Le parole del Cardinale Don Mimmo Battaglia nella sua lettera per la IX Giornata dei Poveri (domenica 16 novembre) risuonano come un richiamo profondo alla responsabilità, alla compassione e alla verità del Vangelo. Il suo messaggio parte da un versetto del Salmo — «Tu, mio Signore, la mia speranza» — che egli stesso definisce parole nate “non da chi ha tutto, ma da chi ha attraversato il dolore”, parole che “sono povere, ma proprio per questo vere”. Una verità che, in un tempo ferito da paura e indifferenza, chiede di essere ascoltata con serietà e con coraggio.
Il Cardinale ricorda che la povertà non è una condizione che riguarda solo chi manca del necessario, ma è l’esperienza universale del limite: “siamo tutti poveri. Tutti, prima o poi, scopriamo di non bastarci”. Da questa consapevolezza, afferma, possono nascere miracoli inattesi, perché “il bisogno può diventare incontro, e la mancanza si può trasformare in comunione”. La speranza, nelle sue parole, non è sentimentalismo né fuga, ma “un atto di resistenza”, la forza di chi ha visto crollare certezze ma non lascia che crolli anche il cuore.
Tra le righe della lettera emerge un tributo diretto ai poveri stessi, descritti come i veri maestri della speranza: “ci insegnano che la vita non è mai solo ciò che possediamo”, che dignità e forza abitano nelle relazioni e nella comunità. Napoli, con la sua rete spontanea di solidarietà quotidiana, diventa il luogo concreto dove questa teologia della speranza si incarna: le famiglie che condividono il poco che hanno, i volontari silenziosi, i giovani che portano un pasto caldo, i medici di strada, i sacerdoti che aprono le porte degli oratori e delle canoniche.
Battaglia invita a un esame di coscienza che non riguarda solo la Chiesa, ma l’intera società civile: “Non basta dare: bisogna condividere. Non basta soccorrere: bisogna ascoltare. Non basta commuoversi: bisogna muoversi”. La povertà non si cura solo con iniziative, ma restituendo dignità, ricostruendo il valore delle relazioni, ripensando i percorsi educativi e civili. Ricorda che aiutare chi è nel bisogno non è un atto opzionale di bontà, ma un principio di giustizia: “Ogni uomo ha diritto alla casa, al lavoro, alla salute, all’istruzione… Quando uno solo di questi diritti viene negato, la speranza si ferisce”.
Il Cardinale indica con chiarezza il ruolo della comunità cristiana: essere “una riva” per chi arriva stremato da tempeste personali e sociali, un approdo sicuro dove possa tornare a germogliare la speranza. Nessuna Eucaristia è autentica senza servizio, nessuna adorazione senza fraternità concreta. Parlare di povertà, dunque, significa parlare di conversione, di responsabilità, di Vangelo vissuto nella carne ferita del mondo.
Infine, il suo messaggio diventa preghiera: “Non lasciamoci rubare la speranza”, ripetendo l’appello di Papa Francesco, e affidando la città e i poveri a Maria, Madre della Speranza. Conclude con parole che sono insieme dichiarazione di fede e promessa morale: «Tu, mio Signore, la mia speranza: in te ho creduto, e non sarò mai deluso».
È un invito che non lascia indifferenti, perché chiama ciascuno — credente o non credente — a riconoscere le ferite della città e del mondo, e a trasformare la solidarietà da gesto occasionale a scelta di vita.
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