di Luca Sorbo
“Architettura, Palazzo Gravina! Cinema Adriano! È tutto il ben di Dio che è arrivato dopo. Erano tutti più grandi di me i docenti a Palazzo Gravina, veramente pochi i coetanei, che perlopiù erano assistenti, essendo anche questi venticinquenni come me. Gli altri erano tutti più avanti negli anni, e che belle persone per un ignorantello di umanesimo dello spazio da vivere come me.
Lavoravo notte e giorno, mentre molti miei colleghi, tra mostre e accadimenti culturali, hanno contribuito alla storia della fotografia non solo napoletana. Giancarlo Alisio, Gaetana Cantone, Billi Scalvini, Alfonso Gambardella, Massimo Nunziata, Giosi Amirante, che mi redarguiva per il lasciar correre sull’immagine della mia concretezza professionale.
Soltanto pochi nomi di tantissimi altri, con innumerevoli pregi e difetti, tra cui il classismo, caratteristica napoletana anche tra i comunisti dell’ex PCI. Tante belle, veramente belle e interessanti persone e, per un ragazzo come me, proveniente dai fumi della zona operaia bagnolese, c’era solo da imparare.
E in effetti ho imparato tanto, soprattutto a difendere e coltivare il mio lavoro/mestiere nella fotografia, perché in questa città, come in tutto il mondo, nessuno ti fa un favore se non vi è un ritorno. Ma è anche vero che, alla fine di un percorso durato tanti anni, non saprai mai se ne è valsa la pena a scrivere Resurrezione o il Capitale, tanto il mondo va e viene dal Medioevo a seconda dell’epoca”.
Queste parole di Massimo Velo, classe 1949, recuperate da un post sui social, sono un piccolo ma prezioso ricordo della sua esperienza professionale di fotografo specializzato nella documentazione dei beni culturali.
Massimo ci ha lasciato giovedì 18 dicembre e tutti gli addetti ai lavori e gli appassionati di fotografia già sentono un grande vuoto.
Comincia l’attività giovanissimo, nei primi anni Settanta del Novecento. Ha lavorato con quasi tutte le istituzioni più prestigiose della Campania, venendo sempre apprezzato per le sue capacità professionali e per la passione con cui viveva il suo lavoro.
Era un maestro nell’uso del banco ottico e generazioni di studenti dell’Accademia di Belle Arti, dal 2005 in poi, hanno potuto usufruire della sua straordinaria competenza.
Non ha mai provato, come troppi, a proporsi come autore. Aveva le qualità umane e la sensibilità per farlo ma, frequentando ogni giorno i luoghi dell’arte, sentiva la necessità di essere umile, perché non voleva confondersi con i tanti che si esaltano e si autocelebrano proponendosi come artisti.
La sua unica mostra è stata, dopo molte insistenze, Il capitale di Max, alla Galleria Mediterranea nel 2016.
L’ho incontrato l’ultima volta un mese fa all’Archivio di Stato, in occasione della mostra di Linda Iacuzio. Mi aveva rivelato che aveva trovato un luogo dove conservare il suo archivio e che voleva avviare qualche progetto per valorizzarlo. Dovevamo incontrarci a gennaio 2026, non c’è stato il tempo. Speriamo che tutto il suo lavoro non vada disperso e che qualche istituzione lo acquisisca.
Ricordo le lunghe chiacchierate all’Accademia di Belle Arti, dove siamo stati colleghi per quasi vent’anni, in cui mi raccontava il piacere di stare in camera oscura a stampare e l’orgoglio di aver fotografato beni culturali in situazioni di grandi difficoltà.
Era un fotografo analogico, non solo nella tecnica ma anche nel modo di ragionare. Ottenere la migliore impronta possibile era lo scopo del suo impegno: non aveva alcun interesse per le manipolazioni che il digitale consente.
Nonostante si dedicasse a una fotografia tecnica, il suo approccio alla vita era denso di umanità e cercava sempre una spiegazione che avesse basi etiche. Era deluso dalla Napoli dei nostri giorni, troppo cinica ed egoista per i suoi gusti. Trovava tracce di umanità solo nei Quartieri Spagnoli, dove viveva.
Non sopportava le ingiustizie e i soprusi che però incontrava in molte situazioni. Era un attento osservatore del quotidiano: cercava un senso, una logica nel cambiamento della città. Tutto questo, però, non lo privava mai del buonumore e dell’ironia con cui commentava sia la vita culturale che quella politica.
Concludo con un altro suo testo recuperato dai social:
“Oggi ero a via dei Tribunali e, col cattivo tempo e la strada che ho percorso centinaia di volte, il mio pensiero è andato a tutte quelle persone che non ci sono più. In sostanza, a proposito degli assenti ormai per sempre, noi siamo come delle carte riposte in un archivio da qualche parte della terra.
Ce ne stiamo tutti lì sotto forma di carte sovrapposte, come una specie di cumulo di disegni e stampe. Sulla superficie di quella moltitudine cartacea ci sono segni e disegni: un segno bello di suo qui, un segno brutto di suo lì, qualche carta è addirittura bruciacchiata. Qualcun’altra è candida e ben stesa.
Ogni vita è ben rappresentata non solo graficamente ma anche dal punto di vista della qualità della superficie. Se una persona, per dire, è stata una perbene in tutti i sensi, per ogni volta che da noi sulla terra viene nominata, quella carta si solleva ondeggiando per poi tornare sul piano in cui giace.
Per gli altri questa cosa non accade: per gli altri vi sono termiti e bruciature di varia natura e restano là, in quello sconfinato archivio, immobili e distrutte dal tempo galantuomo.
Ma vedite a capa mia comme sbaréa”.
Addio Massimo, sarai sempre nei nostri pensieri.
Le foto pubblicate sono tutte tratte dal profilo Facebook di Massimo Velo.
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