Dopo sette mesi di assenza, i due monumentali Leoni in ghisa di Tommaso Solari sono tornati a vegliare sulla facciata della Accademia di Belle Arti di Napoli, in Largo Nanni Loy, restituendo alla città uno dei suoi segni identitari più riconoscibili. Il loro rientro non è soltanto la conclusione di un intervento tecnico di alto profilo, ma il risultato di un percorso complesso che intreccia ricerca scientifica, didattica, tutela e partecipazione civica, secondo un modello oggi sempre più centrale nelle politiche culturali contemporanee.

Fuse nel 1883 su modelli in gesso dello scultore Tommaso Solari, le due sculture hanno attraversato oltre un secolo di storia urbana e istituzionale. In questi mesi sono state oggetto di un accurato restauro strutturale e conservativo, reso possibile grazie all’iniziativa dell’avvocato Antonino Magliulo, membro del Consiglio di Amministrazione dell’Accademia, in sinergia con la Presidente Rosita Marchese e il Direttore Giuseppe Gaeta, e sostenuto in maniera determinante dal Lions Club Napoli Lamont Young. Proprio il Lions Club, nel dicembre 2024, ha promosso una raccolta fondi coinvolgendo partner, cittadini e sostenitori, confermando come il mecenatismo civico possa ancora oggi incidere concretamente sulla salvaguardia del patrimonio.
Il progetto di restauro nasce però da più lontano. Dal 2018 le opere sono state sottoposte a un costante monitoraggio conservativo, su iniziativa della professoressa Federica De Rosa, delegata alla tutela del patrimonio, e con la collaborazione della professoressa Paola Fiore, delegata alla manutenzione. Le indagini hanno riguardato la statica interna, il degrado della ghisa e le alterazioni superficiali, trasformando i Leoni in un vero e proprio “caso studio” per la Scuola di Restauro dell’Accademia. Il lavoro, coordinato dalla restauratrice Merj Nesi con il fonditore Antonio Del Giudice, si è svolto sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli e ha visto come sede operativa la Fonderia Nolana.
Dal punto di vista tecnico, l’intervento ha previsto il risanamento strutturale, la pulitura profonda, la stabilizzazione del materiale e delicate accordature cromatiche, restituendo piena leggibilità materica ai manufatti. Con il rientro in sede si apre ora una nuova fase: il restauro estetico e conservativo sarà completato in loco, insieme agli interventi sui basamenti e sulla facciata, trasformando il cantiere in un’esperienza “en plein air”. Una scelta che rafforza il valore educativo dell’operazione, coinvolgendo studenti, docenti e cittadini in un processo di restituzione condivisa del bene culturale.
I Leoni dell’Accademia appartengono a quella stagione ottocentesca in cui l’arredo urbano contribuiva a costruire identità, decoro e senso civico nello spazio pubblico. Prima della fusione in ghisa, infatti, sulla facciata erano collocati due leoni in gesso, realizzati in occasione dell’Esposizione Nazionale del 1877 ospitata nel Real Istituto di Belle Arti. La sostituzione con le versioni metalliche fu approvata nel 1882 dal ministro Giuseppe Fiorelli e affidata alla ditta De Lamorte, che consegnò le opere nell’estate del 1883. Non semplici ornamenti, ma simboli di forza, custodia e autorevolezza, pensati per dialogare con la vita quotidiana della città.
La figura di Tommaso Solari emerge con forza da questa vicenda. Nato a Napoli nel 1820, formatosi al Real Istituto di Belle Arti e pensionato a Roma, Solari fu protagonista della scultura monumentale napoletana del XIX secolo. Autore di opere civili e celebrative, tra cui uno dei leoni del Monumento ai Martiri napoletani delle quattro rivoluzioni, fu anche docente dell’Accademia e protagonista del suo rinnovamento dopo l’Unità d’Italia. La donazione della collezione di gessi di famiglia nel 1849 testimonia un’idea di arte profondamente legata alla formazione e alla trasmissione del sapere.
Il ritorno dei Leoni, come ha sottolineato anche la coordinatrice della Scuola di Restauro Giovanna Cassese, rilancia un modello fondato sulla cooperazione tra pubblico e privato, sulla conoscenza scientifica e sulla formazione, in linea con i principi della Convenzione di Faro. In questo senso, le due sculture non sono soltanto manufatti restaurati, ma dispositivi culturali attivi: parlano alla città di responsabilità condivisa, memoria collettiva e futuro del patrimonio. Tornano a presidiare una facciata, ma soprattutto tornano a ricordare che la tutela non è un gesto isolato, bensì un processo continuo che coinvolge istituzioni, comunità e cittadini.
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(foto fornite dall’Ufficio stampa in allegato al comunicato)
