La sentenza del Tribunale di Napoli che ha riconosciuto a una persona con atrofia muscolare spinale il diritto a ricevere integralmente dalla Asl una carrozzina elettronica verticalizzante rappresenta un passaggio importante per la tutela delle persone con disabilità. Il pronunciamento, relativo a un dispositivo prescritto dagli specialisti, ribadisce la centralità dell’appropriatezza clinica rispetto a valutazioni fondate esclusivamente sui costi, sulle disponibilità di bilancio o sulle procedure amministrative.
La vicenda pone al centro un principio essenziale: un ausilio non è un semplice prodotto da acquistare, ma uno strumento capace di incidere sull’autonomia, sulla salute e sulla partecipazione sociale della persona. Una carrozzina elettronica verticalizzante, quando ritenuta necessaria dai professionisti sanitari, può favorire gli spostamenti, migliorare la gestione della quotidianità e contribuire a prevenire ulteriori complicazioni. La scelta del dispositivo, dunque, non può essere separata dalle condizioni cliniche, dalle caratteristiche dell’ambiente di vita e dagli obiettivi individuati nel percorso riabilitativo.
A sottolineare la portata della sentenza è Elena Menichini, presidente dell’Associazione Ausili di Confindustria Dispositivi Medici, secondo la quale il pronunciamento napoletano rafforza i diritti delle persone con disabilità e richiama la necessità di una riforma dell’assistenza protesica. Per Menichini, il sistema tende ancora troppo spesso a concentrarsi sul prezzo del dispositivo, senza considerare adeguatamente il valore che un ausilio appropriato può produrre nella vita della persona, nella sua famiglia e nel contesto sociale o lavorativo.
Il tema riguarda anche i cosiddetti costi nascosti. Un dispositivo non adeguato, consegnato in ritardo oppure privo degli adattamenti necessari può ridurre l’autonomia personale e aumentare il bisogno di assistenza. Può inoltre determinare un maggiore carico per i caregiver e favorire l’insorgenza di disabilità secondarie, con conseguenze che nel tempo finiscono per gravare sullo stesso Servizio sanitario nazionale. Valutare soltanto il costo immediato dell’ausilio rischia quindi di produrre un risparmio apparente, accompagnato da spese sanitarie e sociali più elevate nel medio e lungo periodo.
Secondo il comunicato di Confindustria Dispositivi Medici, il caso affrontato dal Tribunale di Napoli non sarebbe isolato. In diverse realtà territoriali, la valutazione clinica multidisciplinare può entrare in conflitto con tariffari, gare pubbliche, budget disponibili e automatismi amministrativi. Ne deriva una frammentazione dell’accesso alle tecnologie assistive: persone con bisogni simili possono incontrare percorsi, tempi e possibilità differenti a seconda della Regione o della Asl di appartenenza.
La sentenza riafferma invece che il punto di partenza deve essere il bisogno individuale, valutato dai professionisti competenti. I Livelli essenziali di assistenza comprendono infatti l’assistenza protesica e definiscono le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a garantire. L’applicazione concreta di questo principio, tuttavia, richiede procedure capaci di accompagnare l’evoluzione tecnologica e di rispondere alla necessità di personalizzare gli ausili.
Un dispositivo standard può non essere sufficiente quando la condizione clinica richiede componenti, accessori, adattamenti o funzioni specifiche. In questi casi, la differenza tra un ausilio genericamente disponibile e quello effettivamente prescritto non è soltanto tecnica: può tradursi nella possibilità o nell’impossibilità di compiere determinate attività, mantenere una postura adeguata, studiare, lavorare o partecipare alla vita della comunità.
Il lavoro dell’Associazione Luca Coscioni, impegnata nella tutela dei diritti delle persone con disabilità, viene indicato nel comunicato come un elemento significativo della vicenda. Il pronunciamento ottenuto a Napoli assume infatti un valore che va oltre il singolo caso, perché richiama le amministrazioni sanitarie alla responsabilità di motivare le proprie decisioni e di non sostituire automaticamente la valutazione specialistica con una soluzione determinata unicamente da ragioni economiche.
Le criticità dell’assistenza protesica emergono anche dalle due indagini promosse da AITO – Associazione Italiana di Terapia Occupazionale, insieme ad associazioni professionali e organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità e dei caregiver. I dati raccolti dal Centro Studi di Confindustria Dispositivi Medici indicano che l’84,8% dei pazienti e dei caregiver coinvolti ha incontrato difficoltà nel percorso per ottenere ausili e protesi attraverso il Servizio sanitario nazionale.
Il 63% dei partecipanti alle indagini ha dichiarato di avere sostenuto spese di tasca propria per ottenere o utilizzare i dispositivi, mentre al 70,6% è capitato almeno una volta che accessori o adattamenti ritenuti utili non fossero coperti dal sistema pubblico. Le percentuali descrivono un percorso ancora complesso, nel quale il diritto formalmente riconosciuto può scontrarsi con tempi lunghi, differenze territoriali, procedure poco flessibili e costi trasferiti sulle famiglie.
Per Elena Menichini, questi dati e la sentenza del Tribunale di Napoli raccontano la stessa realtà: l’assistenza protesica necessita di una revisione profonda. Tra i problemi segnalati figurano la burocrazia, la frammentazione organizzativa e la difficoltà del Nomenclatore dell’assistenza protesica a seguire con tempestività l’evoluzione delle tecnologie e dei bisogni individuali.
La riforma auspicata dall’Associazione Ausili di Confindustria Dispositivi Medici dovrebbe ridurre le differenze territoriali, semplificare le procedure, aggiornare il Nomenclatore e rivedere i criteri con cui vengono individuati gli ausili sottoposti a gara. L’obiettivo dovrebbe essere quello di rendere più uniforme l’accesso alle tecnologie assistive senza rinunciare alla sostenibilità economica del Servizio sanitario nazionale.
La sostenibilità, in questa prospettiva, non coincide necessariamente con la scelta del dispositivo meno costoso. Una valutazione completa dovrebbe considerare l’efficacia dell’ausilio, la sua durata, la capacità di prevenire complicazioni e il possibile miglioramento dell’autonomia. Dovrebbe inoltre tenere conto delle risorse liberate all’interno della famiglia e della riduzione del bisogno di assistenza continuativa.
Un ruolo più ampio dovrebbe essere riconosciuto anche alle associazioni delle persone con disabilità, coinvolgendole stabilmente nei processi decisionali. Informazione e formazione sono altrettanto importanti: pazienti e famiglie devono conoscere i propri diritti e comprendere i passaggi necessari per accedere agli ausili, mentre gli operatori devono essere messi nelle condizioni di orientarsi tra innovazione tecnologica, norme e procedure amministrative.
La decisione del Tribunale di Napoli diventa così un richiamo a considerare l’ausilio come parte integrante della cura e del progetto di vita. Quando una tecnologia assistiva viene prescritta sulla base di una valutazione specialistica, la risposta del sistema pubblico dovrebbe partire dalla sua appropriatezza e dall’effettiva capacità di soddisfare il bisogno della persona. È su questo terreno che si misura concretamente il diritto alla salute, all’autonomia e alla piena inclusione delle persone con disabilità.
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