di Giovanna d’Elia *
Da secoli il patriarcato ha bisogno di una donna prevedibile: fedele, silenziosa, disposta a restare “là”, pronta a rispondere quando la si chiama. Ogni volta che questo bisogno riemerge in pubblico e riemerge con sorprendente regolarità lo fa quasi sempre attraverso lo stesso strumento: una metafora presentata come innocua, spesso persino come un complimento. È accaduto di nuovo venerdì scorso, sul palco dell’evento “Itaca” a Formello, dove il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha scelto una metafora per convincere il pubblico a votare centrodestra: la scelta politica come scelta di moglie. Da una parte la ragazza “affascinante” ma volubile, portata nelle sue parole all’infedeltà. Dall’altra quella “meno appariscente”, con le gonne più lunghe, ma affidabile, stabile, “che quando la chiami c’è”. Al proprio figlio immaginario, Tajani consiglia la seconda; e la stessa griglia si applica agli uomini, dove il “fusto” con dieci fidanzate perde contro chi va in ufficio in giacca e cravatta.
Non scrivo questo pezzo per commentare la politica. Lo scrivo perché, nel mio lavoro, passo gran parte del tempo a occuparmi di come le organizzazioni costruiscono o smontano la propria cultura attraverso il linguaggio che usano ogni giorno, nelle riunioni, nei feedback, nelle battute “informali” che sembrano non contare e invece contano più di ogni policy scritta. Il discorso di Formello è, da questo punto di vista, un caso di scuola. E vale la pena analizzarlo con gli stessi strumenti con cui analizzerei la comunicazione di un leader aziendale, perché gli errori sono identici cambiano solo il palco e le conseguenze.
Propongo quattro leve: il messaggio, la metafora, il pubblico, la coerenza.
1. Il messaggio: cosa volevo dire, cosa ho detto
Tajani voleva comunicare un concetto semplice : il centrodestra è la scelta affidabile. È un messaggio politico legittimo. Il problema nasce nella traduzione: per renderlo “vivo”, ha scelto di incarnarlo in un aneddoto personale (il consiglio al figlio), che ha richiesto di popolare la scena con due personaggi contrapposti. Ed è lì che il messaggio previsto e quello effettivamente trasmesso si sono separati: il pubblico non ha sentito “il centrodestra è stabile”, ha sentito “le donne si dividono in due categorie, e il valore di una donna sta nella sua fedeltà e nella lunghezza della gonna”.
È una dinamica che vedo continuamente nei contesti organizzativi: chi guida un team vuole motivarlo con un aneddoto personale, convinto di trasmettere un valore, e invece nella scelta degli esempi, dei personaggi, dei dettagli comunica involontariamente tutt’altro. Prima regola per chi comunica da una posizione di responsabilità: il messaggio non è quello che si intende dire, è quello che chi ascolta ricostruisce a partire dalle parole usate.
2. La metafora: uno strumento potente e mai neutro
La metafora è un’arma retorica formidabile perché aggira il pensiero critico e parla per immagini, restando impressa molto più di un elenco di argomenti. Ma proprio per questo è un’arma a doppio taglio: non è mai un contenitore vuoto in cui versare un’idea a piacere, è essa stessa portatrice di significato. Scegliere la metafora della “scelta della moglie” per parlare di affidabilità politica significa scegliere, insieme, tutto l’impianto simbolico che quella metafora porta con sé: la donna come oggetto di scelta maschile, il valore femminile misurato sulla fedeltà, l’abbigliamento come indicatore morale.
È lo stesso meccanismo che lo psicoanalista Massimo Recalcati descrive quando parla delle radici del controllo maschile sulle donne: chi non sopporta la libertà femminile tende a sostituirla con categorie prevedibili la fedele, la seria, la disponibile perché il “mistero” di una donna libera è più difficile da governare di una donna già classificata.
Un dettaglio non banale: lo stereotipo di Tajani ha quasi due secoli. La donna “affascinante ma infedele” contrapposta a quella “seria e fedele” non è un’invenzione del 2026: è, quasi parola per parola, l’aria più celebre del Rigoletto di Verdi (1851), La donna è mobile:
La donna è mobile / qual piuma al vento, / muta d’accento / e di pensiero.
Un’immagine di leggerezza e incostanza femminile che il libretto di Piave mette in bocca a un seduttore cinico, il Duca di Mantova non a caso il personaggio meno affidabile dell’opera. È la dimostrazione che questa metafora non nasce da un’osservazione della realtà, ma da un repertorio culturale che si tramanda intatto da generazioni: quando un uomo la riusa oggi come se fosse un pensiero originale, sta solo riattivando un cliché con quasi due secoli di vita, senza accorgersene. Nel lavoro sulla cultura organizzativa chiamiamo spesso questi automatismi “bias linguistici ereditati”: frasi che diciamo perché le abbiamo sempre sentite dire, non perché le abbiamo mai davvero pensate. Riconoscerle prima di pronunciarle è, oggi, una competenza di leadership, non un vezzo da linguisti.
3. Il pubblico: chi c’era in sala, chi ha letto il video
Terza leva, spesso la più sottovalutata: chi comunica da una posizione di responsabilità tende a immaginare come unico pubblico le persone fisicamente presenti in questo caso una platea di un evento politico locale, probabilmente ricettiva al tono scherzoso. Ma il pubblico reale di un vicepremier, come quello di un amministratore delegato o di una direttrice HR, non è mai solo quello in sala. È anche chi guarderà trenta secondi di video su uno smartphone, senza il tono ironico, senza la mano che accompagna la battuta, senza il contesto dell’evento. Una battuta pensata per convincere venti persone diventa, su quel canale, un testo isolato che milioni di persone leggono come dichiarazione ufficiale o, in azienda, come la vera cultura dell’organizzazione, altro che i valori scritti sulla parete della reception.
4. La coerenza: il vero patrimonio da difendere
L’ultima leva è quella che decide, nel tempo, se un episodio resta un incidente isolato o diventa uno schema riconoscibile. Tajani non è nuovo a uscite di questo tipo, e la ripetizione è ciò che trasforma la gaffe in identità comunicativa. Per chi guida un partito o un’azienda la credibilità si costruisce nella coerenza tra i valori dichiarati e il linguaggio usato nei momenti informali, quelli senza testo scritto, dove il modello mentale reale di chi parla viene a galla senza filtri. È lì, non nei documenti di policy, che si misura la vera cultura di un’organizzazione.
Su questo fronte, il lavoro di Michela Murgia resta un riferimento che porto spesso anche nella formazione: nel suo saggio Stai zitta ha mostrato come certe espressioni apparentemente innocue “brava e pure mamma” è quasi un calco di ciò che Tajani dice della “buona madre di famiglia” non siano incidenti di percorso ma un vero e proprio impianto linguistico che continua a definire il valore delle donne in funzione del ruolo che ricoprono per gli altri. La sua tesi centrale, applicabile a qualunque comunicazione organizzativa: il linguaggio non descrive soltanto il mondo, lo costruisce.
In sintesi
Il “mistero” delle donne, in fondo, non è mai stato un vero mistero: è la scomodità di chi preferisce classificare piuttosto che ascoltare un’operazione che va in scena da almeno due secoli, dal Duca di Mantova a un palco di Formello. Ma dietro l’errore comunicativo c’è un costo che non è solo di immagine: ogni volta che una donna viene ridotta a una casella fedele o infedele, seria o vistosa le viene sottratto qualcosa che dovrebbe esserle scontato: il diritto di essere considerata un soggetto, non un ruolo da assegnare.
Michela Murgia lo scriveva in modo netto in Stai zitta: di tutte le cose che le donne possono fare, “parlare è ancora considerata la più sovversiva”. Forse è proprio questo, in fondo, il vero mistero che continua a disturbare chi guida un’organizzazione o un Paese: non il fatto che le donne siano imprevedibili, ma il fatto che abbiano voce. E che continuino a usarla.
(*) People & Culture Director Focus Consulting
