di Ferdinando Capuozzo
L’invecchiamento demografico non è un’emergenza improvvisa, ma una certezza strutturale. Eppure, il nostro sistema di protezione sociale continua ad affrontarlo con un approccio drammaticamente obsoleto. Per decenni, il welfare si è strutturato attorno a un modello di tipo riparativo: una macchina complessa e costosa, progettata per intervenire quasi esclusivamente a valle, ossia quando il danno alla salute o la perdita dell’autosufficienza si sono già verificati. Ospedalizzazioni d’urgenza, trattamenti farmacologici prolungati e ricoveri in strutture residenziali rappresentano la risposta standard a un declino intercettato sempre troppo tardi.
I segnali del cedimento strutturale sono sotto gli occhi di tutti. La situazione dei tempi di attesa per un esame diagnostico o per una visita specialistica ha raggiunto livelli drammatici, con dilazioni temporali che non hanno alcuna coerenza con l’urgenza e la continuità delle esigenze cliniche dei pazienti. Il sistema non regge già oggi. La spesa sanitaria nazionale si concentra per oltre il 60% sulla popolazione over 65, prosciugata dalla gestione disorganizzata delle cronicità e da continui accessi impropri ai Pronto Soccorso. A questo si aggiunge la zavorra della spesa sociosanitaria e delle indennità di accompagnamento, costi fissi che sottraggono risorse preziose agli investimenti per lo sviluppo. Quando poi la rete pubblica fallisce, il peso della cura si scarica interamente sulle famiglie, determinando perdita di produttività, rinuncia alle cure e contrazione del gettito fiscale. L’Italia spende circa 120 miliardi di Euro, all’anno, per il settore sanitario una cifra che supera il 10% dell’intera spesa pubblica ma i risultati della inefficienza, il più delle volte, sono drammaticamente sotto gli occhi di tutti basta passare malauguratamente per un pronto soccorso.
La verità contabile è spietata: rincorrere la patologia acuta e la dipendenza costa infinitamente più che prevenirne le cause. Continuare a gestire la longevità con questo impianto assistenziale significa condannare la finanza pubblica all’insostenibilità e i cittadini a un progressivo degrado dei servizi essenziali.
Per evitare il definitivo collasso, occorre un urgente e radicale cambio di paradigma. Occorre passare dalla cultura della riparazione a quella della salutogenesi, cioè alla costruzione di condizioni che aiutino le persone a rimanere sane e autonome il più a lungo possibile. Per fare questo occorre la costruzione sistematica di condizioni ambientali, sociali e comunitarie capaci di preservare l’autonomia e la capacità funzionale dell’individuo. Interventi che non possono essere solo sanitari, bisogna andare oltre.
L’obiettivo prioritario della programmazione economica deve diventare l’allungamento dell’aspettativa di vita in salute (Healthy Life Years). Favorire l’invecchiamento attivo, contrastare l’isolamento sociale e stimolare le funzioni cognitive nei contesti di prossimità non sono più solo buone intenzioni sociali, ma vere e proprie leve di efficienza macroeconomica. Ritardare anche solo di 12 o 24 mesi l’ingresso di un anziano in una struttura di lunga degenza o ridurre la pressione sulle liste d’attesa si traduce in un risparmio netto di miliardi di euro. Fare bene i conti, oggi, significa capire che la sostenibilità della sanità pubblica passa inevitabilmente da questa svolta.
Questo sarebbe un tema serio da campagna elettorale. Assistiamo, invece, al confronto sterile sulle paventate risorse inserite nella Legge di Stabilità. Un miliardo di più o di meno. Ma nessuno parla di un cambia di paradigma. Il sistema sta collassando e nessuno si pone il problema di agire alla radice su questo tema, come su tanti altri. La politica, oggi, affronta le emergenze del quotidiano ma non è in grado di avere una visione. Nessuna prospettiva, nessun investimento sulle idee, solo spot utili ai social che parlano alla pancia delle persone. La vera Politica è ben altro.
