Trudie Styler torna a celebrare il suo legame speciale con Napoli e lo fa attraverso parole cariche di emozione, riconoscenza e affetto. La regista, produttrice e attivista britannica, protagonista del SàFF 2026 – Social Action Film Festival, ha ribadito il suo profondo sentimento di appartenenza alla città partenopea in occasione di un incontro con il giornalista e scrittore Michelangelo Iossa, che le ha consegnato personalmente una copia del suo libro Non siamo napoletani. I 100 non napoletani che hanno fatto grande Napoli, pubblicato da Edizioni MEA. Un gesto dal forte valore simbolico, che ha trasformato un appuntamento culturale in una riflessione sull’identità napoletana, sull’accoglienza e sulla straordinaria capacità della città di conquistare anche chi arriva da lontano.
A fare da cornice all’incontro è stato il suggestivo Complesso Monumentale di Donnaregina, nel cuore del centro storico di Napoli, sede del Social Action Film Festival, manifestazione dedicata al cinema come strumento di partecipazione, trasformazione sociale e dialogo tra culture. Tra gli ospiti d’onore della manifestazione, Trudie Styler ha rappresentato una delle presenze più significative, anche grazie alla proiezione del suo documentario Posso entrare? An Ode to Naples, opera cinematografica del 2023 che racconta la città attraverso le storie, le contraddizioni, i volti e le testimonianze dei suoi abitanti. Il film è stato inserito nel programma del 7 ottobre 2026, nell’ambito della sezione dedicata al cinema di comunità.
Proprio durante il festival si è svolto l’incontro con Michelangelo Iossa, autore di un volume che propone una lettura originale dell’identità partenopea attraverso cento personalità che, pur non essendo nate a Napoli, hanno contribuito a renderla grande nel mondo. Tra queste figura anche Trudie Styler, alla quale lo scrittore ha dedicato un intero capitolo-ritratto, riconoscendole il merito di aver raccontato Napoli con sensibilità, rispetto e uno sguardo capace di andare oltre gli stereotipi.
La consegna del libro ha suscitato una reazione particolarmente intensa nella regista, nata a Birmingham, che non ha nascosto la commozione per essere stata inserita tra le personalità capaci di lasciare un segno nella storia culturale della città. «Sono felice e onorata di essere annoverata tra i non napoletani che hanno reso grande questa meravigliosa città, che ha letteralmente catturato la mia anima», ha dichiarato Trudie Styler, sottolineando quanto l’esperienza napoletana abbia inciso sul suo percorso umano e artistico.
La regista ha poi ricordato il suo primo approccio alla città, quando le venne proposto di realizzare un documentario dedicato a Napoli. Un’esperienza iniziata senza preconcetti e trasformata progressivamente in un rapporto autentico con il territorio e con la sua gente. «Quando mi è stato proposto di realizzare un documentario, sono arrivata a Napoli come una “tela bianca”. Le persone hanno iniziato ad accogliermi come se fossi un ospite gradito e sono rimasta profondamente colpita da questa generosità», ha raccontato la filmmaker britannica.
Nelle sue parole emerge soprattutto il riconoscimento di una qualità che considera distintiva della città: il senso di comunità. «Voi a Napoli avete il senso di comunità più forte che io abbia mai sperimentato in qualsiasi parte del mondo», ha affermato Styler, prima di concludere con una dichiarazione che racchiude il significato dell’intero incontro: «Sono felice di essere sulle pagine del libro di Michelangelo: ormai mi sento una napoletana a tutti gli effetti!».
Una dichiarazione che assume un significato ancora più profondo alla luce del lavoro cinematografico realizzato dalla regista. Con Posso entrare? An Ode to Naples, Trudie Styler ha scelto di raccontare Napoli evitando di imporre una visione precostituita, preferendo lasciare spazio alle persone, ai loro racconti e alle esperienze quotidiane. Il documentario attraversa una città fatta di bellezza e difficoltà, creatività e fragilità, solidarietà e contraddizioni, restituendo una narrazione nella quale le grandi personalità convivono con i cittadini comuni.
Tra i protagonisti dell’opera figurano don Antonio Loffredo, figura di riferimento del Rione Sanità, l’attore Francesco Di Leva, lo scrittore Roberto Saviano e lo street artist Jorit. Accanto a loro trovano spazio le donne impegnate nella difesa dei diritti femminili, i venditori di castagne, le storie dei quartieri e la testimonianza di Antonio, reduce delle storiche Quattro Giornate di Napoli. Un mosaico umano che restituisce la complessità della città senza ridurla a una semplice cartolina turistica.
Anche la musica contribuisce a costruire questo racconto. La colonna sonora comprende il contributo di Clementino, interprete del brano originale Neapolis, che accompagna il documentario attraverso sonorità contemporanee e riferimenti all’identità culturale partenopea. Nel film la musica diventa così uno degli strumenti attraverso cui Napoli racconta se stessa, intrecciando memoria, tradizione e linguaggi moderni.
È proprio questo approccio ad aver colpito Michelangelo Iossa, che nel suo ritratto dedicato alla regista individua una caratteristica decisiva: la capacità di osservare senza invadere, di ascoltare prima di raccontare e di avvicinarsi a una realtà complessa senza pretendere di interpretarla dall’alto.
«Trudie Styler ha affrontato la sfida del documentario con il più formidabile degli strumenti anglosassoni: l’educazione», ha spiegato lo scrittore, soffermandosi anche sul significato del titolo dell’opera. «Il suo lavoro del 2023 si intitola infatti Posso entrare? An Ode to Naples: notate il punto interrogativo. Un’inglese che chiede il permesso. Ed è così, in punta di piedi, che ha conquistato la città».
Per Iossa, la forza del documentario risiede soprattutto nella scelta della regista di fare un passo indietro, lasciando che siano i napoletani a raccontare la propria realtà. Un atteggiamento che richiama, secondo lo scrittore, il metodo più autentico del giornalismo, fondato sull’ascolto, sull’osservazione e sul rispetto delle testimonianze. La macchina da presa diventa così uno strumento attraverso cui dare voce a una comunità, senza nasconderne le ferite ma senza neppure trasformarle nell’unica chiave di lettura.
Lo scrittore ha sottolineato come lo sguardo di Styler sia riuscito a cogliere l’umanità che attraversa Napoli, individuando nella compassione, nei piccoli gesti e nella forza delle relazioni il tratto distintivo della sua narrazione. «Trudie Styler non è venuta a spiegarci la città, è venuta a leggerla con rispetto», ha osservato Michelangelo Iossa, spiegando perché la regista meriti un posto nella galleria di personalità che hanno contribuito a rendere Napoli ancora più grande agli occhi del mondo.
L’incontro al SàFF 2026 rappresenta dunque anche una concreta espressione del messaggio contenuto nel libro Non siamo napoletani. I 100 non napoletani che hanno fatto grande Napoli. Il volume di Michelangelo Iossa, pubblicato da Edizioni MEA con la prefazione di Renzo Arbore, propone infatti una riflessione sull’appartenenza che supera i confini geografici e anagrafici. Attraverso cento ritratti, l’autore racconta il contributo di figure che hanno costruito una relazione profonda con Napoli, partecipando alla sua storia e alimentandone l’immaginario.
Tra i personaggi ricordati nel libro compaiono Diego Armando Maradona, Matilde Serao, Benedetto Croce, Federico II, Virgilio, San Gennaro e Domenico Modugno, protagonisti appartenenti a epoche e ambiti differenti, accomunati da un rapporto significativo con la città. Un percorso che mette in discussione l’idea dell’identità come semplice conseguenza del luogo di nascita e suggerisce invece una concezione più ampia della napoletanità, costruita attraverso l’esperienza, la partecipazione e il legame emotivo.
In questa prospettiva, la storia di Trudie Styler a Napoli diventa particolarmente emblematica. La regista britannica non si è limitata a scegliere la città come ambientazione di un progetto cinematografico, ma ha costruito un dialogo con le persone che la abitano, lasciandosi coinvolgere dalle loro storie e dalla loro capacità di accoglienza. Il risultato è un documentario che ha contribuito a portare sullo schermo una rappresentazione di Napoli attenta alla dimensione umana e sociale, oltre che alla ricchezza artistica e culturale.
La partecipazione di Trudie Styler al Social Action Film Festival 2026, l’incontro con Michelangelo Iossa e l’omaggio attraverso il libro Non siamo napoletani si inseriscono così in un racconto più ampio, nel quale cinema e letteratura diventano strumenti per riflettere sul rapporto tra una città e coloro che scelgono di amarla.
La frase pronunciata dalla regista britannica, «Ormai mi sento una napoletana a tutti gli effetti», assume allora il valore di una dichiarazione di appartenenza, oltre che d’affetto. Perché Napoli, come emerge dal lavoro di Michelangelo Iossa e dall’esperienza cinematografica di Trudie Styler, non è soltanto una città nella quale si nasce: può diventare anche una città alla quale si sceglie di appartenere, attraverso lo sguardo, la conoscenza e il rispetto.
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(foto fornite dall’ufficio stampa in allegato al comunicato)


