Le sagre in Basilicata non rappresentano soltanto occasioni di festa e convivialità, ma costituiscono una leva economica e promozionale sempre più importante per l’agroalimentare lucano. Secondo le stime diffuse da CIA-Agricoltori Italiani Basilicata, il sistema degli eventi dedicati ai prodotti tipici muove circa 10 milioni di euro tra spesa diretta e indotto, con una spesa media compresa tra 15 e 20 euro al giorno per ogni visitatore.
Dietro questi numeri c’è un circuito economico che coinvolge aziende agricole, produttori, ristoratori, strutture ricettive, bar, negozi, artigiani e operatori turistici. Quando una persona raggiunge un piccolo comune per partecipare a una sagra, infatti, non si limita ad acquistare una pietanza o un prodotto locale: può fermarsi a dormire, visitare borghi e attrazioni naturalistiche, utilizzare servizi del territorio e portare a casa specialità agricole e alimentari. La ricaduta complessiva supera così il confine della manifestazione e raggiunge una parte significativa dell’economia locale.
Per CIA Basilicata, le sagre possono assumere una funzione strategica soprattutto nei piccoli comuni e nelle aree interne, dove la presenza di flussi turistici costanti è più difficile da costruire. Il cibo diventa in questo modo una porta d’ingresso per conoscere la regione, dal Pollino al Vulture, passando per la Val d’Agri, il Materano e i numerosi centri rurali che custodiscono tradizioni agricole ancora profondamente radicate.
Il patrimonio sul quale costruire questa strategia è ampio. Il Peperone di Senise Igp, il Fagiolo di Sarconi Igp, la Lucanica di Picerno Igp, la Fragola della Basilicata Igp, ufficialmente registrata nell’Unione europea nel 2025, e le produzioni legate alla fragola Candonga sono soltanto alcuni esempi delle eccellenze capaci di accompagnare la promozione turistica, culturale e naturalistica della Basilicata.
«Le produzioni a marchio Dop e Igp della Basilicata sono nate per dare la possibilità agli agricoltori di aggiungere valore alle loro produzioni», sottolinea Leonardo Moscaritolo, presidente di CIA-Agricoltori Italiani Basilicata. I marchi europei, garantendo provenienza, rispetto di un disciplinare e tracciabilità, possono infatti rafforzare la fiducia dei consumatori e facilitare l’accesso ai mercati nazionali ed esteri, permettendo alle imprese di ottenere una remunerazione più adeguata.
La qualità certificata lucana mostra segnali di crescita. I dati richiamati dalla Confederazione indicano la presenza in Basilicata di 324 produttori certificati Dop, Igp e Stg, con un aumento del 29,6% rispetto al 2021. L’ortofrutta costituisce il comparto più consistente, con 144 produttori, 21 dei quali operano anche nella trasformazione. Gli allevamenti certificati sono invece 63, in crescita del 16,7%.
A queste filiere si aggiunge il patrimonio dei Prodotti agroalimentari tradizionali, i Pat, legati a tecniche di lavorazione, conservazione e stagionatura consolidate nel tempo. La Basilicata ne conta ormai più di 200. Tra gli ingressi del 2025 figura il Cece di Tricarico, inserito insieme ad altre produzioni come le Fave larghe di Castronuovo Sant’Andrea, i Fichi bianchi secchi di Castronuovo Sant’Andrea, i Fichi neri al forno, i Piselli “a vaiana”, i Fichi secchi di Miglionico, i Maccarun cu fierr di mischiglio di Calvera e l’A’ Ssònzə di Anzi.
Si tratta spesso di produzioni realizzate in quantità limitate, facilmente assorbite dal mercato locale ma ancora poco conosciute fuori dai confini regionali. È proprio in questo passaggio che le sagre possono diventare decisive: una manifestazione ben organizzata consente al visitatore di assaggiare il prodotto, incontrare chi lo realizza, comprenderne la storia e associarlo a un luogo preciso.
La degustazione, tuttavia, deve trasformarsi in una relazione commerciale che continui anche dopo l’evento. Servono punti vendita riconoscibili, e-commerce, reti tra produttori, ristoratori capaci di inserire stabilmente le specialità nei menu, strutture ricettive che raccontino le filiere locali e itinerari turistici collegati alle aziende agricole.
«La Basilicata dispone di produzioni di grande qualità, ma spesso caratterizzate da quantità esigue che trovano facile collocazione già sul mercato locale e regionale», osserva Moscaritolo. La sfida consiste quindi nel rafforzare la promozione e la capacità di commercializzazione, trasformando la tipicità in una maggiore redditività per le imprese agricole senza perdere autenticità e legame con il territorio.
Le potenzialità del comparto sono confermate anche dall’andamento dell’export agroalimentare lucano, passato da circa 87 milioni di euro nel 2017 a circa 212 milioni nelle rilevazioni richiamate dalla Confederazione. Si tratta di un incremento di grande rilievo, che ha portato le esportazioni del settore ai livelli più alti degli ultimi trent’anni. L’agroalimentare rappresenta però ancora una quota limitata, pari a circa il 7,4%, dell’export regionale complessivo: esiste dunque uno spazio di crescita che può essere sostenuto dalla maggiore riconoscibilità delle produzioni certificate.
Anche la Dop economy regionale offre indicazioni significative. Secondo il Rapporto Ismea-Qualivita 2024, il valore diretto delle filiere Dop e Igp lucane si attesta intorno ai 18 milioni di euro. Una dimensione ancora contenuta rispetto ad altre regioni italiane, ma importante per territori nei quali le produzioni di qualità possono generare occupazione, tutelare il paesaggio agricolo e contribuire alla permanenza delle imprese nelle aree rurali.
Un ruolo particolare è svolto dalla Lucanica di Picerno Igp, simbolo della necessità di proteggere le denominazioni dall’uso improprio e dall’agropirateria. La certificazione consente di distinguere il salume legato al territorio e al disciplinare di produzione da prodotti realizzati all’estero che utilizzano richiami alla tradizione lucana senza offrire le stesse garanzie.
«Con la certificazione Igp è destinato finalmente a cadere l’alibi di utilizzare il termine “lucanica” per salumi esteri, in buona parte di provenienza tedesca e olandese, da presentare ai consumatori come prodotti tipici lucani», evidenzia Moscaritolo, definendo la tutela un ulteriore passo nella battaglia contro l’agropirateria.
La difesa delle denominazioni non è soltanto una questione d’immagine. Le imitazioni sottraggono mercato e valore economico agli allevatori e ai trasformatori che rispettano i disciplinari, sostengono i costi della certificazione e investono nella qualità. Per questo CIA Basilicata considera fondamentali la tracciabilità e un’informazione trasparente al consumatore, comprese le indicazioni sul Paese di nascita, allevamento e macellazione degli animali.
La sagra, dunque, non può essere considerata un punto di arrivo. Il successo non si misura esclusivamente attraverso il numero di presenze o le porzioni vendute, ma soprattutto nella capacità di lasciare un legame duraturo tra visitatore, prodotto, produttore e territorio. Per ottenere questo risultato occorre creare una collaborazione stabile tra agricoltura, ristorazione, commercio, ricettività, cultura e turismo.
«La sagra deve essere considerata una vetrina», conclude Leonardo Moscaritolo. «Il vero obiettivo è fare conoscere il prodotto, il produttore e il territorio e trasformare questa conoscenza in opportunità commerciali durature».
La qualità certificata, la biodiversità agricola, le ricette tradizionali e la forza evocativa dei borghi possono così comporre un’unica offerta territoriale. Se accompagnate da servizi, comunicazione e strategie commerciali adeguate, le sagre in Basilicata possono diventare uno strumento concreto per accrescere il reddito delle imprese, sostenere l’export agroalimentare e contrastare lo spopolamento delle aree interne.
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