Al Museo della Moda di Napoli – Fondazione Mondragone arriva “I don’t care, I Am invisible”, la mostra personale di Claudia Piscitelli che trasforma l’abito in immagine, memoria e racconto interiore. L’esposizione, curata da Barbara Crespigni, sarà inaugurata il 14 maggio 2026 e resterà visitabile fino al 14 settembre 2026, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 16. Il progetto si inserisce nel percorso culturale del Museo della Moda di Napoli, istituzione che promuove iniziative dedicate al rapporto tra moda, arte, fotografia, musica, formazione e identità contemporanea.
Il cuore della mostra è una serie di vestiti dipinti, privi del corpo che normalmente li abita, ma ancora capaci di evocare presenze, ruoli, emozioni e archetipi dell’identità femminile. Sono abiti vuoti solo in apparenza: nella loro assenza fisica custodiscono tracce, posture invisibili, storie possibili. Ogni opera diventa così una figura senza volto, una presenza sospesa tra ironia e malinconia, tra memoria personale e immaginario collettivo.
La mostra sarà presentata in conferenza stampa mercoledì 13 maggio alle ore 11, alla presenza dell’artista Claudia Piscitelli, della curatrice Barbara Crespigni, di Giuseppe Merlino, francesista, di Mario Rusciano, Professore Emerito dell’Università Federico II, e di Maria d’Elia, Presidente del Museo della Moda di Napoli – Fondazione Mondragone. L’esposizione è dedicata a Tito Piscitelli, ricordato per il suo impegno a favore dell’espressione libera di bambini e giovani brasiliani e napoletani attraverso il teatro. Il ricavato della mostra sarà devoluto all’Ong Cria, con cui Tito Piscitelli collaborava.
Le dieci grandi opere in mostra compongono una sorta di atlante emotivo e simbolico del femminile: “La vedova” / “The widow”, “L’amante” / “The lover”, “La viaggiatrice” / “The traveler”, “Biancaneve” / “Snow White”, “L’amica triste” / “The sad friend”, “La sposa” / “The bride”, “La narcisista” / “The narcissist”, “L’intellettuale” / “The intellectual”, “La bipolare” / “The bipolar”, fino all’installazione centrale “L’ipnotista”. Ciascun abito racconta una possibile identità, un frammento di esperienza, una maschera sociale o sentimentale. La donna non è rappresentata attraverso il corpo, ma attraverso ciò che resta di lei: il segno, il colore, il panneggio, la traccia psicologica del vestito.
Il titolo, “I don’t care, I Am invisible”, dichiara una posizione precisa. L’artista sceglie l’invisibilità non come cancellazione, ma come forma di presenza laterale, quasi clandestina. Non c’è un corpo da osservare, non c’è una figura da possedere con lo sguardo. Lo spettatore incontra soltanto gli abiti, e proprio questa assenza diventa la chiave dell’opera. L’invisibilità non è vuoto, ma spazio di libertà; non è sparizione, ma sottrazione consapevole al controllo e alla definizione.
Claudia Piscitelli lavora su un tema già attraversato dall’arte contemporanea, quello dell’abito senza corpo, ma lo rilegge da una prospettiva dichiaratamente femminile. L’abito non è solo costume, ornamento o superficie: è memoria intima, ruolo sociale, teatro dell’identità. Nelle sue tele convivono leggerezza e profondità, gioco e inquietudine, ironia e analisi psicologica. L’artista si misura con archetipi riconoscibili, ma li sottrae alla rigidità dello stereotipo, lasciandoli oscillare tra autoritratto, finzione e riflesso collettivo.
Particolarmente significativo è il ruolo dell’unica figura maschile, “L’ipnotista”, collocata al centro dell’installazione. La sua presenza introduce una tensione ironica e critica: l’uomo sembra tentare un’azione di controllo, ma il suo gesto appare inutile, perché l’essenza delle proprietarie degli abiti è altrove. In questa distanza si apre una riflessione sulle relazioni sentimentali, sulla presunta sottomissione, sulla fuga e sulla rivoluzione silenziosa del femminile. Il tono non è ideologico né cupo: Claudia Piscitelli sceglie piuttosto la via dell’intelligenza visiva, della leggerezza e dell’ambiguità poetica.
Secondo Maria d’Elia, ospitare la mostra conferma la missione del Museo della Moda di Napoli: guardare all’abito non come semplice costume, ma come strumento di indagine profonda. Nelle opere di Claudia Piscitelli, il tessuto diventa un linguaggio capace di attraversare l’analisi individuale e le dinamiche collettive della società. La moda, in questa prospettiva, supera la dimensione estetica per farsi memoria, pensiero e ricerca d’identità.
La curatrice Barbara Crespigni legge invece il lavoro dell’artista come un viaggio nella psiche, una moltiplicazione di personaggi possibili. Gli abiti dipinti e i disegni preparatori non hanno bisogno del corpo umano per esistere: si presentano da soli, autonomi, quasi teatrali, e alludono ciascuno a uno “spirito”, a una tensione interiore, a una figura archetipica che appartiene all’artista ma anche allo spettatore. In questo gioco di specchi, la mostra invita a riconoscere qualcosa di sé dentro un vestito che nessuno indossa.
La sede scelta rafforza ulteriormente il senso dell’esposizione. La Fondazione Mondragone, ente pubblico senza scopo di lucro, gestisce il Museo del Tessile e dell’Abbigliamento, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie e gli annessi giardini, in una cornice architettonica tardo barocca che lega storia, patrimonio e contemporaneità. Il Museo della Moda di Napoli, dedicato alla cultura dell’abito e del tessile, diventa così il luogo naturale per una mostra che usa il vestito come dispositivo poetico, sociale e psicologico.
“I don’t care, I Am invisible” è quindi una mostra sulla presenza attraverso l’assenza, sulla femminilità come identità plurale e mobile, sull’abito come archivio emotivo. I vestiti di Claudia Piscitelli non coprono un corpo: lo evocano, lo interrogano, lo liberano. E proprio nella loro apparente leggerezza aprono una riflessione profonda sul modo in cui le donne vengono guardate, raccontate, attese, interpretate. Fino a settembre, al Museo della Moda di Napoli, questi abiti vuoti diventano corpi simbolici, tracce di vita e figure invisibili che continuano a parlare.
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