenzia inoltre i possibili effetti della nuova stagione protezionistica internazionale. Secondo le stime SVIMEZ, i dazi introdotti dagli Stati Uniti nel 2025 potrebbero determinare per l’Italia una perdita di circa 6,3 miliardi di euro di valore aggiunto e di quasi 90mila occupati, dei quali 13.300 nel Mezzogiorno.
La Campania, prima regione meridionale per valore delle esportazioni verso gli Stati Uniti, con circa 1,93 miliardi di euro, potrebbe subire una riduzione di 239 milioni di valore aggiunto e la perdita di circa 4.700 posti di lavoro, con effetti concentrati soprattutto nella farmaceutica e nell’agroalimentare. Per la Calabria la perdita stimata è di 31 milioni di valore aggiunto e circa 800 occupati. Un impatto più contenuto in termini assoluti, ma potenzialmente molto rilevante per un’economia con una base produttiva ed esportatrice più ridotta e fortemente specializzata nell’agroalimentare.
Dietro i segnali di ripresa resta soprattutto l’emergenza demografica. Le proiezioni al 2050 indicano per il Mezzogiorno una perdita complessiva di circa 3,5 milioni di residenti. La popolazione della Campania potrebbe scendere dagli attuali 5,59 milioni a 4,67 milioni, con una riduzione del 16,5%. La Calabria passerebbe da 1,83 a 1,47 milioni di abitanti, perdendo il 19,6% della popolazione.
Non si tratta soltanto di una riduzione numerica. Lo spopolamento interessa in modo particolare le fasce più giovani, i laureati e le persone in età lavorativa. Tra il 2019 e il 2024 la Campania ha perso 25.550 giovani laureati tra i 25 e i 34 anni, il saldo peggiore tra tutte le regioni italiane. La Calabria ne ha persi 12.617. Nell’arco degli ultimi vent’anni, la migrazione interna qualificata sarebbe costata al Mezzogiorno circa 132 miliardi di euro in capitale umano formato e trasferito altrove.
La crescita economica, dunque, non è ancora riuscita a modificare le aspettative delle nuove generazioni. I giovani continuano a lasciare le regioni meridionali perché non trovano opportunità professionali adeguate, servizi efficienti, accesso alla casa, sostegno alla nascita di nuove imprese e condizioni sociali capaci di rendere concretamente esercitabile il diritto a restare.
Anche il mercato del lavoro continua a mostrare distanze molto ampie rispetto al resto del Paese. Nel 2025 il tasso di occupazione si è attestato al 46,7% in Campania e al 46,4% in Calabria, contro una media italiana del 62,5%. Particolarmente critica resta la partecipazione femminile: il tasso di occupazione delle donne è pari al 33,9% in Campania e al 34,9% in Calabria.
Alla bassa occupazione si aggiungono la precarietà, la discontinuità delle carriere e la perdita di potere d’acquisto. Tra il 2021 e il 2025 i salari reali sono diminuiti del 9% in Italia e del 10,2% nel Mezzogiorno. Il Sud è quindi cresciuto più rapidamente sul piano del PIL, ma non ha ancora tradotto questo vantaggio in un miglioramento proporzionale dei redditi e della qualità del lavoro.
La debolezza riguarda anche la struttura industriale. Gli addetti occupati nelle imprese con più di 250 dipendenti rappresentano appena il 13% del totale in Campania e il 9% in Calabria, contro una media nazionale del 20%. Questo significa che una parte molto consistente dell’occupazione e del valore aggiunto dipende da microimprese, aziende familiari, attività artigiane, esercizi commerciali e imprese agricole.
Nei comuni periferici e nelle aree interne, le unità produttive con meno di nove addetti possono rappresentare dall’80% alla quasi totalità dell’occupazione privata. È un tessuto imprenditoriale vitale, ma spesso sottocapitalizzato, privo di garanzie reali sufficienti e maggiormente esposto al razionamento del credito.
Per queste imprese, l’accesso a un finanziamento non è un elemento accessorio. Può significare acquistare un macchinario, rinnovare un laboratorio, ammodernare una struttura ricettiva, convertire un’azienda agricola, anticipare i costi di una commessa, assumere un dipendente, affrontare la transizione energetica o garantire il ricambio generazionale.
È qui che emerge con maggiore evidenza la specificità delle Banche di Credito Cooperativo. Il modello cooperativo non si fonda soltanto sulla presenza fisica di uno sportello, ma sulla conoscenza diretta delle persone, delle imprese, delle filiere e delle economie locali. La valutazione del credito non dipende esclusivamente da indicatori standardizzati e algoritmi, ma può integrare informazioni qualitative, reputazione, relazioni consolidate, conoscenza della capacità imprenditoriale e del contesto nel quale l’iniziativa economica si sviluppa.
Questa informazione “morbida”, difficilmente traducibile nei tradizionali sistemi automatici di scoring, permette alle BCC di valutare soggetti che potrebbero essere esclusi dal credito ordinario pur disponendo di idee, competenze, affidabilità e capacità di rimborso.
Il credito di prossimità non rappresenta quindi una versione minore o localistica dell’attività bancaria. È un modello distinto, particolarmente adatto alle economie caratterizzate da una forte presenza di micro e piccole imprese, da un’elevata frammentazione produttiva e da una minore disponibilità di garanzie formali.
In Campania le BCC sono presenti in 106 dei 550 comuni della regione. In 52 comuni, pari a circa il 10% del totale regionale, costituiscono l’unico presidio bancario esistente. In Calabria sono presenti in 57 comuni su 404 e in 30 di questi rappresentano l’unico istituto di credito.
Complessivamente, senza la rete cooperativa, oltre 80 comuni delle due regioni rimarrebbero privi di qualsiasi sportello bancario. Non si tratta soltanto della perdita di un luogo nel quale effettuare operazioni finanziarie. La chiusura dell’ultimo presidio bancario può accentuare l’isolamento, ridurre l’attrattività di un comune, allontanare investimenti e servizi, aumentare le difficoltà degli anziani e delle persone meno alfabetizzate digitalmente e indebolire ulteriormente il rapporto tra risparmio e sviluppo locale.
In molti comuni interni, la BCC è una delle poche istituzioni economiche ancora stabilmente presenti. Conosce le filiere agricole, le imprese artigiane, le attività commerciali, le cooperative sociali e le esigenze delle famiglie. Può accompagnare un agricoltore nell’acquisto di attrezzature, un artigiano nell’ammodernamento della bottega, una piccola impresa nell’accesso a un bando, un giovane nella costruzione di un progetto imprenditoriale o una famiglia nell’acquisto e nella ristrutturazione della casa.
Il valore aggiunto delle BCC emerge chiaramente dalla distribuzione degli impieghi. In Campania circa il 54-55% del credito cooperativo è destinato alle imprese con meno di 50 addetti, contro il 31% dell’intero sistema bancario. In Calabria la quota è pari al 52%, a fronte del 25% del sistema.
La differenza supera dunque i venti punti percentuali. È la misura concreta di quella che il Report definisce un’“addizionalità” del credito cooperativo: una parte rilevante dei finanziamenti destinati alle piccole imprese potrebbe non essere sostituita integralmente dagli altri intermediari qualora venisse meno la presenza delle BCC.
In Campania, secondo i dati sugli impieghi per beneficiario, le BCC destinano il 30% delle risorse alle famiglie consumatrici, l’11,2% alle microimprese con meno di cinque addetti, il 7% alle imprese tra sei e venti addetti e oltre il 36% alle imprese tra 21 e 49 addetti. Nell’industria bancaria complessiva, invece, quasi la metà degli impieghi è rivolta alle famiglie, mentre il peso relativo delle imprese di minori dimensioni risulta sensibilmente più contenuto.
In Calabria le famiglie assorbono il 35% degli impieghi BCC, le microimprese il 12,7%, le aziende tra sei e venti addetti l’8,8% e quelle tra 21 e 49 addetti oltre il 30%. Anche in questo caso la struttura degli impieghi mostra una marcata specializzazione verso il sistema produttivo locale.
Le BCC non finanziano genericamente la piccola impresa, ma risultano particolarmente presenti nei settori maggiormente radicati nelle economie regionali. In Campania, rispetto al sistema bancario complessivo, la quota degli impieghi destinata al commercio è superiore di otto punti percentuali, quella destinata alle costruzioni di cinque punti, quella riservata all’agricoltura di quattro punti e quella indirizzata al manifatturiero di due punti.
In Calabria il differenziale raggiunge i dodici punti percentuali nel commercio, cinque punti nelle costruzioni e nel manifatturiero, quattro punti nell’agricoltura, nel turismo e nelle altre attività.
Sono settori nei quali operano migliaia di imprese familiari, aziende individuali e realtà con pochi dipendenti, spesso localizzate in comuni nei quali l’economia non potrebbe essere valutata soltanto attraverso bilanci standardizzati o parametri nazionali. L’impresa agricola di un’area montana, il laboratorio artigiano, la struttura ricettiva di un borgo o il piccolo esercizio commerciale svolgono anche una funzione sociale: mantengono servizi, occupazione e relazioni in territori esposti al rischio di abbandono.
Il credito concesso a queste attività produce quindi effetti che vanno oltre il rendimento finanziario della singola operazione. Contribuisce a mantenere abitato un comune, preserva competenze, favorisce il ricambio generazionale, sostiene la filiera agroalimentare e tutela la possibilità stessa di vivere e lavorare nelle aree interne.
Anche l’andamento della raccolta conferma il radicamento territoriale delle banche cooperative. Considerando il periodo 2016-2025, la raccolta delle BCC è cresciuta del 57% in Campania, contro il 38% del resto del sistema bancario. In Calabria l’aumento è stato del 66%, rispetto al 30% dell’industria bancaria non cooperativa.
La differenza rispetto agli incrementi leggermente inferiori riportati nell’Executive Summary deriva dall’orizzonte temporale considerato: i dati estesi al 2025 mostrano un’ulteriore accelerazione rispetto alla rilevazione ferma al 2024.
In Campania la raccolta BCC è passata complessivamente da circa 3,7 miliardi di euro nel 2016 a quasi 5,8 miliardi nel 2025. Il 61% è concentrato nella provincia di Salerno, ma il peso delle province interne è molto superiore rispetto alla distribuzione del sistema bancario complessivo. Avellino rappresenta il 13% della raccolta BCC regionale, Benevento il 7%, Caserta il 9% e Napoli il 10%.
La struttura appare quindi meno polarizzata sul capoluogo regionale e maggiormente distribuita nei territori. Nel sistema bancario complessivo Napoli concentra invece oltre la metà della raccolta campana. Ciò dimostra come le BCC riescano a intercettare il risparmio anche nei comuni medi e piccoli, mantenendo un rapporto più diretto tra risorse raccolte e investimenti locali.
In Calabria la raccolta BCC è passata da circa 1,4 miliardi di euro nel 2016 a 2,36 miliardi nel 2025. La provincia di Cosenza rappresenta il 50% del totale, Catanzaro il 31%, mentre le restanti quote sono distribuite tra Reggio Calabria, Crotone e Vibo Valentia.
Il principio cooperativo tende a trattenere una quota significativa del risparmio nei territori nei quali viene prodotto. Questo circuito può diventare particolarmente importante nelle aree interne, dove il deposito bancario non dovrebbe essere considerato una semplice risorsa da trasferire verso impieghi più remunerativi nelle grandi città, ma la base per finanziare attività economiche locali, servizi, abitazioni e nuovi progetti.
La funzione delle BCC non può tuttavia limitarsi alla conservazione dell’esistente. Il Report suggerisce di utilizzare il credito cooperativo come leva per sostenere una nuova generazione di iniziative imprenditoriali, con particolare attenzione ai giovani, all’innovazione, alla digitalizzazione, alla transizione ambientale, alle comunità energetiche, all’agricoltura di qualità, al turismo sostenibile e alla rigenerazione dei borghi.
L’accesso al credito resta infatti uno dei principali ostacoli per chi intende avviare un’attività. I giovani spesso non dispongono di beni da offrire in garanzia, di una storia creditizia consolidata o di un capitale familiare sufficiente. Un sistema bancario basato esclusivamente su modelli standardizzati rischia di valutare l’assenza di garanzie come assenza di potenzialità.
La banca di comunità può invece affiancare al finanziamento una funzione di orientamento: aiutare a strutturare il progetto, verificare la sostenibilità economica, integrare il credito con garanzie pubbliche, fondi regionali, incentivi nazionali ed europei. Può mettere in relazione l’impresa con associazioni di categoria, consulenti, reti produttive e amministrazioni locali.
Analogo discorso riguarda gli artigiani, che necessitano di finanziamenti spesso contenuti ma decisivi per acquistare tecnologie, adeguare i laboratori, formare apprendisti e affrontare il passaggio generazionale. Senza credito, molte attività rischiano di chiudere non per mancanza di mercato o competenze, ma per l’impossibilità di realizzare gli investimenti necessari.
Per gli agricoltori l’accesso alle risorse finanziarie è essenziale per anticipare i costi delle coltivazioni, acquistare mezzi, affrontare eventi climatici estremi, investire nell’irrigazione, nella trasformazione dei prodotti e nella vendita diretta. Nelle zone rurali, inoltre, l’impresa agricola svolge una funzione di tutela ambientale e manutenzione del territorio, contrastando dissesto idrogeologico, incendi e abbandono.
Anche il credito alle famiglie assume un valore territoriale. Mutui, finanziamenti per le ristrutturazioni, prestiti per lo studio, l’efficienza energetica e le necessità personali concorrono a mantenere stabile la popolazione. Una comunità nella quale le famiglie non possono acquistare o recuperare un’abitazione, sostenere la formazione dei figli o affrontare spese impreviste diventa più fragile e maggiormente esposta all’emigrazione.
Il nuovo BCC Credit Index nasce proprio dall’esigenza di leggere insieme le differenti dimensioni che determinano la vitalità dei territori. L’indice, il cui acronimo richiama la definizione “Community Rating for Economic & Inclusive Development of Territories”, è stato calcolato per tutti i 550 comuni della Campania e i 404 della Calabria nel periodo 2018-2023.
La metodologia aggrega quindici indicatori articolati in tre dimensioni: economico-produttiva, socio-demografica e finanziaria. Tra le variabili considerate figurano il reddito imponibile pro capite, il tasso di occupazione, gli indicatori demografici, la presenza di asili nido, gli impieghi e i depositi bancari pro capite, il numero degli sportelli e l’andamento delle sofferenze.
Il valore 100 rappresenta il riferimento medio dell’anno base. La metodologia adottata penalizza gli squilibri tra le differenti dimensioni: un territorio non può quindi essere considerato pienamente competitivo soltanto perché presenta una buona situazione finanziaria, qualora risulti contemporaneamente debole sul piano demografico e sociale.
Tra il 2018 e il 2023 la media del BCC Credit Index è aumentata di 3,5 punti in entrambe le regioni. In Campania è passata da 98 a 101,5; in Calabria da 96,1 a 99,6. Il miglioramento è stato trainato soprattutto dalle componenti economico-produttiva e finanziaria, mentre la dimensione socio-demografica è rimasta sostanzialmente stagnante.
Il 65% dei comuni è rimasto nello stesso quintile di partenza, il 18% ha migliorato la propria posizione e il 17% è arretrato. Questo significa che il recupero generale non ha modificato in maniera sostanziale la gerarchia tra i territori. I comuni più forti tendono a rimanere forti, quelli più fragili faticano a cambiare posizione.
Uno dei risultati più significativi riguarda i comuni nei quali la crescita economica non è stata accompagnata da un miglioramento demografico e sociale. In 78 comuni campani, pari al 14% del totale, e in 79 comuni calabresi, il 20%, il sottoindice socio-demografico è peggiorato tra il 2018 e il 2023. Nella quasi totalità dei casi, il deterioramento è avvenuto nonostante un contemporaneo aumento della componente economica.
Sono i territori che il Report definisce, in sostanza, “buoni oggi, fragili domani”: comuni nei quali l’economia mantiene ancora una certa vitalità, ma la popolazione diminuisce, invecchia e perde giovani. Una dinamica destinata, nel lungo periodo, a incidere anche sulla domanda interna, sulla disponibilità di lavoratori, sul valore degli immobili e sulla qualità del credito.
In Campania l’indice presenta valori generalmente medio-alti, ma con forti differenze territoriali. I livelli più elevati si concentrano lungo la direttrice urbana e costiera e nelle aree maggiormente accessibili. La provincia di Salerno mostra una diffusione significativa di valori positivi, pur con alcune sacche più deboli nel Cilento. Avellino e Benevento presentano numerosi comuni collocati nei quintili superiori, a conferma della presenza nelle aree interne campane di economie locali e reti sociali ancora solide.
Il territorio napoletano mostra invece una realtà più complessa: accanto a comuni con indicatori elevati emergono aree densamente popolate caratterizzate da maggiori fragilità. La provincia di Caserta presenta un quadro eterogeneo, con valori intermedi nella pianura e differenze marcate tra zone urbane, agricole e interne.
La Calabria appare più frammentata. I valori più elevati si concentrano nei poli urbani e lungo alcune fasce costiere. Nella provincia di Cosenza emergono la città e la valle del Crati, mentre le aree interne della Sila e del Pollino risultano più fragili. Nel Catanzarese i valori migliori si collocano attorno al capoluogo e nelle zone costiere. Nel Reggino si distinguono l’area dello Stretto e alcune porzioni della costa tirrenica, mentre l’Aspromonte interno presenta maggiori difficoltà.
Le province di Crotone e Vibo Valentia registrano una maggiore diffusione di comuni collocati nei quintili inferiori. La dorsale appenninica, le aree più isolate e numerosi territori rurali continuano a presentare debolezze economiche, demografiche e finanziarie.
Il BCC Credit Index può diventare uno strumento operativo sia per le banche sia per le istituzioni. Per le BCC consente di valutare il rischio non soltanto sulla base della situazione individuale del cliente, ma anche considerando la traiettoria del territorio nel quale opera. Può supportare la pianificazione della rete, l’individuazione dei comuni nei quali rafforzare i servizi e la definizione degli interventi di mutualità esterna.
Il dato più utile non è necessariamente il valore assoluto raggiunto da un comune, ma la sua evoluzione rispetto ai territori vicini. Un comune oggi fragile ma in miglioramento può offrire opportunità di investimento superiori rispetto a un territorio apparentemente solido ma avviato verso un progressivo declino demografico.
Per le amministrazioni pubbliche, l’indice offre una base informativa comune per orientare politiche di coesione, investimenti e servizi. La dimensione comunale permette di superare la tradizionale contrapposizione tra città e aree interne, distinguendo condizioni molto differenti anche all’interno della stessa provincia.
La proposta avanzata dalla SVIMEZ è di rendere il BCC Credit Index uno strumento permanente, aggiornato ogni anno e utilizzato come cruscotto condiviso dalle banche cooperative e dai decisori pubblici. In questo modo sarebbe possibile valutare gli effetti delle politiche, verificare se gli investimenti producono sviluppo sociale e individuare tempestivamente i territori nei quali un miglioramento economico nasconde un progressivo indebolimento demografico.
L’indice può inoltre modificare l’approccio alle aree marginali. Non più territori da assistere o compensare, ma luoghi nei quali investire. Le zone interne custodiscono risorse ambientali, produzioni tipiche, competenze artigiane, capitale sociale, patrimonio culturale e possibilità di sviluppo energetico e turistico. Risorse che possono generare valore soltanto se sostenute da infrastrutture, servizi, competenze e credito.
In questa prospettiva, coesione e competitività non sono obiettivi contrapposti. Ridurre le distanze tra i territori non rappresenta un costo destinato a rallentare le aree più forti, ma una condizione per ampliare la base produttiva, creare nuovi mercati e rendere più equilibrato l’intero sistema economico.
Le BCC non possono naturalmente sostituire le politiche pubbliche. Non possono da sole fermare lo spopolamento, costruire infrastrutture, migliorare la sanità, garantire il tempo pieno scolastico o colmare i divari nei trasporti. Possono però amplificare gli effetti degli investimenti pubblici e fare in modo che le risorse attivino impresa, lavoro e capacità produttiva.
L’accesso al credito deve quindi entrare stabilmente nelle strategie per le aree interne. Non basta realizzare una strada, recuperare un edificio o finanziare un progetto pubblico se, contemporaneamente, le imprese locali non riescono a ottenere le risorse necessarie per partecipare alla trasformazione economica.
Una nuova agenda per il Mezzogiorno dovrebbe mettere insieme amministrazioni, banche cooperative, imprese, università, associazioni e comunità locali. Il settore pubblico deve garantire infrastrutture e servizi; il credito deve accompagnare l’iniziativa economica; le imprese devono investire e creare occupazione; il sistema formativo deve fornire competenze; i territori devono costruire reti e progetti condivisi.
La crescita registrata dal Mezzogiorno rappresenta un’occasione che non può essere dispersa. La fase degli investimenti straordinari deve lasciare in eredità un’economia più forte e autonoma, capace di produrre opportunità anche dopo la conclusione del PNRR.
Il ruolo delle Banche di Credito Cooperativo si colloca esattamente in questo passaggio. Trasformare il risparmio raccolto nelle comunità in credito per le comunità; finanziare chi rischia di rimanere escluso dai modelli standardizzati; sostenere le attività che mantengono vivi i piccoli comuni; accompagnare giovani, artigiani, agricoltori, famiglie e PMI.
Nei territori nei quali il mercato bancario arretra, la prossimità diventa una componente essenziale dello sviluppo. Lo sportello non è soltanto un punto operativo, ma una porta di accesso alla fiducia, all’informazione e alle opportunità economiche.
Il messaggio che emerge dal Report SVIMEZ-BCC è netto: la crescita del Mezzogiorno non potrà consolidarsi se resterà concentrata nelle città e nei grandi investimenti. Dovrà raggiungere i piccoli comuni, le aree rurali, le imprese familiari, le botteghe artigiane e le nuove iniziative giovanili.
Dove esiste un progetto credibile, il credito deve poter arrivare. Dove una comunità rischia di perdere popolazione e servizi, la banca cooperativa può contribuire a ricostruire fiducia. Dove il risparmio locale incontra l’impresa locale, la finanza torna a essere uno strumento dell’economia reale.
È in questa capacità di unire credito, relazioni e territorio che si misura il valore delle BCC. Non soltanto banche presenti nel Mezzogiorno, ma istituzioni chiamate a partecipare direttamente alla costruzione del suo futuro.
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SVIMEZ – sito ufficiale
Federazione Banche di Comunità Credito Cooperativo Campania e Calabria
(foto fornita dall’Ufficio stampa in allegato al comunicato)
