di Manuela Ragucci
Venerdì 13 febbraio alle ore 21.30 all’Auditorium Novecento di Napoli, Dario Sansone porta sul palco la prima tappa del tour di presentazione del suo nuovo singolo Restiamo in piedi un canto di resistenza che nasce dall’urgenza di non sottrarsi al dolore del tempo presente. Cantautore, musicista, regista e illustratore, Sansone è da anni una voce tra le più riconoscibili della scena musicale partenopea: leader della storica band Foja e autore di un percorso solista profondo e trasversale, in cui musica e immagine si intrecciano per raccontare l’essere umano e le storie contemporanee filtrate dalla sua sensibilità.
Restiamo in piedi, singolo completamente autoprodotto con la sua etichetta Santo Sud, nasce come gesto di resistenza emotiva e politica, un blues essenziale, scarno, che mette in relazione parola e suono come atto di responsabilità piuttosto che semplice intrattenimento. Il brano, legato al sostegno di EMERGENCY e alla campagna R1PUD1A per il ripudio della guerra secondo l’articolo 11 della Costituzione italiana, è un invito a restare umani anche nel dolore, a non smarrire valori che oggi sembrano fragili.
Questa performance si inserisce in un percorso solista più ampio, iniziato con il progetto Santo Sud,album, libro e concerto teatrale, in cui Sansone esplora le radici, i suoni del Mediterraneo, la canzone napoletana contemporanea, portando in scena una Napoli viva, contraddittoria, capace di ferire e di confortare.
In un momento storico segnato da conflitti, smarrimento e ferite aperte, il live all’Auditorium Novecento diventa dunque un luogo di attraversamento emotivo e politico, un’occasione per interrogare la musica come strumento di connessione, testimonianza e scelta. Da qui nasce questa conversazione, sei domande per entrare nel cuore di un artista che ha deciso di restare esposto, presente, in piedi.
“Restiamo in piedi” sembra meno una canzone e più una necessità vitale. È un blues che nasce come ferita che pulsa. Cosa ti ha permesso questa forma così essenziale?
Non c’è nulla di costruito, nel senso che è stato tutto istinto. Fondamentalmente ci sono delle cose che devi dirle chiare e tonde. Già il primo verso è uscito così, naturale, stranamente in inglese: “brother corri e vattene via”, per me è già l’inizio di un racconto, di un mondo per cui il blues che è la musica dell’anima, della sincerità perchè legata a suoni arcaici. Il blues viene dalla schiavitù e viene dall’Africa, e l’Africa è il primo posto in cui l’umanità si è sviluppata; per cui sono canti che affondano in canti ancestrali, quindi, nella loro essenzialità sono la maniera più pura per potersi esprimere. Questa essenzialità l’ho mantenuta nella scrittura e poi nel brano, grazie anche alla produzione artistica di Seb Martel, che ha saputo scarnificare, come sempre, e rendere le atmosfera giuste.
In “Restiamo in piedi”, il napoletano resta ai margini, ma è sempre vivo, perché nella tua musica non è una scelta estetica: è un corpo che respira. Se la Napoli che porti dentro avesse una ferita e una forza precise, quali sarebbero? E quale parte di Napoli senti come casa e quale come una terra da cui continui a prendere distanza?
Il napoletano per me è casa, ma è una casa legata a una parte nobile di quella che è la mia tradizione e con la quale mi confronto. So che è una cosa, diciamo, molto complessa e onerosa. La Napoli che porto dentro non va neanche troppo descritta con le parole, perché mi appartiene in quanto parte di me. È genitrice, così come tutto quello che ho assorbito sia nelle pareti di casa sia attraverso le arti e gli artisti che questa città ha saputo esprimere. E quando parlo di artisti, parlo di artisti veri. Da poco abbiamo perso James Senese e una delle frasi migliori, secondo me, in questo momento sarebbe da tatuare sulla pelle, è proprio quella espressa da James “Ma a te te piace ’a musica o ’o fummo?” per dire: preferisci le cose vere o quelle fumose? Ecco, la mia Napoli non è quella dei sogni, non è fumosa, ma è concreta, fatta di lava e di tufo, di attività vere.
In un progetto totalmente autoprodotto come “Restiamo in piedi”, quanto è importante per te che tutto arrivi “puro”, senza compromessi? Che tipo di responsabilità ti porti addosso? Ti senti più libero o più esposto?
Questa autoproduzione penso sia un processo naturale di crescita e di evoluzione. So di aver fatto delle scelte molto dirette e precise, come quella di rispettarmi, di rispettare il pubblico e di non prenderlo in giro, quindi di provare a essere sincero e vero. Avere il controllo artistico di tutto quello che faccio, anche delle tempistiche e della gestione, per quanto sia faticoso, è quello che ho scelto di fare e che mi fa stare bene: me lo porto addosso con convinzione. Non mi sento esposto, mi sento libero, che poi è quello che vorremmo tutti.
Nell’ultimo shooting con Bruno Mottola, essere fotografati ha significato ancora una volta affidare la propria immagine a qualcun altro. Cosa hai affidato a Bruno nel tempo? E cosa hai scoperto di te guardandoti attraverso le sue fotografie?
Bruno è innanzitutto un fratello. Secondo me è anche un grande talento fotografico, per cui affidarmi a lui significa affidarmi a un familiare che ti conosce, ma che ogni volta riesce a tirare fuori qualcosa di nuovo di te. Soprattutto penso che lui sia molto bravo con la luce. Per me è un fotografo vero, nel senso che conosce la luce, conosce la composizione, è amante proprio di questi aspetti che lo rendono così speciale. Devo dire che sono sempre meno i fotografi che hanno un gusto come quello di Bruno.
Il legame con EMERGENCY, nel tuo concerto, non è ornamentale ma strutturale. Portare una realtà così concreta sul palco significa trasformare il concerto in una porta di coscienza: che effetto ti fa, sul palco, essere parte di una causa così reale?
Sento che un artista non può disinteressarsi di quello che sta succedendo nel mondo, ma deve essere presente all’umanità, alla comunità. L’unico modo che ho trovato per dare un senso a questo momento di follia generale è proprio tirare fuori questa canzone. Avere la possibilità di sostenere EMERGENCY, perché ogni concerto di questo tour avrà dei banchetti informativi riguardo alle questioni che li riguardano e a questa campagna “R1PUD1A”, che si appoggia all’articolo 11 della Costituzione italiana che ripudia la guerra, è qualcosa che sento molto vicino. Anche questa canzone è un modo per tenermi aggrappato alla rotta di sempre, ai nostri valori di sempre. Sono cresciuto in un, apparentemente, lungo momento di pace per la parte fortunata del mondo e questi valori non li voglio perdere. Per me la guerra è ancora “munnezza” ed è un pensiero che non mi appartiene. Per quanto ci facciano credere, ci raccontino che sia nell’animo umano, che sia necessaria, io penso che, se vogliamo evolverci, questa necessità debba essere un’altra, la realtà purtroppo è che poche persone detengono la ricchezza necessaria per poter salvare probabilmente gran parte del pianeta, ma questa cosa non avviene.
Il 13 febbraio porterai questo progetto in un luogo intimo come l’Auditorium Novecento. Che tipo di rapporto cerchi con il pubblico in questa dimensione? Cosa ti aspetti di costruire insieme a chi ti ascolta?
Sono molto emozionato. Fare un concerto sullo stesso piano del pubblico, e non distante su un palco come a teatro, è una dimensione che mi affascina. Anche l’atmosfera è magica, perché l’Auditorium Novecento è uno studio di registrazione storico, dei primi del ’900, che ha le pareti intrise di grande musica: grandi artisti sono passati di là. Mi offre anche la possibilità di fare un concerto tête-à-tête col pubblico, dove veramente posso averli vicino. Sono curioso di quello che succederà. Sperimenterò anche un trio inedito con Guappecarto all’apertura e ci sarà qualche ospite a sorpresa che non svelo. Insomma, sono molto felice di questo.
Auditorium Novecento di Napoli
ore 21,30
Via Enrico de Marinis, 4
biglietti disponibili : https://bit.ly/3YkrbcBOpen act: Guappecarto
(foto di Bruno Mottola, per gentile concessione)



