di Luca Sorbo
Interrogare la superficie è la principale caratteristica del fotografico. Le carte vivono anche per la loro matericità oltre che per i contenuti. I luoghi che le custodiscono, in qualche modo, diventano parte di quei contenuti, li influenzano e ci influenzano nella nostra fruizione.
Un sito straordinario come l’Archivio di Stato di Napoli è sicuramente pieno di fascino. Una studiosa e una persona sensibile come Linda Iacuzio vive la magia di questi luoghi, è coinvolta emotivamente dalle “carte” conservate. Ogni giorno si confronta con queste realtà e ha cercato, con la fotografia, di dare forma alle tante suggestioni vissute.
Le impronte di luce dialogano con le testimonianze del nostro passato e coinvolgono gli spettatori, rendendo questi luoghi familiari e accoglienti.
Come è nata l’idea della mostra La voce degli archivi, presentata all’Archivio di Stato di Napoli?
L’idea della mostra nasce innanzitutto da un progetto fotografico cominciato durante gli studi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, nel corso di Fotografia come linguaggio d’arte.
Il professore mi rivolse una domanda decisiva: «Tu che lavori in archivio, perché non crei un progetto sugli archivi?». Inizialmente mi chiedevo come avrei potuto affrontare un tema così centrale per me dal punto di vista lavorativo, ma che non avevo mai pensato di raccontare attraverso la fotografia.
Iniziai così a camminare nei meandri dell’Archivio di Stato di Napoli, luogo che mi ha vista nascere come archivista; osservavo, scrutavo, cercavo spiragli di luce in ambienti spesso bui, dove sono conservati migliaia e migliaia di documenti “dormienti”.
Era il 2020: molto silenzio, l’Archivio avvolto da teli leggeri e da teli in plastica per i lavori di restauro UNESCO, che lo hanno poi restituito in tutta la sua bellezza. Fotografavo anche quei teli, perché mi suggerivano la cura e la protezione di un patrimonio che il passato ci ha tramandato e verso il quale abbiamo una grande responsabilità.
Il portfolio per l’Accademia era pronto, sostenni l’esame con soddisfazione, ma il lavoro non si esaurì. Continuai a scattare per tutto il 2021 e il 2022. Era sempre più chiaro ciò che volevo trasmettere: il rispetto verso i documenti che rappresentano il passato, diventano presente nelle nostre mani e futuro grazie alla nostra cura.
All’improvviso quei documenti riprendono vita: dalle parole sui fogli dei secoli passati riemergono le voci di uomini e donne. Ecco la voce degli archivi. Da questo sentire nasce anche il titolo, una domanda che invita all’ascolto: «Conosci la voce degli archivi?».
Come è nato il tuo interesse per la fotografia e quale è stato il tuo percorso formativo?
La fotografia è sempre stata presente nella mia vita. In casa non mancava mai una macchina fotografica e ogni avvenimento era raccontato per immagini. Mio nonno materno, grande appassionato, mi insegnò a usare la macchina fotografica a nove anni.
Conservo oggi un prezioso archivio di famiglia, con stampe e negativi di medio formato appartenuti a lui. Il mio percorso formativo strutturato inizia nel 2010, con i primi corsi di fotografia e fotoritocco.
Nel 2017 supero l’esame di ammissione al Biennio di Fotografia dell’Accademia di Belle Arti di Napoli: una grande gioia. Gli anni in Accademia sono stati fondamentali, sia per il rapporto con i colleghi sia per quello con i docenti, che ringrazio profondamente. Un pensiero particolare va al caro Massimo Velo, che mi ha aperto il mondo del Banco Ottico.
Nonostante difficili vicende personali, nel 2022 conseguo il Diploma Accademico di II livello con una tesi in fotografia sociale dal titolo A che serve la memoria? Viaggio attraverso gli archivi fotografici di famiglia, con 110 e lode.
Nel 2023 vengo ammessa alla Summer School dell’Università “La Sapienza” di Roma, Master La fotografia come documento, presso l’ICCD. Da due anni insegno Trattamento delle fonti fotografiche, orali e audiovisive presso la Scuola di specializzazione dell’Archivio di Stato di Napoli.
Francesca Sciarra è stata la curatrice della mostra: quali consigli ti ha dato?
Francesca Sciarra, oltre a essere la curatrice della mostra, è stata la mia prima docente di fotografia. Il nostro confronto si è concentrato soprattutto sulla selezione delle immagini, fase sempre complessa per un fotografo. Mi ha aiutata a prendere distanza emotiva dalle fotografie e ad adottare uno sguardo più critico.
Cosa significa lavorare ogni giorno a contatto con documenti così preziosi?
Lavorare con documenti che risalgono anche al Cinquecento stimola profondamente curiosità e immaginazione. Il mestiere dell’archivista richiede studio costante, preparazione multidisciplinare e un forte senso di responsabilità. Si imparano a riconoscere segni, indizi, chiavi interpretative. E si diventa anche un po’ investigatori.
Che ruolo hanno avuto i manoscritti di Anna Maria Ortese nel tuo percorso?
L’archivio di Anna Maria Ortese è stato un tassello fondamentale del mio percorso. Il contatto con le sue lettere e con le bozze dei romanzi mi ha messa di fronte a un pensiero potentissimo. Entrare nel suo mondo intimo richiedeva ascolto e, soprattutto, rispetto.
Archivi fotografici: criticità e potenzialità
Gli archivi fotografici pongono problematiche specifiche di conservazione, descrizione e fruibilità. Non basta essere archivisti o fotografi: occorrono competenze trasversali che comprendano archivistica, tecnica fotografica, materiali e storia della fotografia.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Continuerò a lavorare con e per gli archivi e con la fotografia, esplorando il tema della memoria, del passato e del futuro. Sono in cantiere due nuovi progetti fotografici: il primo, dedicato alla casa paterna e al suo abbandono, nato dal Lab Cult FIAF 202, sarà presto in mostra. Del secondo, per ora, non sveliamo nulla.
- Archivio di Stato di Napoli: archiviodistatonapoli.cultura.gov.it
- ICCD – Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione: www.iccd.beniculturali.it
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