di Luca Sorbo
“Tuttavia l’approccio visivo di D’Inverno ai luoghi illustrati da Pietro Fabris – dal lago d’Averno a Capo Miseno, dall’isola di Ischia a Capo Posillipo – rivela una sensibilità completamente diversa. Accordate al sentimento del pittoresco, le tavole del Fabris trascrivono fedelmente i paesaggi vulcanici della Campania Felix dove sono presenti le figure dei viaggiatori del Grand Tour, che ritratti di spalle nel gesto di guardare, fungono da metro di misura dei luoghi raffigurati nella chiarità cristallina della luce del giorno. Nulla di questo gusto del pittoresco si trova nelle fotografie che l’autore ha scattato nei luoghi più suggestivi del Campi Flegrei, da Capo Miseno al promontorio di Nisida, dal Rione Terra di Pozzuoli al lago d’Averno, dal lago di Lucrino alla Casina del Vanvitelli”.
Queste parole di Ennery Taramelli sono un’utile guida per comprendere la ricerca di Luciano D’Inverno presentata alla Reggia di Portici dal titolo L’amante del Vesuvio: visioni continue e discontinue del sublime.
La mostra, curata da Ennery Taramelli, storica dell’arte e della fotografia, tra le più prestigiose in Italia, è realizzata con il sostegno del MUSA, Musei della Reggia di Portici e con il patrocinio dell’Università degli studi di Napoli Federico II, dipartimento di Agraria e della Città metropolitana di Napoli, che ha finanziato il restauro di questi spazi della reggia borbonica riaperti lo scorso giugno.
La mostra sarà visitabile fino al 29 marzo.
Il giorno dell’inaugurazione Luciano è molto emozionato, nonostante sia un professionista affermato ed ha una lunga collaborazione con il TARÍ di Marcianise, che ha contribuito in maniera determinante per la realizzazione della mostra, conserva l’entusiasmo del fotoamatore e vive il fotografare come scoperta e sperimentazione. Questa passione emerge, in modo evidente, nelle sue opere che sono espressione di una profonda necessità interiore.
Afferma infatti: ”Nella mia ricerca mi identifico in un’energia che mi appare, seppur per un piccolo istante di fronte e che mi avvolge, mi trascina dentro, e come nel sonno ne sono attratto e rimango immobile. Forse cerco quello che ho perduto, forse la mia infanzia che ho perso e mai mi sarà restituita. Forse cerco la meraviglia interrotta, il ricordo di immagini lontane, troppo lontane in un tempo passato, e con esse il desiderio di portarle a nuova luce”.
L’esposizione è il terzo capitolo di una lunga ricerca sul paesaggio legato al Vesuvio. Nel 2003 realizza un libro dal titolo Vesevo, nel 2007 Campi Flegrei – qui i piedi non si posano per terra ed ora nel 2026 aggiunge un’indagine sul Miglio d’oro, ispirandosi alle opere di Pietro Fabris. Il titolo nasce dalla lettura del libro di Susan Sontag L’amante del vulcano.
L’autore dichiara: ”Mi sono messo in cammino sulle tracce di luoghi meravigliosi che ancora resistono alle rovine del tempo, e sulla base di queste rovine ho costruito questo percorso”.
Sottolinea ancora Ennery Taramelly: “Ecco allora che scegliendo di fotografare i luoghi nella luce del crepuscolo o nell’ora buia che precede l’alba, D’Inverno diviene il viandante romantico che va errando in uno spazio di interregno fra luce e tenebre, fra vita e morte, fra il Tempo e la sospensione del Tempo”.
Luciano è originario di Acerra e per dedicarsi alla fotografia ha dovuto superare numerosi ostacoli. Il Vesuvio è stata una presenza costante nella sua vita e le sue ricerche sono un percorso sul paesaggio che lo circonda, ma anche un’esplorazione della sua anima che sente così vicina al gigante che distrugge e dà la vita.
La sua indagine investiga il sublime, si confronta con la bellezza della natura che sa essere anche terribile e spaventosa.
Un Grand Tour personale ed intimo che ora con questa mostra condivide con tutti gli spettatori. Dobbiamo essere rispettosi ed attenti nella fruizione delle sue opere, perché in quella bellezza non c’è solo piacere, ma l’animo sincero di una persona vera.





