di Manuela Ragucci
Napoli si prepara ad accogliere l’America’s Cup 2027, ma il rapporto tra la città e il più antico trofeo velico del mondo affonda le sue radici ben più lontano nel tempo. È questo il filo conduttore di “Storie e campioni di Napoli nell’America’s Cup”, il nuovo volume di Carlo Zazzera, pubblicato da LeVarie di Marco Lobasso con prefazione di Antonio Vettese, che sarà presentato il 23 giugno alle ore 18 nel Salone De Gaudio del Circolo Canottieri Napoli.

Alla presentazione interverranno, insieme all’autore, il presidente del Circolo Canottieri Napoli Giancarlo Bracale, la consigliera nazionale della Federazione Italiana Vela e direttrice della Scuola Vela Mascalzone Latino Antonietta De Falco, il presidente nazionale dell’Ussi Gianfranco Coppola, l’assessora allo sport della Regione Campania Fiorella Zabatta e l’assessora allo sport del Comune di Napoli Emanuela Ferrante. Saranno inoltre presenti alcuni dei protagonisti delle pagine del libro, tra cui Lars Borgtröm, Paolo Scutellaro, il comandante Salvatore Sarno e Francesco “Cecchi” Aversano.
Il volume ricostruisce per la prima volta in modo organico tutti i legami tra Napoli e l’America’s Cup: dalla partenza dal porto partenopeo della storica Azzurra nel 1983 alle sfide di Mascalzone Latino con il Reale Yacht Club Canottieri Savoia, passando per i successi del Moro di Venezia e di Luna Rossa fino all’appuntamento del 2027, quando il Golfo di Napoli diventerà il centro della vela mondiale.
Attraverso le storie di ventisei uomini e donne napoletani che hanno preso parte alla competizione, il libro racconta imprese sportive, aneddoti inediti e curiosità che testimoniano quanto profondo sia il rapporto tra la città e il mare. Un’opera che guarda anche al futuro: i proventi netti delle vendite saranno infatti devoluti all’ASD Black Dolphin per sostenere corsi di vela destinati ai ragazzi in difficoltà di Napoli e provincia.
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Qual è l’aneddoto o la storia più sorprendente e meno nota che ha scoperto durante le sue ricerche e che meglio incarna il legame profondo e “viscerale” tra Napoli e l’America’s Cup?
Le storie sono tante, ma quella che mi ha colpito è legata alle origini di questo legame. La barca di Azzurra, la prima sfida italiana in America’s Cup, partì per Newport, dove si svolgevano le regate, dal porto di Napoli. La cosa più sorprendente è che nessuna delle persone con cui ho parlato aveva memoria di questo episodio. Ancora più bello è stato ritrovare la foto di quella partenza, che ho pubblicato nel libro, e poter correggere un errore che era nei documenti ufficiali del team. Era riportato, infatti, che la nave che la trasportava era la Costa Ligure, pur essendo visibile in foto che fosse una nave della compagnia Tirrenia, la Staffetta Ligure. Quella prima sfida italiana, pur non avendo napoletani a bordo, è quella da cui questo legame nasce, anche grazie all’acquisto della cosiddetta barca lepre, che fu fatto prima della costruzione della prima barca di Azzurra. E fu fatto da un napoletano, Pasquale Landolfi, che poi uscì dal consorzio, ma che ha posto le basi per l’inizio di quest’avventura.
Nel libro si intrecciano le storie di ventisei protagonisti napoletani: secondo lei, esiste un “tratto culturale” o un approccio tipicamente partenopeo alla vela che ha permesso a questi atleti e professionisti di eccellere nel trofeo più antico del mondo?
Napoli e il mare hanno un legame profondo, anche se ultimamente si è un po’ allentato. Ma i navigatori del nostro golfo hanno sempre mostrato capacità eccelse e questo si è rispecchiato anche nelle avventure in America’s Cup. E, per quanto possa sembrare uno stereotipo, in navigazione una delle cose più importanti e difficili è risolvere gli imprevisti nel tempo minore e nel modo migliore e questo i napoletani lo hanno nel DNA. La possibilità, poi, di allenarsi e crescere nel nostro golfo, luogo ideale per la vela, sicuramente ha inciso sulla loro preparazione.
Il volume non celebra solo il passato, ma guarda al 2027, quando Napoli sarà capitale mondiale della vela. Da un punto di vista culturale e sociale, prima ancora che sportivo, in che modo crede che questo grande evento irromperà e trasformerà la quotidianità della città nei prossimi mesi?
L’America’s Cup per un territorio ha un impatto che, a mio giudizio, è anche superiore a quello di un’Olimpiade. Chi vi partecipa, dagli atleti ai team, resta in città per circa un anno e non solo per qualche settimana, parliamo di quasi duemila persone, con necessità quotidiane legate ad alloggi, scuole, altre attività, dovendo avere anche una certa facilità di spostamento tra gli alloggi e il villaggio dove sorgeranno le basi, in questo caso Bagnoli. Questo porta un grande indotto sul territorio, con le naturali criticità conseguenti. Ma la rigenerazione delle aree che ne consegue può essere un valore enorme per la città. Cito sempre l’esempio di Valencia, dove ancora durante l’America’s Cup del 2007 le aree che circondavano il porto con le basi erano considerate “a rischio” e oggi, dopo vent’anni, sono una zona ad alto flusso turistico, con un lungomare e la spiaggia che sono una meta ambita della città, laddove vent’anni fa c’era solo degrado e abbandono. È necessario, però, che i cittadini si rendano conto di questo.
I proventi del libro sosterranno i corsi di vela per ragazzi in difficoltà dell’ASD Black Dolphin. Come si inserisce questa scelta nel messaggio del libro e in che modo la cultura del mare può diventare uno strumento di riscatto sociale per i giovani di Napoli?
Come dicevo all’inizio, Napoli nel tempo ha forse perso parte del suo legame col mare e ultimamente, anche grazie all’America’s Cup, lo sta ritrovando. Per una città totalmente proiettata sul mare questo è fondamentale, perchè rappresenta una ricchezza non solo sul piano economico. Le professioni legate al mare offrono opportunità uniche, anche se richiedono grandi sacrifici, e una città come Napoli può beneficiarne in modo consistente se riesce a svilupparle più di quanto faccia oggi. In quest’ottica, a me e all’editore Marco Lobasso di LeVarie è sembrato giusto utilizzare questo lavoro per dare un contributo alla città che fosse legato al mare e alla vela. Dare l’opportunità di scoprire questo mondo a ragazzi che lo desiderano ma non ne hanno la possibilità ci è sembrata la soluzione più idonea e grazie al lavoro dell’ASD Black Dolphin, che da anni è un’eccellenza del territorio nonostante le mille difficoltà che incontra quotidianamente, contiamo di riuscirci. E se anche solo uno di quei ragazzi potrà così iniziare un percorso che lo porti a lavorare grazie al mare, avremo vinto la nostra America’s Cup.

