di Giovanna d’Elia*
Ho sempre avuto ben chiaro che dovevo lavorare, perché non esiste femminismo che si rispetti che non sia basato sull’indipendenza economica.
Isabel Allende
E così da sempre ci credo fortemente anche io.
Ma questo è possibile quando sei libera di scegliere tra più o almeno due possibilità.
Ci lasciamo le tracce di anni e il 2023 ci conferma che siamo e restiamo ultimi in Europa per occupazione femminile. Questo ribadisce il dossier elaborato dall’ufficio studi della Camera dei Deputati sull’ occupazione delle donne. Secondo Eurostat il tasso di occupazione femminile in Italia nel quarto trimestre 2023 era il più basso tra gli Stati dell’Unione, essendo di circa 14 punti percentuali al di sotto della media Ue: 55 per cento contro il 69,3 per cento della media Ue.
In aggiunta a quanto sottolineato dall’ufficio studi della Camera, si può dire che il divario con gli altri Paesi sta addirittura aumentando, visto che si attestava a 12,7 punti nel 2019, prima della pandemia.
Allora come chi si occupa come me di Persone, Organizzazioni e Parità di Genere è chiaro e strategico che è necessario che tutte le istituzioni, Organizzazioni e Aziende si diano delle priorità:
1 Dare a tutte le donne una vera libertà di lavorare
Se guardiamo soltanto a quello che avviene a casa nostra, possiamo notare come il divario tra l’occupazione maschile e femminile non accenni a diminuire: resta inchiodato ai 18 punti percentuali o poco meno. In altre parole, ecco cosa sta succedendo: l’occupazione femminile aumenta ma quella maschile aumenta di pari passo e quella femminile negli altri Paesi Ue altrettanto. E l’Italia si conferma così stabilmente fanalino di coda quando si parla del lavoro delle donne.
Come intervenire? Il punto è dare a TUTTE una vera libertà di lavorare. Oggi per quelle che hanno livelli di scolarità medio-bassi, e quindi stipendi potenziali altrettanto bassi, questa libertà non c’è. Si è libere quando si può scegliere tra due strade entrambe percorribili. Ma per le donne con stipendi medi o medio-bassi quando arriva un figlio la strada è una sola: lasciare. Se guadagni 1.000-1.200 euro al mese ma non hai i servizi o costano troppo (700 euro il nido a Milano e poco meno a Napoli) ti conviene lasciare il lavoro anche perché, se lavori, la famiglia perde gli sgravi per il coniuge a carico. Non è un caso insomma se il 20% delle lavoratrici lascia il posto quando ha un figlio, come ricorda l’ufficio studi della Camera. Per fare fronte a questa situazione serve un’azione coordinata (più servizi di buona qualità, organizzazione del lavoro tarata anche sui bisogni delle famiglie) articolata in più misure nel medio termine. Se vogliamo fare questo salto serve una convergenza sul fatto che favorire il lavoro femminile è diventata una priorità per le donne, le famiglie, anche le aziende. Sarebbe un bel modo di cominciare l’anno.
2 Carriere e Stipendi: per cambiare serve più trasparenza
Per le donne che sono riuscite a restare nel mercato del lavoro, i problemi non mancano. Due in particolare: continuano le penalizzazioni sul piano della carriera e degli stipendi. Il livello di frustrazione per molte è altissimo soprattutto se si tiene conto che oltre a lavorare fuori casa le italiane si caricano del 70% del lavoro domestico. Anche su questo molto si potrebbe fare. Partendo dall’applicare le misure che abbiamo già.
Ogni due anni le aziende con più di 50 dipendenti sono tenute e pubblicare un rapporto sulla parità di genere. Che però a oggi molto raramente viene reso noto ai dipendenti.
Più è capillare il monitoraggio e più riduciamo gap divario salariale.
Questo è uno degli strumenti e poi insieme a direttiva su equilibrio vita professionale e vita familiare .
La trasparenza retributiva aiuta a stimare entità aumento di paga del congedo parentale, fenomeno che è più comune negli uomini che nelle donne e le quali spesso finiscono per rimanere indietro nella carriera.
3 Più donne imprenditrici
Oggi le imprese guidate da donne sono il 22% del totale. Non si potrà dire di avere raggiunto una reale parità finché questa quota non arriverà al 50%. Le imprese femminili non sono soltanto poche, quelle poche sono anche concentrate nei settori meno remunerativi. L’unico settore in cui le donne superano di poco il 50% è quello degli “altri servizi”: in gran parte si tratta di parrucchiere, estetiste, titolari di lavanderie. Nei pubblici esercizi sfiorano il 30%. Le aziende femminili hanno forme societarie più fragili: nel 62% sono ditte individuali contro il 48% di quelle maschili. Su 214 società quotate solo in 5 la partecipazione di controllo è in mano a donne (il 2,33%) .
Con il Pnrr è stato mobilitato il Fondo per l’impresa femminile. Un primo passo. Ma moltissimo c’è da lavorare. Per mettersi in proprio è molto utile, se non indispensabile, fare esperienze da dipendenti. Il fatto che solo una donne su due lavori è già un ostacolo a monte.
4 Cultura e Certificazione della Parità di Genere in tutte le organizzazioni
Cultura, diffusione , parole, linguaggio e strumenti come La Certificazione della Parità di Genere sono il vero driver del Cambiamento culturale.
La Certificazione della Parità di Genere è una novità unica nella storia del nostro Paese: introduce una prassi che incentiva un metodo di sviluppo e valorizzazione di politiche nelle imprese e in tutte le organizzazioni che non sono solo a tutela delle donne, ma aiutano a rinnovare i processi imprenditoriali in aree differenti: risorse umane, equità salariale, welfare, genitorialità.
C’è ancora Domani? ci direbbe la bravissima Paola Cortellesi … ma i il domani è adesso!.
Iniziamo con i passi giusti che prevedono: informazione, ascolto, supporto e azione di buone pratiche e dando opportunità, partecipazione di libertà alle donne e alle persone.
Buon Tempo di Amore e Libertà
(*) HR Director Focus Consulting
Esperta Risorse Umane e Parità di Genere e Opportunità
DiversityEquityInclusion
(foto tratta dal film ‘C’è ancora domani’ diretto e interpretato da Paola Cortellesi)
