La firma è arrivata al termine di un vertice politico ad Asunción, in Paraguay, e ha immediatamente assunto il peso di un evento storico. Dopo oltre venticinque anni di negoziati complessi e spesso interrotti, l’Unione Europea e i quattro Paesi del Mercosur – Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay – hanno siglato ufficialmente l’accordo di libero scambio più ambizioso mai concluso da Bruxelles con un’area extraeuropea. A sottoscrivere l’intesa per l’UE è stata la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, che, come riferito da Reuters e RaiNews, ha definito l’accordo “una scelta di commercio equo e regole condivise” in un mondo attraversato da nuove barriere tariffarie e tensioni geopolitiche.
Il dato politico è chiaro: nasce una zona di libero scambio che coinvolge oltre 700 milioni di cittadini e una quota rilevante del commercio mondiale. Il dato economico è altrettanto rilevante: l’eliminazione progressiva dei dazi su circa il 90–91% delle merci scambiate tra le due aree, con benefici immediati per l’industria europea e in particolare per i Paesi esportatori netti, come l’Italia. L’accordo, tuttavia, non entra automaticamente in vigore: servirà la ratifica del Parlamento europeo e, con ogni probabilità, dei Parlamenti nazionali, un passaggio che si preannuncia politicamente delicato.
Per l’economia italiana, il capitolo industriale è quello che suscita maggiore consenso. I settori dei macchinari, della meccanica di precisione, della chimica-farmaceutica, dell’automotive e dei beni intermedi potranno accedere a mercati oggi gravati da dazi molto elevati, in alcuni casi superiori al 30%. Secondo le stime rilanciate dalla stampa economica internazionale, l’abbattimento delle barriere tariffarie potrebbe rafforzare in modo strutturale la presenza delle PMI italiane in America Latina, un’area considerata strategica per la diversificazione dell’export europeo.
Accanto all’industria, l’accordo contiene un capitolo particolarmente sensibile per l’Italia: la tutela delle indicazioni geografiche. Oltre cinquanta denominazioni italiane DOP e IGP vengono riconosciute e protette nei Paesi Mercosur, contrastando l’uso improprio di nomi e richiami all’“italian sounding”. Per molte imprese agroalimentari orientate all’export, si tratta di una garanzia giuridica finora assente in mercati dove imitazioni e falsi hanno prosperato per anni.
È proprio sull’agricoltura, però, che l’intesa mostra il suo volto più controverso. L’accordo prevede contingenti a dazio ridotto o nullo per prodotti sudamericani come carne bovina, pollame, zucchero ed etanolo. Bruxelles ha inserito clausole di salvaguardia, standard sanitari vincolanti e richiami agli impegni ambientali, inclusa la lotta alla deforestazione. Ma il timore di una concorrenza fondata su costi di produzione più bassi e su modelli agricoli meno stringenti dal punto di vista ambientale resta centrale nel dibattito pubblico europeo.
Le associazioni di categoria italiane si sono infatti divise. Confindustria ha espresso una valutazione complessivamente positiva, parlando di un accordo in grado di rafforzare la competitività dell’industria italiana e di difendere il ruolo dell’Europa nel commercio globale. Posizioni analoghe sono arrivate dai rappresentanti dei settori chimico, farmaceutico e meccanico, che vedono nell’intesa una leva per crescere in mercati ad alto potenziale. Di segno opposto la reazione di Coldiretti, che ha denunciato il rischio di un aumento delle importazioni agricole non allineate agli standard europei, chiedendo controlli stringenti, reciprocità normativa e piena applicazione delle clausole di salvaguardia. Più articolata la posizione di Confagricoltura, che riconosce i rischi per alcuni comparti ma sottolinea anche il valore strategico della tutela delle indicazioni geografiche.
Sul piano internazionale, l’accordo UE–Mercosur viene letto come un segnale politico forte. Reuters e Financial Times lo interpretano come la risposta europea al ritorno dei dazi e alla frammentazione del commercio globale, mentre Politico Europe evidenzia il tentativo di Bruxelles di rafforzare i legami con l’America Latina per ridurre la dipendenza da Cina e Stati Uniti. In questa prospettiva, l’intesa va oltre la dimensione commerciale e si inserisce in una più ampia strategia geopolitica europea.
Resta ora la prova più complessa: la ratifica. Le resistenze di alcuni Stati membri, le proteste degli agricoltori e il nodo ambientale rendono il percorso tutt’altro che scontato. Per l’Italia, il vero equilibrio da trovare sarà tra la spinta all’export industriale e la difesa di un’agricoltura di qualità che rappresenta non solo un settore economico, ma un elemento identitario del Paese.
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