di Francesco Bellofatto
Non appena il Telegraph ha accusato Napoli di essere diventata una specie di parco a tema mediterraneo, con il centro storico trasformato in scenografia di cartapesta per orde di visitatori muniti di cellulare e brioche al pistacchio, dalle mie parti si è levato un sopracciglio collettivo. Non perché l’idea di una “Disneyfication” non fosse già nell’aria – i napoletani vivono da anni dentro un’attrazione turistica involontaria – ma perché, detta dagli inglesi, suona un po’ come se Mary Poppins spiegasse a Totò come funziona un ombrello.
Eppure, a voler leggere tra le righe, l’articolo del quotidiano britannico non sbaglia proprio tutto. Ironia a parte, fotografa un fenomeno che gli stessi napoletani denunciano da anni: la trasformazione progressiva della città in un set a uso e consumo del turismo globale, spesso a discapito dei suoi abitanti. L’effetto è quello di una città in cui le voci locali si abbassano, mentre l’audio delle playlist per turisti — dal Bella Ciao remixato alla colonna sonora di Gomorra — si alza fino a coprire tutto il resto.
Il risultato è un paradosso: Napoli è più famosa, amata, instagrammata che mai. Ma è anche più fragile.
La folla si concentra come un fiume in piena tra via dei Tribunali, Spaccanapoli, Piazza San Domenico Maggiore, travolgendo chi cerca semplicemente di andare al lavoro o comprare un litro di latte. Le case vengono risucchiate in un mercato di affitti brevi sempre più aggressivo, con residenti che si trovano a bussare a porte ormai sigillate da codici numerici riservati agli ospiti di una piattaforma qualunque. Il centro storico rischia di perdere la sua autentica tessitura sociale: botteghe che chiudono, residenti costretti altrove, spazi pubblici sacrificati alle sedie di un ennesimo take-away di cucina napoletana finto-antica.
Non è un problema di turisti. È un problema di visione. O, per essere precisi, dell’assenza di una visione.
Perché Napoli, miracolosamente bella e miracolosamente sopravvissuta a secoli di tutto, non può più permettersi di affidarsi alla spontaneità del caso, alla fatalistica convinzione che “’a città s’arrangia”. L’overtourism non è una maledizione improvvisa: è l’esito di anni in cui politiche urbane, gestione degli spazi pubblici, mobilità, residenza e sviluppo economico non hanno dialogato tra loro. Il turismo è stato lasciato crescere come un limone selvatico: profumato, rigoglioso, ma pieno di spine.
Il pezzo del Telegraph ha torto quando riduce Napoli a una Disneyland caotica e folcloristica. L’identità napoletana non è un gadget da bancarella, e nemmeno un’esibizione per turisti: è una cultura viva, stratificata, profondamente reale. Ma ha ragione quando suggerisce che questa identità rischia, lentamente, di essere messa ai margini dalla pressione economica e simbolica del turismo di massa. La città rischia una trasformazione silenziosa: da luogo abitato a luogo attraversato; da comunità viva a gigantesco “no zone” per chi non può pagare affitti gonfiati dal mercato globale; da capitale culturale autentica a immensa location per contenuti social.
Il boomerang è già visibile: più la città si piega al turismo veloce, più rischia di perdere ciò che il turismo cerca.
Gli stessi visitatori percepiscono il sovraffollamento, l’eccesso, la perdita di qualità, e iniziano a lamentarsi di un’esperienza “troppo turistica”. Quando una città diventa un brand anziché una comunità, l’effetto cartolina si esaurisce in fretta.
La verità è semplice: Napoli ha bisogno di un progetto, non di un miracolo. Ha bisogno di preservare la sua anima, non di venderla al miglior offerente. Ha bisogno di politiche che restituiscano equilibrio tra vita quotidiana e attrattività, tra economia e qualità dell’abitare, tra promozione e tutela. Ha bisogno di capire cosa vuole essere tra dieci, venti, trent’anni. Perché una città che vive solo nel presente — fosse pure un presente scintillante — finisce per essere travolta dal futuro.
E allora sì, possiamo anche sorridere dell’articolo del Telegraph e della sua teatralità britannica. Ma forse, mentre ridiamo, dovremmo anche ringraziarlo. Perché a volte sono gli sguardi esterni a ricordarci quello che fingiamo di non vedere: che l’identità di Napoli non è un’attrazione. È una responsabilità.
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